Dal cognome al brand: perché nel cinema si dice sempre nome e cognome
di Massimo Coltellacci
C’è una regola non scritta nel mondo dello spettacolo: quando attori e registi parlano dei propri collaboratori in pubblico, li citano quasi sempre con nome e cognome. Una scelta che sembra un dettaglio, ma che in realtà dice molto delle dinamiche del settore.
A differenza di professioni tradizionali come l’ingegneria, la medicina o il diritto, dove si usano titoli formali come “ingegner Rossi” o “avvocato Bianchi”, nel cinema non esistono formule di questo tipo. Nessuno dirà mai “il montatore De Angelis” con l’autorità con cui si dice “il dottor Verdi”. Per questo, il nome completo diventa l’unico modo per dare al collaboratore un riconoscimento formale e pubblico.
C’è poi la questione della chiarezza: dire soltanto “Rossi” o “Bianchi” rischia di sembrare impersonale o ambiguo, soprattutto in un ambiente affollato di omonimi. Nome e cognome, invece, danno un’identità precisa, e sono difficili da contestare.
Ma a spingere gli attori a essere così puntigliosi c’è anche qualcosa di più umano: la paura di dimenticare qualcuno. In ogni conferenza stampa o premiazione serpeggia il terrore di lasciare fuori un nome, con il rischio di ferire un ego o di provocare malumori. È così che i ringraziamenti si trasformano in interminabili elenchi, scanditi con l’ansia di non commettere passi falsi. Attori e registi, spesso sudati e con lo sguardo allucinato, snocciolano nomi e cognomi di tutti — dal direttore della fotografia all’assistente di produzione junior — come se ogni sillaba fosse questione di vita o di morte.
Il paradosso è evidente: ci si comporta come se ogni ringraziamento fosse decisivo, quando in realtà nel mondo si producono migliaia di film ogni anno, la maggior parte dei quali viene presto dimenticata. Fuori da quella bolla, pochi prestano davvero attenzione a ogni nome pronunciato con tanta trepidazione.
Eppure, dentro l’ambiente, questa liturgia resta sacra. Finché non diventi un’icona riconoscibile con il solo cognome — come Fellini, Kubrick o Tarantino — il nome e cognome restano la tua unica arma di visibilità. È un modo per dire: ti ho citato, ti ho riconosciuto, non ti sei offeso. E il set può tirare un sospiro di sollievo.
“La vita va così” di Riccardo Milani
Recensione a cura di Massimo Coltellacci
La vita va così di Riccardo Milani, film d’apertura (fuori concorso, sezione Grand Public) della 20ª Festa del Cinema di Roma del 15 ottobre 2025, è ambientato in Sardegna, tra Teulada e Tuerredda.
Ispirato alla storia reale di Ovidio Marras, il pastore che si oppose alla speculazione edilizia, il film intreccia la vicenda personale e collettiva di una comunità in bilico tra la promessa di sviluppo e la difesa della propria identità.
Milani torna alla commedia civile, il genere che conosce meglio, ma questa volta con toni più dimessi, quasi da fiaba sociale.
L’ambientazione — “la solita”, in senso buono — in una zona periferica, povera e dimenticata, funziona come specchio delle contraddizioni italiane: un paesaggio meraviglioso e al tempo stesso ferito, popolato da persone genuine ma spesso intrappolate nei cliché del “burbero dal cuore d’oro”.
Resta il dubbio se questa rappresentazione sia ancora davvero aderente alla realtà o piuttosto un riflesso nostalgico di un’Italia che non esiste più.
La prima parte del film procede con passo prevedibile: aforismi da tazza del tè, dialoghi buonisti e personaggi tratteggiati più per simpatia che per verità. È il momento in cui si avverte la mano pesante della sceneggiatura, più preoccupata di lanciare messaggi positivi che di costruire veri conflitti o dinamiche credibili.
Come ha osservato anche Catello Masullo nella sua recensione, il film si riprende nel finale.
L’ingresso più marcato di Diego Abatantuono e un registro meno didascalico danno corpo e respiro a una storia che finalmente lascia spazio a emozioni autentiche. La narrazione ritrova equilibrio, e il tono moraleggiante si stempera in una malinconia più sincera.
Forse, per questo tipo di film, Paola Cortellesi — protagonista dei migliori successi di Milani come Come un gatto in tangenziale — avrebbe funzionato meglio: la sua naturalezza e capacità di oscillare tra commedia e dramma restano un riferimento difficile da eguagliare.
Tutta Vita di Valentina Cenni
Recensione a cura di Massimo Coltellacci
È stato presentato nella sezione “Freestyle” della Festa del Cinema di Roma 2025 il film della bravissima Valentina Cenni.
Un bellissimo esempio di come fare intrattenimento con un documentario. Ci ha fatto conoscere l’istrionico Stefano Bollani e i nomi più importanti del jazz italiano, come Enrico Rava, Paolo Fresu, Roberto Gatto, oltre a giovani talenti emergenti.
Il film segue una settimana di residenza musicale in una “casa-studio”, tra improvvisazioni, dialogo, ascolto e scambio creativo, e culmina in un concerto “quando ce ricapita” al Teatro Rossetti di Trieste, il 17 febbraio 2025.
Bollani dà un esempio straordinario di capacità nel gestire altri importanti artisti, orchestrando il lavoro collettivo con ironia e talento, team building con partita di pallone, l’unico momento di debolezza lo mostra di fronte a Rava, il suo maestro, aggiungendo un tocco di umanità al suo personaggio.
Si coglie chiaramente l’importanza dell’improvvisazione nel jazz, un aspetto che per chi non è esperto può essere una vera novità.
Commovente il rapporto di Bollani con la figlia Frida, dotatissima e bravissima, presente in sala insieme a lui, a Renzo Arbore e Marisa Laurito — mancava solo Fresu!
Catartis – Conservare il Futuro – di Ferdinando Vicentini Orgnani
Recensione a cura di Massimo Coltellacci
Il documentario, diretto da Ferdinando Vicentini Orgnani e presentato nella sezione “Freestyle” della Festa del Cinema di Roma 2025, è un viaggio intenso nel mondo dell’arte contemporanea. Attraverso le sue riprese, il film immortala alcuni dei principali artisti del panorama internazionale, tra cui Jannis Kounellis e Alighiero Boetti.
Colpisce la capacità di una sola persona di entrare in contatto con un così ampio ventaglio di artisti, offrendo uno sguardo ravvicinato sulle loro pratiche, il loro linguaggio e le loro riflessioni sul presente e sul futuro dell’arte.
Un elemento che emerge con forza è l’età degli artisti italiani, mediamente molto più alta rispetto a quella dei colleghi stranieri: un segnale evidente che l’Italia non è un paese facile per le nuove generazioni di creativi.
Tra gli italiani, Michelangelo Pistoletto si distingue in maniera particolare. Con grande intelligenza e lungimiranza, sembra incarnare la strategia del “se non puoi sconfiggere l’AI, alleati con essa”, posizionandosi sempre un passo avanti agli altri e confermandosi come figura chiave del panorama contemporaneo.
Da sottolineare anche la presenza in sala di Joseph Kosuth, che arricchisce ulteriormente l’esperienza del film e conferma la dimensione internazionale dell’opera.
Cinema e teatro: due modi opposti di intendere la finzione
di Serena Verdone
Cinema e teatro condividono un elemento fondamentale: sono entrambe arti della rappresentazione. Eppure il loro rapporto con la finzione scenica è profondamente diverso. Il modo in cui ciascuno di questi linguaggi tratta l’illusione influenza la recitazione e la regia, e anche l’esperienza emotiva dello spettatore.
Il cinema, sin dalle sue origini, ha puntato a far dimenticare allo spettatore di trovarsi davanti a una recita. La macchina da presa, il montaggio, gli effetti sonori e la scenografia realistica lavorano insieme per creare un mondo che sembri reale e autosufficiente.
Lo spettatore deve poter entrare nella storia senza mai avvertire che gli attori stanno recitando: se, guardando un film, si percepisce la recitazione, l’illusione si spezza e l’incanto si perde. Per questo un film mal recitato o con effetti speciali “artigianali”, riconoscibili come falsi, rompe immediatamente l’illusione: battute dette senza verità, tempi sbagliati, trucci visivi evidenti o sonoro poco curato riportano lo spettatore al pensiero “è tutto finto”. Il compito del film è dunque non far mai capire che ciò che si vede è finzione, ma offrire l’impressione di una realtà viva e autentica.
Nel teatro, la convenzione è opposta. Lo spettatore sa, dall’inizio alla fine, di avere davanti attori in carne e ossa che interpretano un ruolo su un palco. Nessuno crede davvero che la stanza di Amleto esista, che la spada sia vera o che la pioggia che cade sul palco sia reale. La magia teatrale nasce proprio da questa sospensione dell’incredulità condivisa: tutti sanno che è finzione, eppure tutti decidono di crederci per la durata dello spettacolo.
Il teatro spesso gioca con questa consapevolezza. Nel celebre monologo “Essere o non essere” di Amleto, l’attore si rivolge idealmente al pubblico: non tenta di far dimenticare la sua presenza scenica, anzi la esalta, trasformando il momento in un dialogo diretto e atemporale.
Proprio perché deve raggiungere questo livello di perfezione illusoria, il cinema richiede un enorme investimento di mezzi: scenografie dettagliate, effetti speciali, costumi, attrezzature tecniche, troupe numerose e lunghi tempi di post-produzione. Girare un film costa molto di più rispetto a uno spettacolo teatrale, perché ogni dettaglio deve contribuire a non far mai intuire allo spettatore che si tratta di finzione.
Le mage du Kremlin (The Wizard of the Kremlin) di Olivier Assayas
Recensione a cura di Serena Verdone
Cominciamo dalla sceneggiatura, tratta dal romanzo di Giuliano da Empoli e firmata da Olivier Assayas insieme a Emmanuel Carrère: verbosa, densa di dialoghi interminabili, più che di azione. Paul Dano, che interpreta Vadim Baranov, spin doctor di un rampante Putin (Jude Law), in conferenza stampa ha dichiarato di aver avuto la sensazione di lavorare su un testo teatrale, non su una sceneggiatura cinematografica classica. I personaggi non agiscono: parlano, discutono, teorizzano. Un cinema che si ascolta prima ancora che si guarda.
Vadim Baranov non è soltanto un consulente politico, è una sorta di maestro di illusioni. A Putin insegna le regole fondamentali del potere moderno.
La prima: il potere è narrazione. Non basta governare i fatti, bisogna governare il racconto. È Baranov a mostrare al futuro zar come costruire un nemico esterno, inventare complotti, orchestrare lo spettacolo politico. Al popolo non serve la verità, serve una storia in cui credere.
La seconda lezione è che la paura è il collante più efficace. Nel lungo dialogo nello studio del Cremlino, Baranov spiega che serve un nemico, perché senza un nemico non esiste identità nazionale.
La terza lezione riguarda l’opposizione: non eliminarla, gestirla. Trasformarla in parte del copione. In un episodio emblematico, Baranov incontra un gruppo di giovani ribelli. Non li reprime, li paga per continuare a esistere. Il dissenso viene inglobato nello spettacolo del potere.
Quindi denaro e forza sono strumenti secondari. Gli oligarchi comandano con i soldi, l’esercito con la violenza. Putin, invece, diventa lo zar grazie alle parole di Baranov, che gli rivela la vera arma: la televisione. È lo schermo a trasformare un ex funzionario del KGB nell’immagine vivente della Russia eterna. Putin non deve mostrarsi troppo umano: deve essere specchio dei desideri e delle paure collettive, un enigma che ognuno possa riempire a proprio piacimento.
In sintesi, Baranov è il mago che fornisce al futuro zar gli strumenti per ipnotizzare un Paese intero: nemici inventati, narrazioni manipolate, opposizioni addomesticate. È il creatore dell’incantesimo, anche se alla fine ne resta prigioniero. Nel finale, il tono cambia radicalmente: Baranov si ritira nella sua dacia, circondata dai boschi innevati, dimenticato dal potere che aveva contribuito a edificare.
Cinque secondi – di Paolo Virzì
Recensione a cura di Serena Verdone
Cinque secondi racconta la storia di Adriano Sereni (Valerio Mastandrea), un uomo segnato da un trauma, rifugiatosi in una villa abbandonata. Qui convive con una comunità di giovani che riporta in vita i vigneti, e inizia una sorta di percorso di redenzione.
La regia esplora temi di colpa, isolamento e rinascita
Uno dei punti più deboli del film è l’espediente del barbone che si rivela un uomo di successo. Questo trucco narrativo è molto inflazionato nel cinema e nella letteratura: spesso serve a far “riabilitare” il personaggio agli occhi degli altri, senza affrontare davvero la sua complessità.
In Cinque secondi, la comunità lo disprezza finché non scopre che Adriano era un avvocato di successo: solo allora lo rispettano. È un meccanismo prevedibile e ipocrita: se fosse rimasto un uomo anonimo, nulla sarebbe cambiato. La morale del film diventa così legata allo status sociale, e non al reale percorso umano.
Il film ripete lo stesso espediente con la giovane ragazza della comunità, che apparentemente sembra semplice e si rivela discendente nobile dei proprietari della tenuta. Questo parallelismo appare artificioso e inutile.
Entrambi i personaggi diventano simboli prestabiliti — il barbone che era ricco, la ragazza umile che era nobile — e l’umanità reale si perde dietro costruzioni morali artificiali, rendendo la storia più didascalica che emotivamente convincente.
Il titolo Cinque secondi assume un significato più profondo: quei pochi istanti di esitazione condensano tutto il conflitto interiore di Adriano. Non reagisce subito non perché non possa, perché, in fondo, vuole che la figlia muoia quando è ancora in forze.
Questa ambiguità morale e psicologica è il cuore umano del film, e resta nascosta e si coglie solo riflettendo dopo la visione. Se fosse stata resa più chiara attraverso gesti, sguardi o dettagli visivi, sarebbe stato un momento devastante, quasi da giallo emotivo.
Tra le note più divertenti e ironiche del film c’è la comunità stessa: in un momento esilarante, quando i ragazzi vanno a vedere il bambino appena nato, si focalizzano più sul fatto che sia stato il cane a dare l’allarme che sul bambino stesso.
Questa piccola “radical-chiccaggine”, di cui Virzì è diventato con Caterina va in città l’indiscusso e immenso narratore, mette in luce l’atteggiamento dei ragazzi della comunità: più interessati alla teatralità e alla stranezza dell’esperienza che al miracolo della vita. È un dettaglio leggero e ironico, che aggiunge brio alla storia e bilancia le parti più drammatiche.
La fotografia e le ambientazioni sono notevoli: la villa decadente, i vigneti e la campagna toscana diventano metafore della vita che può rinascere.
Tuttavia, i cliché di status sociale e le simmetrie narrative distolgono dal nucleo emotivo: quei cinque secondi avrebbero potuto trasformare il film in un piccolo capolavoro di introspezione, capace di far tremare il cuore dello spettatore, e vengono lasciati sullo sfondo.
quarta stagione di Vita da Carlo – primi 4 episodi – di Carlo Verdone
Recensione a cura di Serena Verdone
Alla Festa del Cinema di Roma sono stati presentati i primi quattro episodi della quarta stagione di Vita da Carlo, alla presenza dell’artista Carlo Verdone, del co-regista Valerio Vestoso, del sindaco Gualtieri, del produttore Aurelio De Laurentiis e di Giovanni Malagò.
L’evento ha offerto un’anteprima esclusiva della stagione, permettendo al pubblico e alla stampa di immergersi nuovamente nell’universo comico e familiare del celebre attore romano.
Dopo la gaffe mediatica che aveva chiuso la stagione precedente, Carlo decide di ritirarsi a Nizza, in un momento di pausa forzata, per cercare di rimettersi in sesto e riflettere sulla propria carriera e sulla vita privata. Tuttavia, il destino ha in serbo per lui una nuova opportunità: viene contattato dal Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, che gli propone di assumere il ruolo di insegnante. Qui si crea un contrasto esilarante con Sergio Rubini, che interpreta un altro docente più rigido e tradizionalista, dando vita a battibecchi e situazioni comiche che diventano subito il fulcro di molti episodi.
La stagione continua a mantenere un tono fortemente sit-com, con intrecci tra vita privata e vita lavorativa che si mescolano tra gag, equivoci e momenti di tenera follia.
Una scena rimane impressa, aeroporto, quando Carlo sta per tornare a Nizza e si imbatte in un gruppo di giovani che ripetono le gag di personaggi di Bianco rosso e verdone e Un sacco bello dimostrando quanto il suo personaggio sia entrato nell’immaginario popolare.
Se da un lato gli episodi offrono battute e situazioni divertenti, dall’altro sembra che nessuna di esse raggiunga ancora il livello iconico dei grandi tormentoni dei suoi film migliori. Carlo interpreta come sempre il ruolo del disperato, stressato e spesso sopraffatto dalla vita, e che riesce comunque a trasformare ogni piccolo imprevisto in occasione di comicità genuina e riconoscibile.
In sintesi, i primi quattro episodi della quarta stagione di Vita da Carlo confermano lo stile unico di Verdone, alternando momenti di leggerezza, comicità e piccole riflessioni sulla vita e sulla carriera di un uomo di successo.
