AVATAR 3 – FUOCO E CENERE di James Cameron, Recensione a cura di Serena Verdone

AVATAR 3 – FUOCO E CENERE di James Cameron

Recensione a cura di Serena Verdone

Riassunti brevi dei primi due capitoli della saga

Avatar: nel 2154 gli umani arrivano su Pandora per estrarre l’unobtainium. Pandora è abitata dai Na’vi, e la compagnia militare guidata dal colonnello Miles Quaritch vuole spostarli con la forza. Per infiltrarsi tra loro vengono creati gli avatar, corpi ibridi controllati a distanza. Jake Sully, ex marine paralizzato, entra nel clan Omaticaya ma si lega ai Na’vi e a Neytiri. Quando Quaritch attacca l’Albero-Casa, Jake cambia schieramento e combatte per proteggere Pandora.

Avatar 2 – la via dell’acqua: sono passati 15 anni: Jake è capo degli Omaticaya e vive con Neytiri e i figli (Lo’ak, Neteyam, Tuk), con Kiri e l’umano Spider. Gli umani tornano a colonizzare Pandora e torna anche Quaritch, rinato come clone Na’vi con i suoi ricordi. Per proteggere il clan, Jake fugge con la famiglia tra i Metkayina, il popolo dell’oceano, imparando a vivere nel mare. Quaritch li rintraccia e scatena il conflitto cacciando i tulkun; nello scontro finale Neteyam si sacrifica e muore. Spider salva Quaritch, e Jake capisce che non deve più fuggire: combatterà per Pandora (verso Fuoco e Cenere).

Nell’ultimo capitolo appena uscito nelle sale: Jake, Neytiri e i figli sono ancora immersi nel lutto per Neteyam, e quel dolore, soprattutto per Neytiri, si trasforma in rabbia e in fratture difficili da ricomporre. Sul piano della storia, la famiglia Sully viene trascinata in un conflitto che non è più soltanto contro gli umani: entra in scena una tribù Na’vi aggressiva, gli Ash People, guidati da Varang. La minaccia umana resta presente (e Quaritch continua a essere una figura chiave), ma il film sposta il baricentro sull’elaborazione della perdita e sul significato di Pandora come luogo di appartenenza.

Il lutto è la sensazione brutale di una connessione spezzata: quando perdi qualcuno, non perdi solo una persona, ma una rete di micro-legami, abitudini, sguardi, piccoli allineamenti quotidiani, che ti tenevano in fase con il mondo.

Ed è qui che il kuru diventa una figura perfetta della guarigione possibile. I Na’vi possono stabilire lo tsaheylu, un legame con gli animali, connettendo la loro lunga treccia (il kuru), ricca di terminazioni nervose, a un punto neurale dell’altra creatura: un gesto fisico, biologico e rituale. Non è un comando, ma una connessione bidirezionale fatta di ritmo, equilibrio, direzione, paura, calma, un modo di tornare a sentire senza trasformare il dolore in distruzione. La vera battaglia è restare in relazione, perché quando la connessione si spezza, il rischio non è solo perdere qualcuno: è perdere sé stessi.