L’ultimo dominatore dell’aria, recensione di Riccardo Rosati

L’ultimo dominatore dell’aria

 Genere: fantastico

Nazione: USA

Anno produzione: 2010

Durata: 103’

Regia: M. Night Shyamalan

Cast: Dev Patel, Jackson Rathbone, Nicola Peltz, Cliff Curtis, Shaun Toub, Aasif Mandvi, Noah Ringer

Produzione: Paramount Pictures, Nickelodeon Movies, Blinding Pictures, The Kennedy/Marshall Company

Distribuzione: Universal Pictures Italia

Sceneggiatura: M. Night Shyamalan, basata sulla serie animata Avatar –  La leggenda di Aang (“Avatar. The Last Airbender”, 2005 – 2008) di Michael Dante DiMartino e Bryan Konietzko

 

Dominare gli elementi

Aria, Acqua, Terra e Fuoco. Quattro Popoli coinvolti in una guerra brutale, scatenata dalla Nazione del Fuoco. Dopo un secolo di combattimenti, si è persa ormai ogni speranza di porre fine a questa ondata di distruzione. Tuttavia, il coraggioso e giovane monaco Aang scopre di essere l’unico Avatar con il potere di dominare tutti e quattro gli elementi. Insieme alla dolce Katara (una Waterbender) e suo fratello Sokka, Aang cercherà di ristabilire l’equilibrio in questo mondo dilaniato dalla brutalità.

 

Tra Cina e Giappone, con non poca confusione

Con questo adattamento live action della serie animata statunitense, trasmessa con successo in 61 episodi dall’emittente televisiva Nickelodeon,  Shyamalan si propone alle regia di un prodotto dedicato al grande pubblico e alla insegna del facile intrattenimento. Il film, i cui esterni sono stati girati in parte in Groenlandia, è stato riconvertito al 3D in fase di postproduzione.

 

L’ultimo dominatore dell’aria (“The Last Airbender”) è una pellicola vicina all’universo videoludico, con una strizzatina d’occhio anche a quello mistico-religioso. L’opera ha come limite di non offrire quasi nulla di veramente innovativo, mutuando e, talvolta, quasi copiando da altri film, videogiochi e, segnatamente, dai giochi di ruolo. Infatti, proprio in questi ultimi la capacità di manipolare gli elementi e diventarne “dominatori” è una questione antica. La storia diretta da Shyamalan si inserisce a pieno titolo nella personalissima cinematografia di questo cineasta, amante dei generi “promiscui” e delle tematiche legate al soprannaturale, ove la realtà è sempre in qualche modo vincolata ad altre dimensioni che valicano in modo inquietante la sfera del sensibile. A questo talentuoso, sebbene discontinuo, autore va un plauso per il coraggio che sta dimostrando nel volersi cimentare con vari filoni narrativi.

 

Trattasi di una pellicola sicuramente ben fatta, ma che purtroppo sconta un “debito” enorme verso la cultura orientale. Infatti, non soltanto troviamo in essa una glorificazione del Kung Fu e delle sue movenze, a tratti utilizzate in modo bislacco, ma pressoché ogni aspetto del film, dagli abiti agli edifici, sa troppo di feticcio orientale. Verrebbe da chiedersi quale sia stato il motivo che ha spinto gli autori a collocare la storia in un mondo immaginario, se questo poi finisce per assomigliare fin troppo alla Cina e al Giappone premoderni: si passa da un tempio chiaramente Shaolin, nel quale studia il protagonista Aang, a un villaggio contadino che sembra uscito da un film nipponico ambientato durante la prima parte del celeberrimo Periodo Tokugawa (1603 – 1868).

Tuttavia, bisogna riconoscere come anche in questo caso il regista di origine indiana abbia dimostrato la capacità di mettere assieme un’opera dove non manca quel sense of wonder che è in definitiva il sale di ogni soggetto fantastico che si rispetti. Certo, i palesi e continui riferimenti ai monaci Shaolin, insieme a delle sequenze che spesso ondeggiano incerte tra situazioni già sperimentate in saghe cinematografiche di indubbio successo, quali Il Signore degli Anelli (“The Lord of the Rings”, 2001 – 2003) e Le cronache di Narnia (“The Chronicles of Narnia”, 2005 – 2010), penalizzano la originalità del lavoro di Shyamalan. Per dirla tutta, persino lo stesso impianto di base è alquanto banale, lontano anni luce dalla grandezza di autori come per l’appunto J. R. R. Tolkien (1892 – 1973) e C. S. Lewis (1898 – 1963). Per fare un esempio di quanto la trama sia scontata, è sufficiente notare che i cattivi, ovvero quelli della Nazione del Fuoco, utilizzano la tecnologia, mentre tutti gli altri (i “buoni”) sono vicini al potere della Natura. Malgrado ciò, quella de L’ultimo dominatore dell’aria resta sempre una lodevole iniziativa creativa, sensibile alla tendenza attuale che sente forte la esigenza di pace e armonia in una società ormai vessata dagli egoismi umani.

 

In conclusione, Shyamalan firma un Kolossal ambizioso, primo capitolo di una trilogia dedicata alla lotta di Aang contro le forze malvagie, in nome della propria sopravvivenza e di quella del mondo intero. Un prodotto godibile e abilmente confezionato, benché, come indicato, proponga un Fantasy confusionario e decisamente non ingegnoso.

   Riccardo Rosati