Riverboom di Claude Baechtold, recensione di Serena Verdone

Riverboom di Claude Baechtold
A cura di Serena Verdone

Visto nella cornice speciale dell’Accademia di Francia, Riverboom colpisce perché riesce a essere insieme cinema di viaggio, memoria e racconto personale, senza perdere naturalezza.

Ambientato in Afghanistan nel 2002, subito dopo l’invasione statunitense, restituisce con grande efficacia l’atmosfera di quei mesi: strade, incontri, tensione, imprevisti. La scelta più forte, però, è narrativa: il film viene costruito vent’anni dopo, a partire da videocassette ritrovate dopo uno smarrimento. Questo dà al regista uno sguardo raro: può montare il materiale con la consapevolezza di ciò che sarebbe accaduto in seguito, trasformando le immagini in una lettura lucida e completa dell’esperienza.

Il viaggio è anche un percorso interiore: il film intreccia la dimensione del reportage con una storia personale intensa e mostra come affrontare le paure possa diventare un passo concreto verso il superamento del trauma.

Straordinari il lavoro e il coraggio dei reporter: riuscire a incontrare e intervistare i signori della guerra e porre domande dirette e non accomodanti è un risultato notevole, che dà al film energia e valore documentario.

L’Afghanistan che emerge è raccontato anche attraverso ciò che manca: la presenza femminile quasi assente nello spazio pubblico diventa un elemento visivo potente, che alimenta il senso di estraneità dello spettatore verso quei luoghi.