Hallan
Recensione e intervista alla regista Ha Myung-mi
FOTO: Con la regista Ha Myung-mi
Hallan è un film coraggioso. Racconta per la prima volta di un eccidio di civili inermi — oltre 30.000 morti in nome di una campagna anticomunista che la Corea del Sud ha negato per decenni. Ha Myung-mi lo fa senza retorica, senza enfasi e senza alcuna partigianeria politica, come ci racconta lei stessa in una piacevolissima chiacchierata. Lo fa attraverso il corpo di A-jin, una madre di 26 anni separata dalla sua bambina Hae-seng nel mezzo delle operazioni militari che devastano l’isola di Jeju nella primavera del 1948.
È da questo strappo brutale e improvviso che il film costruisce tutto il suo universo emotivo. La fuga delle due, la separazione, il ricongiungimento, e ancora la fuga. Un viaggio che si svolge dentro una natura rigogliosa e incontaminata, che diventa essa stessa un personaggio. Il paesaggio di Jeju assiste alla violenza come un testimone silenzioso: la sua bellezza intatta rende ancora più infernale ciò che accade tra gli esseri umani.
La bravura delle due protagoniste è tale da trasmetterci il loro trauma — trattenersi dal piangere, in almeno una scena, richiede un certo sforzo. E quando ne parlo con la regista, mi spiega che è esattamente quello che voleva. Kim Min Chae, la bambina, riesce a comunicare un’intera tragedia con un solo sguardo.
La cura del dettaglio è ossessiva, nel senso migliore del termine. La regista ci racconta che le attrici hanno studiato il dialetto dell’isola, incomprensibile per gli abitanti di Seul, tanto che il film è sottotitolato anche per il pubblico coreano. Veniamo inoltre a sapere che alcuni indumenti — come un caratteristico impermeabile intrecciato con steli di foglia — sono stati realizzati appositamente da uno degli ultimi anziani che ancora conosce quella tecnica artigianale ormai quasi scomparsa.
Ci ha raccontato anche le enormi difficoltà nel trovare i fondi per un’opera così scomoda: inizialmente ha persino tenuto nascosto il tema del film che voleva girare. Hallan è un film che ha dovuto lottare per esistere. E se fosse riuscito il colpo di stato di due anni fa, oggi non lo avremmo visto — e chissà, forse non avremmo visto più nemmeno la regista.
Durante l’intervista, tiene a farmi sapere che conosce la strage di Sant’Anna di Stazzema e ricorda perfino il numero delle vittime. Guardando A-jin correre tra le macerie, è impossibile non pensare che quelle immagini non appartengono solo al 1948 a Jeju o al 1944 a Sant’Anna. La violenza degli eserciti sui civili inermi è ormai nel nostro quotidiano.
Il finale, prima di indugiare sul monumento alle vittime, ci mostra l’aeroporto dell’isola oggi, con degli echi di spari dal passato. È un dettaglio che il film non spiega, ma che emerge nell’intervista — anzi, è lei stessa a volerci parlare: quell’aeroporto è stato edificato su un’enorme fossa comune, diventando di fatto una tremenda pietra tombale anche sulla verità.
Ma Hallan la riporta alla luce, con la delicatezza e la fermezza di chi sa che certe storie non possono aspettare oltre.
