Silenced Do-ga-ni · Regia: Hwang Dong-hyuk, recensione di Giorgio Passeri

QUI CINEMA · RECENSIONE

“Se lascio la mano di questo bambino non sarò mai un buon padre per mia figlia.”

— Kang In-ho, Silenced

Silenced

Do-ga-ni · Regia: Hwang Dong-hyuk · Corea del Sud, 2011 · 125 min

Ci sono film che si guardano e si dimenticano. Ci sono film che si guardano e si ricordano. E poi c’è Silenced, un film che non si vorrebbe ricordare, ma solo per non essere assaliti da una forte emozione mista a rabbia.

Tratto dal romanzo di Gong Ji-young e ispirato a fatti realmente accaduti agli inizi degli anni 2000 in una cittadina della provincia coreana famosa per la nebbia. Vedremo che questo fenomeno fisico, presente già dalle prime inquadrature, si trasformerà in forma metaforica che quasi ci soffoca per tutto il film. È la storia della scoperta — e della disperata lotta per renderla pubblica — di una serie di abusi sessuali perpetrati ai danni di bambini sordomuti all’interno di un istituto scolastico.

Il film si struttura in due parti. Nella prima seguiamo l’arrivo di Kang In-ho, giovane insegnante, padre separato, interpretato da un Gong Yoo particolarmente ispirato, che ha fortemente voluto partecipare a questo film di denuncia. Giunto pieno di entusiasmo nell’Istituto per bambini sordomuti, scopre lentamente di essere precipitato in un inferno amministrato con metodica crudeltà, dove gli adulti o sono carnefici o sono complici. È un crescendo di orrori, dove il successivo è più insopportabile del precedente. Non c’è retorica. C’è solo la realtà, presentata con una sobrietà che fa molto più male di qualsiasi enfasi. La seconda parte si sposta nell’aula di un tribunale, dove la giustizia diventa una farsa orchestrata da chi ha tutto l’interesse a far scomparire tutto nella nebbia. Il registro cambia nel dramma giudiziario. Insegnanti, poliziotti, religiosi, famiglie: nessuno esce pulito. La colpa non è mai solo dei mostri in prima fila, ma di tutto ciò che ha permesso loro di agire indisturbati per anni — la rete di coperture, gli indifferenti.

Gong Yoo, che il pubblico internazionale avrebbe conosciuto anni dopo con Train to Busan, Goblin e Squid Game, dimostra qui una maturità interpretativa sorprendente. Il suo Kang In-ho non è un eroe: è un uomo ordinario, spesso impotente, che agisce non per coraggio ma per impossibilità morale di fare altrimenti. Ma sono i bambini a portare il peso più grande. I giovani interpreti recitano con una precisione e un’autenticità che lascia sgomenti, e il piccolo Baek Seung-hwan raggiunge in alcune scene momenti di intensità che attori adulti e consumati farebbero fatica a eguagliare.

Ciò che rende Silenced un caso davvero unico va però oltre la qualità del film in sé. Dopo la sua uscita in Corea del Sud, quattro milioni di spettatori lo videro in sala in poche settimane. L’indignazione che ne seguì portò alla riapertura delle indagini sui casi reali, all’epoca archiviati con condanne grottesche grazie alla corruzione e alle pressioni di una potente congregazione religiosa. Nel 2011 il parlamento coreano approvò la cosiddetta “Legge Do-ga-ni”, che inasprì le pene per gli abusi su minori e disabili e abolì il termine di prescrizione per questo tipo di reati. Quanti film possono vantare un simile successo? Il cinema impegnato che produce davvero conseguenze reali nel mondo reale.

Silenced, come abbiamo detto all’inizio, non lo si vorrebbe ricordare, ma lo si dovrebbe guardare, almeno una volta. La sua forza sta in quella frase che Kang In-ho si dice quasi sottovoce e che è in realtà un manifesto: non si può lasciare la mano. Non quando è quella dei più indifesi, e si è gli unici a tenerla.