Beautiful Dreamer
regia di Kwang-kuk Lee
C’è qualcosa di coraggioso nel modo in cui Kwang-kuk Lee affronta un tema che la società, non solo quella coreana, preferisce tenere ai margini: il suicidio, e soprattutto chi resta. Beautiful Dreamer non è un film sulla morte, ma sul dopo. Sul peso che grava su una madre e una figlia che devono fare i conti non solo con un lutto devastante, ma con l’emarginazione silenziosa di chi li circonda.
Il dispositivo narrativo più interessante del film è anche il più discreto: madre e figlia intessono ciascuna, separatamente e senza saperlo, un dialogo immaginario con il padre scomparso. Una proiezione, un fantasma affettivo che permette a entrambe di elaborare, o forse solo di rimandare, quello che non riescono a dirsi tra loro. È un’idea bella e malinconica, anche se il titolo rimane in parte enigmatico, e non è detto che questo sia un difetto.
Lee non vuole fare denuncia. Come ci ha confermato lui stesso prima della proiezione, voleva un film che parlasse a chi è rimasto, non solo di loro. E in questo riesce, c’è infatti una delicatezza nel trattamento del tema che non scivola mai nel melodramma né nell’asprezza del j’accuse.
Il limite, per chi scrive, è nel ritmo. La lentezza è chiaramente una scelta stilistica consapevole, e si capisce, ma in alcuni passaggi la tensione si allenta, e ci si trova ad aspettare che il film riprenda il suo passo. Non abbastanza da compromettere l’esperienza complessiva, ma abbastanza da farsi notare.
Non sempre convince nei tempi, ma il coraggio di guardare dove altri distolgono lo sguardo rimane.
