Incontro con Fukada Koji – Istituto Giapponese di Cultura, Roma 10/04/2026
La prima domanda che gli rivolgiamo riguarda uno dei temi più ricorrenti della sua filmografia: l’amore spezzato o bloccato da forze esterne. Gli chiediamo se si tratti di qualcosa di autobiografico, o se rifletta piuttosto un aspetto specifico della società giapponese. Fukada esita un momento, poi risponde che non sa quanto la società giapponese sia davvero così diversa dalla nostra. Eppure riconosce che è ancora una società profondamente patriarcale, in cui la donna, una volta sposata, tende a scomparire come individuo all’interno della famiglia. Ed è proprio la famiglia a catturare spesso la sua attenzione come regista: quella struttura che ci aiuta a dimenticare la nostra irrimediabile solitudine. Nasciamo e moriamo soli, dice, e gli amici, i colleghi, la famiglia stessa ci aiutano a tenere a bada questa consapevolezza. Ma nemmeno l’amore è risparmiato dal suo sguardo. Anzi, è l’aspetto più crudele dell’amore a interessarlo: quello della scelta che esclude. Perché ogni scelta, nel bene e nel male, porta con sé un risvolto di esclusione — e l’esclusione ha sempre qualcosa di crudele.
Prima della proiezione del film, in cui una idol viene trascinata in tribunale per aver violato la clausola contrattuale che le vietava qualsiasi relazione sentimentale, gli chiediamo se abbia voluto fare un film di denuncia. La risposta è netta: è esattamente ciò che ha voluto evitare. Non gli piacciono i film di propaganda — arriva persino a scomodare Leni Riefenstahl. Nei suoi film non vuole dividere il mondo in buoni e cattivi. Vuole raccontare le storie che lo interessano nel modo più fedele possibile, affinché chiunque possa guardarle e farsi una propria idea. Certo, ammette, tende a scegliere storie in cui una parte debole si scontra con una forte — e nella società giapponese la parte debole è quasi sempre una donna. In Love on Trial ci mostra un microcosmo di costrizioni, dettate da regole contrattuali ma anche sociali. Non è forse, gli chiediamo, la rappresentazione di un macrocosmo? Sorride, ma non smentisce.
Emerge poi il rigore con cui ha costruito il film: ha scelto idol vere e veri fan, e persino lo stralcio di contratto letto in aula è autentico. Una scelta precisa, volta ad attrarre il più possibile le persone che appartengono alle categorie umane e lavorative raccontate nel film. Non si aspetta che Love on Trial faccia il miracolo di far sparire queste regole disumane dall’oggi al domani. Crede però che possa far riflettere, sensibilizzare, sedimentarsi — e che forse, in futuro, possa contribuire a cambiare qualcosa. Con una precisazione che tiene a ribadire: lui ritiene ovviamente lesiva dei diritti umani la regola che vieta i rapporti sentimentali, ma nel film non ci sono “i cattivi”. Ci sono persone che difendono il proprio lavoro, i propri interessi, i propri sogni. Anche il loro punto di vista merita di essere mostrato.
