LA CONDIZIONE, DI MARIO MONFERRINI: UN ROMANZO CHE SI VEDE COME UN FILM Recensione di Catello Masullo

LA CONDIZIONE, DI MARIO MONFERRINI: UN ROMANZO CHE SI VEDE COME UN FILM

Recensione di Catello Masullo

 

Mario Monferrini è nato a Rieti nel 1949. Si è laureato in Lettere, Storia Moderna all’Università La Sapienza di Roma. Coltiva la passione per la scrittura fin dagli anni giovanili.

Sue precedenti pubblicazioni:

1987 – il saggio“L’emigrazione italiana in Svizzera e Germania”.nella collana “ I fatti della storia” diretta da Renzo De Felice, Bonacci Editore

1992 – la raccolta di poesie “L’aliante” per Cultura, Editrice Duemila.

2008 – il romanzo breve “ Lijuba presenza infinita”, Editrice Risolo

 

Suoi componimenti poetici sono presenti in varie raccolte tra cui “ L’autore” per la Firenze Libri , “ di Versi nel vento “, Antologia “Chorus”, “RomainRima”,” Collection Creativity” e nel sito “ @phorism.it “.

 

SINOSSI: La condizione da soddisfare per ottenere un’eredità diventa la chiave per svelare verità accantonate. Un evento drammatico lontano nel tempo e nello spazio, il disastro ucleare di Chernobyl del 1986, riappare con la sua tragica coda e spinge i personaggi di questo romanzo a interrogarsi sui temi fondanti delle relazioni: la passione, la fedeltà, la  maternità; li costringe a rivedere le proprie priorità e li accompagna all’esito finale: il miracolo di rigenerare una famiglia, riconsegnare a una donna la propria identità smarrita, regalare al mondo un giovane uomo che lotta per degli ideali.

 

Il Pregio maggiore di questo romanzo breve è che si “vede” come un film. La carica visionaria, l’incedere coinvolgente della azione, la descrizione materica e icastica dei personaggi, fanno trasudare dalle pagine scritte immagini in movimento su celluloide, come spinte da una inarrestabile pressione osmotica. L’immagine mentale che si forma il lettore si trasforma nelle ombre scolpite dalla luce proiettate su un grande schermo nella sala buia di un cinematografo. L’unico luogo dove un film si può fruire adeguatamente. Specie una storia avvincente come quella delle specie. Anche perché le immagini dei personaggi che vediamo sul grande schermo sono molto più grandi delle dimensioni reali, il doppio, il triplo. E, di conseguenza, sono come quelle che vedevamo da bambini quando guardavamo agli adulti, molto più alte e grandi di noi. Le immagini cinematografiche ci fanno quindi tornare bambini e ci fanno sognare e meravigliare come quando avevamo quelle età. La lettura di “La Condizione” è in grado di darci quel piacere estetico e cinestetico proprio della visione di una grande film in sala. Un romanzo, quindi, che si “vede” come un film. Nella speranza che lo diventi presto.

 

Il romanzo non è presentato in modo cronologico. Le date dei capitoli viaggiano in avanti e indietro nel tempo. Con la logica di un sapiente montaggio cinematografico, che rende la storia più avvincente. Fornendo progressivamente le tessere del mosaico generale (“tessera” in greco indica il numero quattro, gli spigoli di un quadrato o un rettangolo che si possa incastrare con altri pezzi dell’immagine totale, e “mosaico” deriva da “opus musaicum”, cioè fatto ad opera delle Muse, come quintessenza della bellezza).

 

L’autore mostra una acuta capacità di descrizione dei personaggi: “Uno di loro si chiama Andrej, ha due anni, è biondo, vispo, intelligente ma triste, di una tristezza profonda, assorbita nelle ossa; il suo respiro è come un pianto sottile e continuo”.

“I loro volti erano diversi dal solito: né contenti, né arrabbiati, erano come sospesi, in bilico, come se non sapessero quale espressione disegnarsi.”

“Irina era una ragazzina gracile, con un viso allungato che portava a spasso due grandi occhi celesti. I capelli, un indecifrabile intrico di onde e riccioli, assorbivano il colore del sole e lo trattenevano, restituendone con prepotenza tutta la brillantezza.”

 

E degli ambienti di vita: “Per me la famiglia era un castello, un fortino, un luogo fisico che, tirata la porta di ingresso, restava isolato dal mondo esterno, dagli altri, e consentiva a ognuno dei componenti di muoversi senza la preoccupazione di doversi difendere”.

 

E della filosofia di vita: “La parte della sua storia già scritta, le aveva inculcato la precisa consapevolezza che ciò che costruiamo può essere distrutto in qualunque momento da qualcuno o da qualcosa assolutamente non controllata da noi; meglio, allora, non costruire ma usare e consumare tutto quel che la vita ti pone di fronte, senza remore né moralismi.”

 

E delle scene: “Augusto e Gustav, seduti a un tavolino di ferro smaltato del bar di fronte al castello, lasciando andare i pensieri che andavano a sbattere sulle pietre antiche, ne scorticavano l’essenza di vita vissuta da esse trattenuta”.

“Una luce brillante si insinuava tra le fessure delle persiane a cogliere l’andirivieni tra sonno e veglia delle prime ore del mattino ma non era così convincente da farmi alzare, abbandonato com’ero alla pigrizia dolce e discreta della domenica mattina.”

“Il suo sguardo mi preoccupava: sembrava un agnello tolto alla madre e portato a forza in un recinto per essere sacrificato; non parlava ma era come se urlasse!”

“Penetrare telefonicamente negli uffici del Ministero dell’Industria  Ucraino si rivelò per Augusto più difficile che gettare lo sguardo altrove al passaggio di una giovane donna felice di proporre la propria femminilità.”

“un locale composto da un grande salone con angolo cottura, un bagno e una camera che era divisa dal salone da una parete tutta vetri, oscurata da un enorme tendone verde pallido punteggiato da grandi margherite sorridenti. L’intimità era così garantita, anche se le enormi margherite con i petali di un giallo fiammante sembravano visi aperti alla curiosità.”

 

 

E delle riflessioni: “Le parole, se siamo disponibili all’ascolto, non vanno via inoperose”.

“si ritrova una rabbia strisciante, il senso di impotenza di fronte all’aggressività e alla violenza del più forte che da quando l’uomo ha popolato la terra prende proprio dal sapersi più forte l’alimento per ingigantire la propria crudeltà, cancellando l’essenza dell’uomo-fratello.”

“Il filo della vita, dell’inevitabile, diventa un lungo spago che oltre alla cima in partenza ora fa intravedere l’altra cima all’arrivo!”

 

 

E delle metafore: “Quanta disperazione di madri avevo già vissuto con Chernobyl! L’orribile tragedia della centrale! Come una protesi a una gamba, che per qualche momento dimentichi di avere, cammini, ma, appena sforzi l’andatura o tenti di correre manifesta la sua avvilente presenza!”.

“Bagnati e sudati per la corsa sotto la pioggia, dopo il loro incontro a Kiev tutto si era svolto velocemente. Era stato come quando di un gomitolo di spago tiri con determinazione un capo del filo: quasi non hai più la possibilità di fermare il dipanarsi irrefrenabile della corda che, spinta dalla forza dello strappo, non vuole più rimanere avvolta e stretta a comporre un gomitolo inutilizzato.”

 

E delle richieste: “Ti chiedo di tenermi nel tuo pensiero con la leggerezza con la quale si aspetta un’alba: una attesa che, lo sappiamo, sarà sempre appagata fin quando saremo padroni del nostro pensiero.”