LA BANDA MUTA, RECENSIONE DI CATELLO MASULLO

LA BANDA MUTA, RECENSIONE DI CATELLO MASULLO

Credits IMDB

La banda muta

Regia

Alessia Bottone

Sceneggiatura

Alessia Bottone

Produttrice 

Stefania Balduini

Cast

Adele Abbale Maria Concetta

Chiara Bergaglio Caterina

Alessia Bottone Self – Correspondent

Giovanni Galati Caterina

Gaetano Lizzio Ruggero

Piero Nicosia Manfredi

Nadia Perciabosco Costanza

Fotografia

Filippo Marzatico

Montaggio

Alfredo Angelo Orlandi

 

NOTE DI PRODUZIONE E DI REGIA:

È liberamente ispirato all’omonimo racconto dello scrittore siciliano Gaetano Savatteri, il film La banda muta”, scritto e diretto da Alessia Bottone, vincitrice del bando Nuovo IMAIE 2025 per la sceneggiatura e la proposta di regia.

Prodotto da Stefania Balduini per Pistacchio Film e prossimo alla distribuzione festivaliera, il corto- che è stato girato a Roma, ma ambientato in Sicilia- riporta alla luce un tradizione poco conosciuta un tempo in uso nell’Isola: quello della banda muta, chiamata ad accompagnare i funerali senza suonare, in segno di rispetto del dolore. Un rito che appare lontanissimo dalla realtà odierna, e che la regista utilizza per mettere a confronto due epoche: il silenzio di ieri e il rumore dei funerali contemporanei, segnati da dinamiche sociali discutibili in cui il bisogno di visibilità dei partecipanti prevale persino sul rispetto per la morte e per chi sta vivendo un lutto.

Il film racconta la storia di Manfredi, interpretato dall’attore siciliano Piero Nicosia- chiamato a dare l’ultimo saluto all’amico Elio ad un funerale dove, invece di trovare conforto, si confronta con conversazioni superficiali, dinamiche sociali e gesti fuori luogo, come la distribuzione di libri e racconti personali che spostano l’attenzione dal lutto al protagonismo dei presenti. Il dolore sembra così dissolversi, sostituito da un nuovo rituale fatto di presenza e visibilità. È così che, attraverso un discorso in chiesa, Manfredi rievoca la tradizione della banda muta, trasformando il funerale in un momento di riflessione collettiva e invitando i presenti a riscoprire il valore perduto del silenzio.

“La banda muta – afferma la regista quarantenne Alessia Bottone – restituisce alla morte e al rito funebre il loro valore originario, ovvero la celebrazione del passaggio dalla vita terrena alla vita spirituale ma, soprattutto, conferisce un tempo al dolore. Un aspetto che, oggi, appare svuotato di significato: basta guardare ai funerali delle celebrità o persino a tragedie come quella di Rigopiano, diventati occasioni per scattare selfie e postare sui social”.

La regista- che  attraverso questo corto ha reso omaggio anche alle sue origini siciliane- , ha voluto portare in scena non solo emozioni, ma una riflessione sul tema della solitudine nella società contemporanea. “Una solitudine valoriale – spiega-  che ci porta ad affogare nell’egocentrismo, fino al punto da non rispettare nemmeno la morte. La domanda che mi faccio e che attraversa il film è: perché abbiamo bisogno di essere sempre al centro della scena, anche quando c’è il dolore di mezzo? Cosa ci manca davvero, cosa ci affligge, e perché oggi il silenzio ci spaventa così tanto?”.

Una riflessione condivisa anche da Gaetano Savatteri, che accoglie con favore questa trasposizione cinematografica del suo racconto “La banda muta”. “Quando affidi un racconto o un romanzo a un regista- dichiara lo scrittore e giornalista- sai che ne nascerà inevitabilmente un’altra cosa. Ed è bello vedere quali nuove letture possa ispirare una storia. La banda muta si ispira ed era un rito pieno di solennità che ho visto con i miei occhi a Racalmuto, il paese di Leonardo Sciascia. Una tradizione che Alessia ha ben reso nel suo corto,  sottolineando per altro come è cambiato oggi il nostro rapporto con la morte e con il silenzio. Oggi i funerali sono diventati applausi, selfie, show business, soprattutto quando riguardano figure pubbliche. In un tempo di rumore, di chiasso e baccano continuo, è proprio quel silenzio perduto che ci serve, perché è nel silenzio che troviamo lo spazio per guardarci dentro”.

Il cortometraggio è stato realizzato con il contributo di Nuovo IMAIE – Bando Cortometraggi 2025, in collaborazione con la Fondazione Home Movies Archivio Nazionale del film di famiglia e con il premio Panalight 2025, conferito da Manuela Pasqualetti in occasione del Pop Corn Film Festival, vinto da Alessia Bottone con il docu-film “Sette minuti”.

Il film è realizzato con le immagini d’archivio dell’Istituto Luce – Archivio Audiovisivo Movimento Operaio e Democratico e Home Movies di Bologna, unisce un breve, ma preparato cast artistico che vede al suo interno nomi come: Piero Nicosia, Adele Abballe, Nadia Perciabosco, Giovanni Galati, Chiara Barbagallo, Gaetano Lizzo.

 

NOTE BIOGRAFICHE DI ALESSIA BOTTONE:

Regista, sceneggiatrice e giornalista iscritta all’Ordine dei Giornalisti Regione Veneto dal 2015, laureata in Istituzioni e Politiche per i Diritti Umani e la Pace. Nel 2017 consegue il Master in Sceneggiatura “Carlo Mazzacurati” dell’Università degli Studi di Padova e nel 2022 si diploma in Regia all’Accademia del Cinema Renoir di Roma. Nel 2018 frequenta la Scuola Holden di Baricco a Torino dedicandosi ai laboratori di scrittura narrativa. Ha lavorato e studiato all’estero per cinque anni, nell’ambito dei seguenti programmi: Erasmus, Erasmus Placement, Servizio Civile Internazionale, tirocinante alle Nazioni Unite di Ginevra e volontaria nell’ambito di Servizio di Volontariato Europeo finanziato dalla Commissione Europea. Tra il 2006 e 2011 quindi soggiorna in sette Paesi Ue ed Extra Ue studiando inglese, francese e spagnolo, ottenendo un livello C1 per tutte e tre le lingue. Dal 2021 ha lavorato sul set e nella produzione di film internazionali tra i quali “Without Blood” di Angelina Jolie, “Conclave” di Edward Berger, “A Sudden Case of Christmas” con Danny De Vito, “The Pope Exorcist” con Russell Crowe, Luca Guadagnino, “White Mars” di Martin Owen, “Il Conte di Montecristo” di Billie August, e di film italiani tra i quali “Duse” di Pietro Marcello. Si è occupata della regia e sceneggiatura dei cortometraggi “Violenza invisibile”, “La Napoli di mio padre”, realizzato con materiale di archivio, interpretato da Valentina Bellè – Menzione Speciale Nastri d‘Argento 2021, vincitore di 27 Premi (tra cui Miglior Sceneggiatura, Miglior Regia, Miglior Montaggio), selezionato a più di 90 festival internazionali e italiani e tradotto in 8 lingue – e “Sette Minuti” cortometraggio selezionato a 65 festival e vincitore di 30 Premi internazionali. Nel 2025 risulta vincitrice del bando Nuovo IMAIE con la sua sceneggiatura e proposta di regia con il cortometraggio “La banda muta”. Tra il 2018 e il 2019 dirige e produce due documentari: “Ritratti in controluce” e “Ieri come oggi”. Nel 2013 pubblica “Amore ai tempi dello stage”, per Galassia Arte e “Papà mi presti i soldi che devo lavorare?”, Edizioni Feltrinelli. Nel 2017 le sono stati riconosciuti alcuni premi per le sue inchieste: il Premio Giornalistico Claudia Basso con l’inchiesta Pfas, il Premio Bisceglia per la comunicazione sociale e il Premio Massimiliano Goattin. Nel 2018 rientra tra i finalisti del Premio Cesare Zavattini per la realizzazione di progetti di riuso creativo del cinema d’archivio.

 

 RECENSIONE DI CATELLO MASULLO:

La frase posta ad esergo iniziale del film ci mette sulla buona strada: “Il funerale è un palcoscenico per attori mai apparsi nelle scene precedenti”. “La Banda Muta” ha un valore etnologico di rilievo. Ci racconta di usanze di comunità siciliane, sconosciute ai più, ma, a pensarci bene, perfettamente comprensibili e giustificate dai contesti sociali e antropologici di formazione. La mancanza di una tradizionale banda musicale di accompagnamento ad un funerale, avrebbe potuto far pensare alla “gente” che si trattasse di una cerimonia per gente povera, o comunque dal “braccino corto”. Non sia mai! La banda ci deve essere, in formazione piena, in alta uniforme e ben pagata. Ma una eventuale musica eseguita non sarebbe stata confacente alla serietà ed al dolore dei congiunti. Ed allora la banda c’è, accompagna la processione delle esequie, ma non suona. È muta. Salva tutte le apparenze sociali, ma rispetta il silenzio proprio del contegno e della dignità della bisogna: Geniale! “La Banda Muta appartiene ad un controsenso… ad un pensiero che ha le sue radici profonde in Sicilia… la Banda Muta appartiene al pirandellismo di natura: così è se vi pare. Così era, e quindi non poteva essere altrimenti. A me affascinava la banda muta… mi pareva che con i musicanti silenziosi, gli ottoni e i tamburi senza suono, diventasse ancora più terribile la morte” recita la voce fuori campo di Manfredi.

“Di Cosa è morto?” Chiede Manfredi alla sorella di Elio, appena deceduto. “Muntruzzonìa!”, è la risposta.

“Oggi di rumore non c’è bisogno. Credo che a questo teatrino, Elio avrebbe preferito l’eleganza del silenzio… E allora silenzio, passa la Banda Muta!” (così conclude Manfredi, ad esergo finale del film, la sua orazione funebre improvvisata, in luogo di quella che aveva preparata scritta).

Il film di Alessia Bottone è un capolavoro, una sinfonia di silenzio, un inno al silenzio. In contrapposizione all’insopportabile rumore di fondo, in tutte le accezioni possibili.

Formidabile l’uso del repertorio, che la Bottone aveva già impiegato, con ineguagliabile talento, nel suo precedente, lirico, “La Napoli di mio padre”, a dare matericità fisica ai racconti fuori campo del protagonista Manfredi, magistralmente interpretato da Piero Nicosia. Impeccabile la parte di finzione, a colori vividi, scolpiti e netti, con uso suggestivo, sapiente ed esperto dei bui.

VALUTAZIONE SINTETICA: 9