VULNERABILI (recensione di Massimo Brigandì)

VULNERABILI

Di Massimo Brigandì

 

Tre vicende che si intrecciano tra loro, tre storie che ci raccontano ancora una volta la complessità dei rapporti sentimentali e di quelli tra genitori e figli.

Nella prima Josephine (Alice Isaaz), ignorando gli ammonimenti dei suoi, sposa Tomas (Vincent Rottiers), ma la loro unione finisce presto in un gorgo di violenza domestica in cui nessuno, neanche la polizia, sembra poter trovare una soluzione duratura.

Poi è la volta di Vincent (Eric Elmosnino) che, oltre a dover affrontare la separazione con la moglie, scopre che la figlia Mélanie è rimasta incinta del suo professore, un uomo anziano, e che ora i due intendono perfino sposarsi dopo appena cinque mesi di frequentazione.

Infine facciamo la conoscenza di Anthony (Damien Chapelle), giovane studente di lingue, che deve gestire il non facile problema della rottura fra i suoi genitori. La causa è la relazione del padre con una donna molto più giovane di lui, ma a dargli maggior filo da torcere è però la madre prepotente e castrante (Brigitte Catillon), che in seguito al tradimento subisce un crollo psicologico e viene ricoverata in una clinica psichiatrica.

Gilles Bourdos, ancora sceneggiatore e regista dopo “Afterwards” (2008) e “Renoir” (2012), firma una dolorosa riflessione su quello che sembra essere il moderno sfaldamento della famiglia, l’aggressione su più livelli a quella che dovrebbe essere una delle pietre angolari della società (il titolo originale infatti è il più attinente “Specie in pericolo”).

Va detto però che, nonostante si presenti come una serie di tre racconti interconnessi, il fulcro principale del film rimane la spaventosa situazione in cui si trova Josephine, prigioniera del vigliacco e manesco Tomas. Incapace di reagire, di denunciare, pronta a giustificare sempre le botte e i soprusi, essa è una vittima drammaticamente attuale. Le sue tribolazioni finiscono per angosciare lo spettatore, ma riescono anche a creare una sensazione di rabbiosa impotenza nei confronti dei retroscena di tanti fatti di cronaca di cui ci capita spesso di leggere solo il tragico epilogo.

Sono molto deboli, e a tratti perfino un po’ tirate, le interazioni con gli altri due filoni della pellicola, ed è un peccato perché il personaggio di Vincent su tutti avrebbe meritato un miglior approfondimento. Il problema che egli deve affrontare con la giovane figlia, con la prospettiva di ritrovarsi con un genero di ben diciotto anni più anziano di lui (e con già due matrimoni e tre figli alle spalle!) scompare totalmente dalla narrazione. Dopo una sequenza introduttiva, in cui deve vedersela telefonicamente con l’ultrassessantenne professore universitario, quello che prometteva essere un interessante spunto, infatti, si vaporizza. Vincent, abbandonato il tetto coniugale, diventa semplicemente il vicino di Josephine e Tomas, testimone anch’egli impotente della tragica situazione che si va evolvendo tra le mura dell’appartamento accanto. In tutto questo, poco aggiunge la strana storia di Anthony (la più debole di tutte), la cui apparente maturità, contrapposta alle assurdità dei comportamenti dei suoi genitori, si scioglie strada facendo in una figura triste, asociale e perfino inquietante nel suo rapporto per nulla equilibrato con le donne. Uno scontato complesso di Edipo fa capolino dietro la sua incapacità di relazionarsi perfino con un’anonima chat erotica.
Il film, del 2017, era previsto per arrivare nelle nostre sale il 12 marzo, ma naturalmente la situazione di questi mesi ne ha rimandato l’uscita. Tutto sommato, si tratta di un’ottima prova attoriale da parte dell’intero cast, su cui spiccano Joseph (Grégory Gadebois) il disperato padre di Jospehine, il Rottiers, capace di rendere incredibilmente odioso e realistico il violento Tomas, e la Isaaz che incarna alla perfezione l’enorme fragilità psicologica di una ragazza che si sente prigioniera di una situazione senza via d’uscita, in cui gli aiuti offerti, secondo lei, possono perfino peggiorare le cose.

Ma la sensazione di profonda irritazione che si prova durante il film, certamente voluta e cercata da Bourdos, rendono questo titolo (le cui storie sono a tratti inconcludenti) un’opera fin troppo cinica, dove a poco servono le note finali in cui si cerca di intravedere un pizzico di speranza in tutto il desolato quadro.