Premio Zavattini 

Martedì 5 luglio 2022 – ore 21:00
Aurora Palandrani, Giacomo Ravesi e Luca Ricciardi
presentano i bandi 2022/23 del Premio Zavattini 
e della Residenza Artistica Suoni e Visioni UnArchive
Partecipano gli autori e le autrici dei film in programma,
vincitori delle passate edizioni.A seguire la proiezione delle opere vincitrici.

 

ROMA

Banchina Lungotevere di Ripa Grande
altezza San Michele – discesa da Ponte Sublicio
Ingresso libero su prenotazione alla mail: staffscena@gmail.com

 

 

 

Saranno presentati al pubblico i due bandi organizzati dall’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico rivolti ai giovani maggiorenni che non abbiano ancora compiuto il trentaseiesimo anno di età. Si tratta del Premio Zavattini e della residenza artistica Suoni e Visioni UnArchive, i cui regolamenti sono già online sui siti ufficiali https://premiozavattini.it/https://unarchive.it/unarchive-suoni-e-visioni/

Il termine “UnArchive” rappresenta il fil rouge di molte attività dell’AAMOD: suo obiettivo è quello di restituire, con la rielaborazione di documenti audiovisivi pre-esistenti, una materia cinematografica viva e intrisa di significati nuovi e altri rispetto a quelli originari.

I bandi verranno illustrati dai curatori delle due iniziative Aurora Palandrani, Giacomo Ravesi e Luca Ricciardi. A seguire, la proiezione delle opere vincitrici delle ultime edizioni: per il Premio Zavattini Il mare che non muore di Caterina Biasucci, Lo chiamavano Cargo di Marco Signoretti ed Heimat di Giovanni Montagnana; per Suoni e Visioni Battlefield di Silvia Biagioni, Io ho fissato il fuoco di Salvatore Insana e Silvia Cingoli e Dal giorno finché sera di Alessandro Gattuso e Luca Maria Baldini. Alla serata, che parte del ciclo di incontri “Zavattini Live“, parteciperanno gli autori delle opere. L’ingresso è libero con prenotazione consigliata su staffscena@gmail.com

 

LE OPERE VINCITRICI DEL PREMIO ZAVATTINI 2020/21

 

IL MARE CHE NON MUORE – CATERINA BIASUCCI

 

Il diario della nonna mai conosciuta, i ricordi della madre, un lessico famigliare che si mescola a frammenti di altre narrazioni, compongono il racconto del film in cui si specchia un immaginario femminile, insieme intimo e universale. Ada, la protagonista, si lascia trasportare dal mare in cui nuota, un movimento che le permette di ripercorrere la sua vita, la giovinezza, l’unico amore, la nascita della figlia e la fine del matrimonio che vive come un lutto senza più speranza. Nell’acqua è sospesa tra presente e passato ritrovando il suo “io” più profondo, la parte di sé bambina, la sua innocenza, la spensieratezza, lo stupore. Chi è Ada con le sue parole di commozione, di gioia, di rabbia, di dolore? Quale donna possibile, quale esperienza, che groviglio di cultura, di ossessioni, di fragilità?

Utilizzando l’archivio, anche privato, come un “luogo della memoria” la regista esplora un arco temporale che va dagli anni Quaranta a oggi; il passare del tempo viene restituito attraverso il cambiamento dei formati delle immagini, dalla pellicola al digitale, fino alle riprese col cellulare restituendo così anche una storia dei film di famiglia.

 

Caterina Biasucci

Nasce a Napoli nel 1995. Si laurea in Lingue Lettere e Culture Comparate all’Orientale di Napoli. Nel 2014 frequenta Filmap, l’Atelier di cinema del reale coordinato da Leonardo Di Costanzo, lo stesso anno realizza il suo primo corto, 668. Il successivo Appunti sulla mia famiglia (2017) viene presentato nel concorso Prospettive di Filmmaker e vince il premio al miglior documentario nel 2018 al Napoli film festival.

Nel 2020 vince il Premio Zavattini col progetto Il mare che non muore.

 

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LO CHIAMAVANO CARGO – MARCO SIGNORETTI

 

Italia, fine anni ’60. In un villaggio del Mezzogiorno arrivano due forestieri: il primo ha una cinepresa, il secondo ha una pistola. Attraversando quella terra desolata, i due avranno un’occasione insperata per cambiare il corso della storia.

“Lo chiamavano Cargo” è uno spaghetti western realizzato interamente con materiale d’archivio che, rifacendosi al cinema di genere, restituisce uno spaccato di quarant’anni di vita del nostro Paese: dal secondo dopoguerra all’alba della contestazione, il film è una rilettura dissacrante dei miti dell’epoca visti con gli occhi di chi la Storia non l’ha fatta ma subita.

 

Marco Signoretti

Nasce a Roma nel 1988. Diplomato in Montaggio della scena presso la scuola Gian Maria Volonté e laureato in DAMS con una tesi su Ettore Scola, dopo una breve esperienza come videomaker in un’agenzia di stampa, inizia a lavorare come assistente al montaggio e montatore per il cinema e la tv. Tra i suoi ultimi lavori il film Quasi Natale di Francesco Lagi e la serie Netflix Summertime. Nel 2020 vince il Premio Zavattini con la sceneggiatura del suo primo corto, Lo chiamavano Cargo, che dal 2021 è stato selezionato e in importanti festival tra cui Bogoshorts ed El Gouna.

 

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HEIMAT – GIOVANNI MONTAGNANA

 

A metà tra il documentario e l’installazione artistica, Heimat, a partire dalla frammentazione creativa delle Ultime lettere da Stalingrado, una raccolta di lettere scritte nel dicembre 1942 da soldati tedeschi assediati nella sacca di Stalingrado, è un’indagine sensoriale ed universale di quell’oggetto così misterioso che è il ricordo di Casa: un oggetto misterioso, sfuggente, sempre sull’orlo della dissolvenza. In Heimat convivono la pasta di vecchi film di famiglia, pennellate di colore e residui chimici della pellicola in decomposizione. Una realtà che diventa onirica, quasi allucinazione. Le immagini e i suoni in Heimat esprimono tutta la loro materialità, il loro essere oggetti segnati dal tempo, consumati e rovinati. Un’esperienza cinematografica estremamente sensoriale per riflettere sul ricordo, su ciò che ci lega ai nostri affetti, su tutto ciò che chiamiamo Casa. In una parola: il nostro Heimat.

 

Giovanni Montagnana 

È un filmmaker e visual Designer. Nato a Grosseto ma vive da sempre a Verona, si è laureato in Cinema al Dams di Bologna con una tesi sulla transizione dalla pellicola al digitale raccontata nelle pagine dell’American Cinematographer. Si divide tra video pubblicitario commerciale e ricerca cinematografica personale.

 

LE OPERE VINCITRICI DI SUONI E VISIONI UNARCHIVE 2019/2020

 

BATTLEFIELD – SILVIA BIAGIONI e ANDREA LAUDANTE

 

Intimo, estraneo, virginale, oggetto, etereo, frammentato, altro: il corpo femminile è il campo di battaglia di una generazione di donne che, tra gli anni ’60 e ’70, ne rivendica la riappropriazione. Battlefield è un tributo alla seconda, storica, ondata femminista. Attraverso frammenti di realtà ricostruisce un momento cruciale della storia. Il suono dà voce alle immagini dell’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, per esplorare i diversi immaginari femminili al centro di questa lotte. Il montaggio e la musica si fondono per condurre lo spettatore in un luogo evocativo che ha a che fare con la memoria ma anche con il presente. In tal senso, Battlefield e’ un viaggio nello spazio sonoro, visivo ed emotivo. Il trattamento delle immagini è minimale, rigoroso, lo sguardo si muove tra esterno e interno; il discorso musicale, incentrato sulla concezione meccanica ed elettronica del suono strumentale e sul riutilizzo dell audio d’archivio, guida la narrazione attraverso molteplici paesaggi interiori, in una riappropriazione personale e soggettiva dell’archivio storico.

 

Silvia Biagioni

Montatrice e filmmaker specializzata in documentari, con un focus su film d’archivio, found footage, documentari partecipativi e film essays. Diplomata al Goldsmiths College di Londra, ha lavorato a progetti per BBC, Vice, ITV, Channel 4, e come assistente a Walter Murch sul documentario Coup 53. Nel 2015 ha realizzato il suo primo documentario, Nulla di essenziale avviene in assenza di rumore, in collaborazione con il collettivo berlinese Praxis Records.

 

Andrea Laudante

Nato nel 1993, è un compositore e polistrumentista campano. Nel 2014 partecipa alla colonna sonora di 19 Dicembre ’43 di Donato Cutolo, con Fausto Mesolella e Daniele Sepe. Dopo “3 mandala” (2016), “Banat banat ban jai” (Krysalisound 2020) è il suo primo disco. Insieme con Francesco di Cristofaro e Gabriele Tinto forma il trio d’improvvisazione degoya, con cui pubblica “Fragmenta” (Liburia records 2020). Dal 2017 è membro dell’OEOAS (orchestra elettroacustica officine arti soniche). Attualmente studia composizione e musica elettroacustica presso il Conservatorio di Napoli.

 

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IO HO FISSATO IL FUOCO – SALVATORE INSANA e SILVIA CIGNOLI

 

Io ho fissato il fuoco per sempre è un’indagine sull’atto di guardare e di essere guardati, una storia dello sguardo (non) archiviato.

Un’ipnosi collettiva, un nemico invisibile, subliminale, un’energia impalpabile sul punto di esplodere. Lo sguardo del soggetto filmato, quello della macchina da presa e quello dello spettatore innescano un’ossessione partecipata, fatta di occhi in azione. Occhi che fissano, il vuoto o il prossimo. Incroci. Incontri mancati. Repentine accensioni. Tra paura e desiderio. La minaccia è fuori campo? Se c’è una soggettiva, è quella di chi?

Modi di vedere. Di accorgersi di essere visti. C’è qualcuno, fuori campo, che agisce come dispositivo sotterraneo, meccanismo non rivelato all’occhio dello spettatore. Qualcuno minaccia o intacca la quiete della nostra visione e staccare lo sguardo troppo presto, si sa, potrebbe risultare fatale.

Il respiro interno delle immagini è mosso da pensieri veloci, primitivi, passaggi di stato sulla soglia dell’automatismo di natura più onirica. Lo sguardo dei soggetti/oggetti fatti riaffiorare dall’archivio si trasforma in “errori sonori di segnale”, “pensieri-suoni” che assumono una loro matericità, sostanza ben tangibile eppure sempre sfuggente, diventando da effimeri presagi a realtà concrete con cui relazionarsi. L’occhio della macchina da presa, associato al suono, si fa interprete di realtà astratte o immaginate, diventando di volta in volta da presenza misteriosa, ospite inatteso, intruso ben accolto, ingombrante e quanto mai reale e concreto elemento di sfida e di lotta, enigmatico, sospeso, interdetto, concentrato. La messa a fuoco dello sguardo, come quella della macchina da presa, è esercizio sul confine della meditazione. Pratica meditativa del concentrare lo sguardo su un oggetto, connessione sguardo-mente attuato con precisione e ostinazione. Pratica antropologica dell’indagare l’evoluzione e la continua dialettica del rapporto tra “verità” della presenza e predisposizione ad una messa in scena di sé stessi.

Quelli che guardano l’obiettivo vedono già il futuro? Immortalano lo sguardo. Osservano scorrere la vita (o la morte) nei propri occhi?

Quelli che guardano in camera cercano un posto libero nelle stanze e nell’anima di chi li osserva e cattura filmandoli?

Cosa succede nel momento di fissare la camera? Si può dilatare questo momento, moltiplicarlo, esportarlo, espropriarlo alla biomeccanica “naturale” e farne altro attraverso il montaggio audiovisivo?

 

Salvatore Insana

Ha frequentato il Dams dell’Università di RomaTre concludendo il suo percorso magistrale nel 2010 con un elaborato sul concetto di inutile. Porta avanti la sua ricerca tra arti visive, arti performative e altre forme di revisione ed erosione dell’immaginario, collaborando con numerosi musicisti, sound designer, coreografi e compagnie teatrali. Nel 2011 crea con Elisa Turco Liveri il collettivo Dehors/Audela, con il quale ha dato vita a opere video-teatrali, performance di danza, progetti di ricerca audiovisiva, workshop sperimentali. Le sue opere sono state presentate all’interno di numerosi festival ed eventi espositivi multidisciplinari in Italia e all’estero.

 

Silvia Cignoli

Chitarrista classica ed elettrica, musicista versatile, spazia dalla musica classica alla contemporanea, dall’improvvisazione radicale all’avant-rock ad una propria creazione musicale, crossover fra il suo background accademico e la musica elettronica. Nei suoi lavori, una raffinata ricerca timbrica su chitarra aumentata, tastiere, elettronica, processori di segnale e oggetti sonori, confluisce per creare paesaggi sonori immaginifici a cavallo fra ambientazioni subacquee e astrali.

Nel 2020 esce il disco solistico The Wharmerall per l’etichetta Pitch the Noise Records, e nel 2021 esce Digital Memories From a Suspended World per Blue Spiral Records, colonna sonora del documentario Tutte a casa – memorie digitali da un mondo sospeso per la regia di C. D’Eredità, N. Baratta, E. Marino. Entrambi i dischi vengono accolti in maniera entusiastica dalla critica.

È laureata in chitarra presso la Fondazione Scuole Civiche Milano e presso il Conservatorio di Milano ed ha conseguito un Master of Arts in Music Performance presso il Conservatorio di Lugano (CH). In ambito classico e contemporaneo ha vinto diversi concorsi e partecipato alle prèmiere di decine di brani di nuova composizione (fra cui la prima italiana di The Yellow Shark di Frank Zappa), collaborando nelle più importanti stagioni italiane di musica contemporanea.

Ha suonato come solista, in ensemble e in orchestra In Italia, Svizzera, Oman, Cipro (in residenza per Interfaces ed EUC University), Germania, Russia.

È co-autrice del progetto “irid.”, un ensemble cross-mediale e spesso ha lavorato per progetti site-specific che combinano musica antica e sperimentale come Arianna… il suon de bei lamenti, una performance interattiva omaggio a Claudio Monteverdi.

È inoltre parte del duo IN/ELEKTRA con la bassista Valentina Guidugli con la quale pubblica l’album Shimmering Behaviour per l’etichetta inglese Industrial Coast.

Attiva anche nell’ambito della musica per immagini, ha realizzato recentemente diverse colonne sonore fra cui quella per il film Io ho fissato il fuoco per sempre di Salvatore Insana in collaborazione con Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico.

Ha tenuto corsi su chitarra aumentata e musica sperimentale in alcuni Conservatori Italiani e in Svizzera. Insegna chitarra presso la Fondazione Scuole Civiche Milano.

 

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DAL GIORNO FINCHÈ SERA – ALESSANDRO GATTUSO

 

Una voce ci conduce nella nebulosa dei ricordi di un uomo. Le immagini d’archivio si mescolano cercando di dar forma al passato. Momenti d’infanzia, dell’età adulta e il ricordo dell’amore per un altro uomo emergono come archeologia di una memoria scomposta e frammentata. Un’elegia personale e collettiva allo stesso tempo, in cui amarezze e gioie si compenetrano evocando un vissuto.

 

Alessandro Gattuso

Nasce a Vico Equense (NA), si laurea in cinema all’accademia di belle arti di Napoli, città dove vive e lavora.  Collabora in diversi ruoli a cortometraggi e lungometraggi documentari. Nel 2015 dirige a Barcellona il suo primo cortometraggio Por Cuestion de corazón presentato in festival nazionali e internazionali. Nel 2016 entra a far parte di FILMaP Atelier di Cinema del Reale di Napoli alla fine del quale realizza il documentario Antonio degli scogli selezionato al Trieste Film Festival 2017, al festival del cinema italiano di Lisbona e riceve una menzione speciale al Napoli film festival.  Collabora come fotografo con la testata Vice con reportage legati alla città di Napoli. Nel 2020 è selezionato per la residenza Suoni e Visioni dell’archivio cinematografico Aamod e dirige il corto Dal giorno finché sera selezionato in numerosi festival e menzione speciale al Loversfilmfestival. Con il progetto fotografico Cosmi, sviluppato all’interno del Laboratorio irregolare 03 diretto da Antonio Biasiucci, si aggiudica il secondo premio al Portfolio Italia 2022, ed espone al Centro di fotografia di Bibbiena, partecipa al Festival di Castelnuovo fotografia 2022. La sua ricerca personale è incentrata su tematiche che riguardano l’identità, la memoria e la cultura queer.

 

PREMIO ZAVATTINI 
Sito ufficiale:premiozavattini.it
SUONI E VISIONI UNARCHIVE

Sito ufficiale:

unarchive.it/unarchive-suoni-e-visioni

 

 

 

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