LIFE IS (NOT) A GAME (Recensione di Rossella Pozza)

LIFE IS (NOT) A GAME (Recensione di Rossella Pozza)

un film di ANTONIO VALERIO SPERA con LA STREET ARTIST LAIKA

una co-produzione Italia – Spagna

Documentario; 83’ Italia / Spagna

Ufficio stampa: Gargiulo&Polici Communication Licia: licia@gargiulopolici.com – 389 9666566 Francesca: francesca@gargiulopolici.com – 329 0478786 www.gargiulopolici.com

CAST

Regia ANTONIO VALERIO SPERA

Soggetto ANTONIO VALERIO SPERA

Sceneggiatura DANIELA CESELLI, ANTONIO VALERIO SPERA

Direttore della Fotografia VINCENZO FARENZA

Montaggio MATTEO SERMAN

Musica LORENZO TOMIO

Produttori ALESSANDRO GRECO, PABLO DE LA CHICA Produzioni MOREL FILM, SALON INDIEN FILMS Una co-produzione ITALIA – SPAGNA

SINOSSI: Due anni di storia recente raccontati attraverso gli occhi di Laika, street artist romana di cui non si conosce l’identità. Ironia, provocazione, denuncia le sue cifre stilistiche. La pandemia dilaga, il virus e le sue conseguenze sociali diventano i temi ricorrenti delle opere dell’artista. Ma quando termina il lockdown e il pianeta rimane assorbito dal terrore per il Covid19, Laika intraprende un viaggio lungo la “rotta balcanica” per restituire voce e volto al mondo degli “invisibili”.

LIFE IS (NOT) A GAME “A wall is a very big weapon” Banksy “L’arte non è uno specchio che riflette il mondo ma un martello con cui scolpirlo” Vladimir Vladimirovič Majakovskij “La forma delle cose si distingue meglio in lontananza” Italo Calvino Life Is (Not) A Game, esordio alla regia di Antonio Valerio Spera, non è un convenzionale documentario sull’arte, né un classico biopic, è piuttosto il racconto degli ultimi due anni della nostra vita mostrato attraverso gli occhi di Laika, street artist che, forse più di altri, ha colto e raccontato i momenti, i personaggi e le sensazioni del singolare periodo della pandemia. Cercando di riproporre e rispecchiare l’estetica delle opere dell’artista, il film si presenta con un’impronta “pop”, fatta di contaminazioni e omaggi, in bilico costante tra ironia e profondità d’analisi. Cadenzato dai video-appunti amatoriali realizzati dalla stessa Laika, con cui l’artista, nel tempo, ha documentato le varie tappe del suo percorso creativo e i suoi commenti sui fatti più importanti che hanno segnato il drammatico biennio 2020-2021, il film vuole essere una riflessione sulla contemporaneità e sull’arte come filtro di lettura di quest’ultima. Febbraio 2020, poche settimane prima di essere travolti dalla pandemia, la street artist Laika inizia ad occupare le prime pagine dei giornali più importanti del mondo con le celebri opere “#Jenesuispasunvirus” e “L’abbraccio”. La prima raffigura Sonia, la nota ristoratrice cinese della capitale, il cui poster viene affisso nel quartiere Esquilino di Roma. Il disegno racconta la prima fase dell’epidemia di Coronavirus, quando l’emergenza era ancora confinata quasi esclusivamente in Cina, mentre in Italia si registravano numerosi episodi di discriminazione ai danni di uomini e donne dai tratti somatici orientali. La seconda, invece, è il grido di denuncia dell’artista per la detenzione di Patrick Zaki, il giovane studente egiziano dell’Università di Bologna prigioniero in Egitto. Nel poster, affisso nei pressi dell’Ambasciata egiziana, Giulio Regeni abbraccia Zaki rassicurandolo del fatto che “stavolta andrà tutto bene”. La macchina da presa segue Laika nei suoi blitz notturni, nel confinamento durante i duri mesi del lockdown, per poi accompagnarla in Bosnia all’inizio del 2021, quando l’artista decide di intraprendere il viaggio sulla rotta balcanica per denunciare le atroci condizioni di vita dei migranti, poi in Polonia al confine con l’Ucraina nell’aprile del 2022. Con immagini di repertorio e interviste a “gente comune” e personaggi pubblici, in qualche modo legati alle opere dell’artista o agli argomenti da esse trattati, Life Is (Not) A Game si sofferma sulle varie fasi e sugli avvenimenti che hanno segnato questi anni, osservati proprio dal punto vista dell’attacchina romana: si passa dalla discriminazione verso la comunità cinese all’obiettivo “immunità di gregge” di Boris Johnson, dalle conseguenze economiche della pandemia e della didattica a distanza alla nascita del governo Draghi. Dietro e oltre questo, però, l’arte di Laika ha saputo far riflettere anche sulle tematiche che la tragedia del virus ha purtroppo messo in secondo piano, come razzismo, diritti delle donne e migrazione. E il film vuole soffermarsi in particolare su quest’anima dell’artista, concentrandosi sull’impegno di Laika nel denunciare le condizioni disumane dei migranti. Proprio per questo il viaggio in Bosnia con tappa nei luoghi simbolo della “rotta balcanica” e l’incontro con i migranti stessi al confine con la Croazia, diventa il cuore pulsante del film, collegandosi anche alla tragicità dell’attualità bellica. Il documentario, così, partendo dalla cronaca, mostra il percorso creativo dell’arte verso la sua rappresentazione e rielaborazione, e racconta questo percorso fatto di fantasia, adrenalina, “gioco”, e il parallelo crescendo della coscienza civile dell’artista. Un percorso che la porta a mettere gradualmente da parte l’anima ludica del suo lavoro e la spinge fuori dai confini nazionali per lasciar esplodere esclusivamente rabbia e denuncia. E, dopo la toccante esperienza sulle nevi bosniache, in un epilogo appassionante, l’artista si interroga e interroga tutti sul destino della nostra società: “FUTURO. Voi riuscite a vederlo?”.

IL VIAGGIO IN BOSNIA A febbraio 2021 Laika ha intrapreso un viaggio in Bosnia nei luoghi simbolo della rotta dei Balcani, dove i migranti vivono in condizioni disumane nel tentativo di superare il confine ed entrare in Unione Europea. Attraverso una serie di poster, l’artista ha voluto denunciare i respingimenti e le violenze della polizia croata nei confronti dei richiedenti asilo in cammino sulla rotta balcanica. Un monito all’Unione Europa affinché accolga queste persone e garantisca loro delle condizioni di vita umane. I poster sono stati affissi in alcuni luoghi simbolici che rappresentano la vita dei migranti come: i rifugi di fortuna nei quali abitano, i boschi di frontiera dove tentano il ‘game’, il campo di Lipa e nei pressi del campo Miral.

IL TITOLO DEL FILM Il titolo del film prende spunto dal titolo delle opere realizzate da Laika sulla rotta balcanica: Life Is Not A “Game”. Il poster è una denuncia esplicita della violenza esercitata dalla polizia sui migranti che provano il cosiddetto “Game”, come viene definito il tentativo di attraversare il confine con la Croazia. La scelta del titolo, con l’uso delle parentesi nella negazione, vuole evocare la doppia anima dell’artista, fra ironia e impegno sociale.

I LUOGHI DEL FILM Il film è stato girato principalmente in Italia e in Bosnia. Le riprese in Italia si sono svolte prevalentemente a Roma, con una breve incursione a Bologna. Roma è mostrata quasi sempre di notte, momento della giornata privilegiato da Laika per attaccare le sue opere sui muri. In Bosnia, invece, le riprese si sono tenute in pieno inverno, tra le nevi di Lipa, Bihac, Velika Kladusa e nelle aree circostanti, luoghi simbolo della rotta balcanica. Molte scene sono state girate nei rifugi temporanei dei migranti. Altre location importanti sono: Francoforte, in Germania, e Przemyśl, in Polonia al confine con l’Ucraina. Il documentario mostra inoltre le immagini inedite del laboratorio di Laika, nel quale l’artista crea le sue opere con varie tecniche compositive.

NOTE DI REGIA Life Is (Not) A Game rappresenta il mio esordio alla regia. È un progetto che è nato all’improvviso, da una necessità inaspettata. Da appassionato e poi da studioso, ho sempre prediletto quel tipo di cinema cosiddetto “popolare”, fruibile da ogni tipo di pubblico, predisposto a mettere il racconto prima di ogni velleità autoriale e a presentarsi allo spettatore senza sovrastrutture. Un cinema per tutti e accessibile da tutti, ma non per questo superficiale o privo di contenuto. Questo amore rientra in una passione più ampia, per ogni genere di arte popolare. E in questo universo variegato, un posto di rilievo negli ultimi anni è stato occupato dalla street art, che sta trasformando i centri urbani in veri e propri musei a cielo aperto. Osservando le opere di Laika che comparivano sui muri di Roma, ho immediatamente colto nel suo stile un atteggiamento che si incontrava alla perfezione con il mio modo di concepire l’arte: semplicità, messaggi diretti, sottile ironia, tutto però sempre sotteso da un’importante denuncia sociale. In più, mi ha da subito affascinato il suo anonimato, così come il suo look da “supereroina del popolo”. E ho pensato che Laika potesse essere un affascinante personaggio cinematografico, che potesse essere la perfetta protagonista di un racconto filmico sui nostri tempi. Così ho sentito l’esigenza di “giocare” con lei, di usarla come filtro per una riflessione sulla contemporaneità. Una riflessione che si potesse presentare con un’impronta pop, fatta di contaminazioni ed omaggi, in bilico costante tra ironia e profondità d’analisi; ma anche una riflessione che abbracciasse ogni aspetto della vita sociale e che includesse in qualche modo anche una dimensione metalinguistica, da sviluppare sia contenutisticamente sia stilisticamente. Grazie anche alla disponibilità dell’artista, che si è concessa completamente al progetto, Life Is (Not) A Game ha l’ambizione di non presentarsi come un convenzionale documentario sull’arte, né come un classico biopic ma, rispettando sempre l’anima, lo stile e il carattere della sua protagonista, di essere un racconto del presente condotto con diversi registri, un film stratificato, ricco di citazionismo, irriverenza e critica sociale. (Antonio Valerio Spera)

NOTE DI PRODUZIONE DI ALESSANDRO GRECO Quando il regista Antonio Valerio Spera ci ha mostrato per la prima volta alcune immagini che aveva realizzato per quello che sarebbe diventato il documentario Life Is (Not) A Game abbiamo capito immediatamente che si trattava di un progetto che meritava la nostra attenzione ed il nostro impegno. È stato amore a vista. Life Is (Not) A Game si presenta da subito come un lavoro stratificato, con molti livelli di lettura, ancorato alla contemporaneità ma rivolto, per intenzioni e contenuto, ad un orizzonte più ampio. Al centro del racconto c’è la figura di Laika, street artist romana molto nota sia a livello nazionale (lo dimostra la presenza delle sue opere nei telegiornali ogni qualvolta ne produce una nuova) ed internazionale (la rassegna stampa parla spesso delle sue opere, soprattutto di quelle più politiche e legate ai diritti civili). Ad affascinare di Laika è certamente il suo anonimato: maschera bianca, parrucca a caschetto fluo, tuta da attacchina. Il suo aspetto così caratteristico serve certamente per celarne l’identità (e permetterle quindi di operare in contesti spesso ai limiti della legalità – la street art ha fatto e continua a fare delle strade delle nostre città la propria galleria personale – e di esprimersi in libertà, senza doversi censurare a priori) ma soprattutto le dà la possibilità di affrontare temi divisivi, di provocare il suo pubblico, di prendere posizione netta su alcuni aspetti della nostra modernità che sono oggetto della politica, della morale, del senso civico. In particolar modo, il suo anonimato le permette di concentrare tutta l’attenzione mediatica (ed è davvero molta) sulla sua poetica, sul suo immaginario di riferimento, sulle sue necessità espressive. Ad un primo livello di lettura Laika è un’artista unicamente pop, ludica. Niente di più sbagliato e superficiale. Le sue opere, le sue grafiche, i suoi poster sono lavori politici, dalla forte valenza sociale ed etica. Ed ecco che fra i temi che tratta ci sono i diritti civili, la parità di genere e la cosiddetta ‘questione femminile’, l’autodeterminazione dei popoli, l’opposizione alla guerra, la contrarietà all’egemonia culturale di una singola parte, il fenomeno dei migranti. Laika si schiera e visto il periodo storico non è poco: è questa la chiave delle sue formalizzazioni e del film di cui è protagonista. La presa di posizione, il punto di vista, l’onestà intellettuale sono tutti motivi che ci hanno convinto a realizzare Life Is (Not) A Game. Questa convinzione è stata corroborata dalla scelta del regista Antonio Valerio Spera di raccontare l’opera e l’operato di Laika attraverso una commistione di linguaggi: unire le convenzioni del cinema con gli strumenti dell’arte figurativa, metterli uno a disposizione dell’altro, farli integrare, metterli in rapporto dialogico senza che uno prevarichi sull’altro, è stata la soluzione formale che ha dato al documentario un carattere di originalità che lo rende un film appetibile sia per il mercato nazionale che internazionale. Perché questo progetto di documentario si distanzia molto dal classico documentario d’arte, spesso didascalico e agiografico. È più vicino all’idea di documentario d’osservazione: attraverso le opere di Laika vuole indagare il presente, i fenomeni che lo attraversano e lo determinano, parlare del nostro Paese e dell’Europa tutta, dei cortocircuiti sociali, culturali, politici, economici che ci troviamo tutti ad affrontare quotidianamente. Life Is (Not) A Game è realizzato in coproduzione fra la Morel Film e la Salon Indien Films, società di produzione spagnola. La coproduzione nasce su una serie di affinità che lega le due società: entrambe giovani (fondate tutte e due nel 2014) e guidate da produttori coraggiosi con una chiara idea di cinema, si pongono come obiettivo societario quello di lavorare su prodotti che non siano ma standardizzati, che rappresentino degli unicum nel panorama cinematografico internazionale, film che sappiano raccontare il reale cercando ogni volta delle nuove chiavi di lettura e nuovi punti di vista. (Alessandro Greco) NOTE DI PRODUZIONE DI PABLO DE LA CHICA Riteniamo che la realizzazione di questo documentario sia necessaria per dare voce a nuovi artisti come Laika che, al di là della loro dimensione internazionale, si prestano comunque a una critica di tutti i problemi che ci circondano. Questa critica e questo impegno sociale si riflettono nel film, mostrando al mondo come l’arte continui a svolgere la sua funzione di risveglio delle coscienze. Per questo la nostra casa di produzione di Madrid ha creduto nel progetto, perché… ‘Life is not a game’. (Pablo de la Chica)

LA PROTAGONISTA: LAIKA 1954 Laika 1954 è una street artist romana che ama definirsi “attacchina” o “Poster Artist” perché affigge le sue opere sul muro. Il nome nasce come richiamo al primo essere vivente giunto nello spazio, la cagnolina Laika, nata nel 1954. C’è anche un riferimento piuttosto evidente nella grafica del logo alla Leica, la famosa macchina fotografica. La scelta di Laika come nome d’arte è legata al concetto, più volte espresso dall’artista, di voler “puntare allo spazio”, di non porsi mai dei limiti. Questa frase nasconde anche un altro significato: puntare allo spazio permette di osservare il mondo da lontano, mettendolo a fuoco con maggior precisione. Seguendo quest’idea, Laika ha deciso di indossare una maschera e di non svelare la sua identità. L’anonimato, infatti, le garantisce una maggiore libertà espressiva. La maschera bianca rappresenta l’assenza di filtri precostituiti, una tela vuota su cui dipingere di volta in volta ciò che vuole. Laika inizia la sua attività nella primavera del 2019, cominciando ad attaccare degli sticker nella sua città, Roma, ma la fama internazionale arriva all’inizio del 2020 con le sue due opere più famose: #Jenesuispasunvirus, l’opera dedicata a Sonia, nota ristoratrice cinese della capitale, che denuncia gli atti di razzismo contro la comunità cinese prima dello scoppio della pandemia; L’Abbraccio, il celebre poster attaccato nei pressi dell’Ambasciata egiziana di Roma in cui Giulio Regeni abbraccia Zaki rassicurandolo del fatto che “stavolta andrà tutto bene”. Il fascino misterioso di questa figura ha portato da più parti a definirla come “la Banksy italiana”, definizione attribuita per lo più dalla stampa internazionale. La maschera e la ricerca ossessiva dell’anonimato hanno creato un personaggio di difficile collocazione e definizione che smuove la curiosità di molti. LE OPERE: • Hanno creato un clima infame, Roma, 2019 (Poster); • DDR – Daniele De Rossi, Roma, 2019 (Poster); • Bomba Anarchica, Roma, 2019 (Poster); • No Eyez On Me Project, Roma, 2019 (9 Poster); • Pietro Coccia, Roma, 2019 (Poster); • #Jenesuispasunvirus, Roma, 2020 (Poster); • L’Abbraccio, Roma, 2020 (Poster); • L’Abbraccio – Atto II, Roma, 2020 (Poster); • Herd Immunity Is Bullshit, 2020 (Digitale); • Muerte al Invasor, 2020 (Digitale); • No Eyez On Me – Conte Influencer, 2020 (Digitale); • No Paramos de llorar, 2020 (Digitale); • Quirinale, 1° giugno #parrucchieretipenso, 2020 (Digitale); • The Wall of Shame, Roma, 2020 (Poster); • Versus “Io sono ancora qua… Eh già!”, Roma, 2020 (Poster); • Ni una más, 2020 (Tela); • Il trasloco, Roma, 2020 (Poster); • Sintomi, 2020 (Digitale); • Soumalia Sacko, Roma, 2020 (Muro); • L’Abbraccio – Atto III, Bologna, 2020 (Poster); • DPCM: La rabbia è servita; Un peso insostenibile; Trattati come Misérables, Roma, 2020 (3 Poster); • Vittorio Sgarbi – Make Roma Great Again, Roma, 2020 (Poster); • Gigi, Roma, 2020 (Poster); • Scusaci Joseph, 2020 (Tela); • Virginia Raggi – Make Roma Great Again, Roma, 2020 (Poster); • József Szájer, The New Ungarian Gay Icon, Roma, 2020 (Poster); • Patrick Zaki – Basta, 2020 (Digitale); • Valerio Lundini, Roma, 2020 (Poster); • ¡Es Ley!, Roma, 2020 (Poster); • 2021 – In presenza in sicurezza, Roma, 2020 (Computer); • Life Is Not A Game: #1 Life Is Not A “Game”: Stop Violence – #Refugeeswelcome; #2 Frozen Tears Of The Balkan Route; #3 Help, We Are Freezing. Ursula! Listen To Us!; ·4# Not This Game – Children Deserve A Better Future, Bosnia Erzegovina, 2021 (4 Poster); • 22% It’s Too Much!, Venezia, 2021 (Poster); • Daje Daniè, Roma, 2021 (Poster); • Il golpe fallito, Roma, 2021 (Poster); • Il prossimo potresti essere tu, Roma, 2021 (Tecnica mista su mdf;); • Bakary Coulibaly – We Have The Right To Build Our Future, Accademia delle Belle Arti • di Urbino, 2021 (Acrilico su carta); • Don’t Visit Egypt, Roma, 2021 (Poster); • Ama il prossimo tuo, Roma, 2021 (Poster); • Future, Francoforte, 2021 (Legno smaltato, vetro sintetico e spray); • Merhaba Ey Gozel Tek (Ciao bel fiore), 2021 (Pubblicazione); • Le lacrime di Kabul, Roma, 2021 (Poster); • Pietro ‘Il Grande’, Lido di Venezia – Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, 2021 (Poster); • Iustitia (per Mimmo Lucano), Roma, 2021 (Poster); • Verus, 2022 (3 Tele); • Ogni tre giorni – If You Were In My Shoes, Roma, 2021 (Poster); • Innocente, Roma, 2022 (Poster); • Trasloco Bis, Roma, 2022 (Poster); • Pace, Roma, 2022 (2 Poster); • 8 marzo – Pace, Roma, 2022 (Poster); • Come With Me – All Refugees Welcome, Przemyśl – Polonia, 2022 (Poster); • Un calcio alle paure (1984-2022), Roma, 2022 (Poster).

IL REGISTA ANTONIO VALERIO SPERA Antonio Valerio Spera (Roma, 1985) è giornalista, saggista, operatore culturale e docente universitario. Dopo il diploma classico, si iscrive al corso di studi universitario in “Storia, scienze e tecniche dello Spettacolo”, scegliendo l’indirizzo “Cinema”. In quegli anni, studiando la storia della Settima Arte, manifesta una grande passione per la commedia italiana degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, e infatti consegue la laurea magistrale discutendo una tesi sul regista Steno, figura centrale del movimento comico di quegli anni (Guardie e ladri, Un americano a Roma, Febbre da cavallo). Successivamente consegue il Dottorato di ricerca (PhD) in “Italianistica – Indirizzo Cinema”, presentando una tesi dal titolo “I mostri – Episodi all’italiana”, studio storico-critico del capolavoro di Dino Risi del 1963 con protagonisti Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman. Dal 2012 al 2016 è docente presso l’Università Telematica San Raffaele di Roma, dove insegna “Photography Design” e “Storia della moda e del cinema”. Negli stessi anni è coordinatore delle attività del Laboratorio Cinema dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, dove tiene anche il seminario di “Critica e giornalismo cinematografico”. Dal 2017, sempre presso lo stesso Ateneo, è docente di “Cinema e sport” nei corsi di studi “Scienze motorie” e “Scienze del turismo”. Parallelamente al percorso accademico, porta avanti anche l’attività di giornalista e critico cinematografico, lavorando anche come corrispondente dai maggiori festival internazionali (Cannes, Venezia, Berlino, Roma, Pesaro, Taormina). Negli anni collabora con numerose testate, tra cui la rivista on line “Close-up”, di cui è anche caporedattore dal 2010 al 2013, “Oggi al cinema”, “Disco Radio”. Attualmente collabora con il web magazine “Daily Mood”. Autore di numerose pubblicazioni, in particolare sul cinema italiano e sul rapporto tra cinema e sport, è inoltre direttore artistico del “Pop Film Fest – Festival del cinema popolare”, fondato nel 2018, le cui prime edizioni si sono tenute a Terni, in Umbria. Life Is (Not) A Game è il suo esordio alla regia.

LA SCENEGGIATRICE DANIELA CESELLI Daniela Ceselli (Roma, 1968) è sceneggiatrice, saggista e studiosa di cinema. Dopo il diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia (oggi Scuola Nazionale di Cinema), consegue la laurea magistrale in Lettere presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, si specializza con il Corso di Perfezionamento in Scienze della Comunicazione e consegue il Dottorato di ricerca (PhD) in Cinema e interrelazioni con il teatro e le altre arti presso l’Università degli Studi di Roma “Roma Tre”. Nel 2016 ha concluso il Post PHD Research Grant DAAD Berlin – Lēipzig Universität con una ricerca sul cinema tedesco contemporaneo e gli spazi urbani. Vivere a Berlino ed avere l’opportunità di vagabondare per la Germania ed i paesi vicini le ha offerto una grande opportunità di riflettere sull’Europa e le sue contraddizioni. Ė professoressa di ruolo di Letteratura italiana. Docente a contratto di Tecniche di sceneggiatura c/o Università degli studi Roma Tre; ha insegnato tecniche di scrittura cinematografica presso l’Università di Udine e Gorizia, l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e “Fare cinema” di Bobbio (Piacenza). Ha lavorato come sceneggiatrice con i seguenti registi: Marco Bellocchio (Vincere, Buongiorno Notte, La Balia, Sogni Infranti); Paolo Franchi (Dove non ho mai abitato, E la chiamano estate, Nessuna qualità agli eroi, La Spettatrice); Carlo Lizzani (serie l’Italia in dvd; documentario Società Agusta Westland); Francesca Pirani (L’appartamento); Stefano Gabrini (Juri); Edo Tagliavini (L’alchimia del gusto – Pasta Garofalo); Luca Criscenti (La versione di Anita – ora in lavorazione). Ha scritto un romanzo edito da Mondadori- Piemme (aprile 2017) dal titolo L’amante alchimista con il nom de plume Isabella della Spina. Ha potuto vivere una significativa esperienza con il Teatrino Clandestino – Reggio Emilia collaborando alla performance NOSIGNAL per la regia di Pietro Babina. Ha scritto diversi saggi ed un libro intitolato La sceneggiatura. Un testo dall’esistenza incerta, pubblicato nel 2011 dalla casa editrice Le Lettere. Collabora con riviste di studi e dal 2013 cura la rubrica di cinema sul settimanale “Left”.

La MOREL FILM nasce nell’estate del 2014, dopo quindici anni di esperienza in ambito cinematografico, televisivo e teatrale del suo fondatore, Alessandro Greco. Dinamica e indipendente, attenta ai nuovi linguaggi espressivi ed estetici, con lo sguardo rivolto al mercato, la società si pone l’obiettivo di seguire, produrre e valorizzare i progetti e i lavori di giovani registi: un moderno cinema d’autore che sia capace di raccontare la realtà e di inventarne, ogni volta, una nuova. Nel biennio 2014 – 2015, la società produce lo spettacolo teatrale Io sono il vento di Jon Fosse per la regia di Alessandro Greco, rappresentato al Teatro India di Roma e selezionato al RIC Festival di Rieti. In occasione della messa in scena di Rieti vengono realizzate le riprese video dello spettacolo che, con il trailer dello stesso ed una breve intervista al regista, confluiranno nel documentario televisivo Io sono il vento. Nel 2017, invece, inizia la produzione del film 1989 di Francesca Mazzoleni. Il progetto riceve il contributo per lo sviluppo delle sceneggiature da parte del MIBAC. Al momento la sceneggiatura è in fase di scrittura (sceneggiatori Francesca Mazzoleni e Pietro Seghetti). L’anno successivo produce i film Cartoline dall’universo di Pietro Seghetti e Under The Bridge (tit. it. Sotto il tunnel) di Corrado Foffi. Il 2020 è l’anno del film documentario di successo Punta Sacra di Francesca Mazzoleni, candidato ai David di Donatello e vincitore, fra gli altri, del Festival Visions du Réel 2020, Annecy Cinema Italien, Premio delle giurie Alice nella Città, Premio Flaiano, Premio Valentina Pedicini Nastri d’Argento, Magna Graecia Film Festival. Il film è uscito in sala ed ora è disponibile su Sky, Mubi, Chili e in DVD. Attualmente, sta lavorando alla realizzazione di: 1989, lungometraggio di Francesca Mazzoleni; Silk Bridge, serie documentari web di Corrado Foffi; Simb, cortometraggio di Manuel Marini; Life Is (Not) A Game, documentario di Antonio Valerio Spera.

IL PRODUTTORE ALESSANDRO GRECO Alessandro Greco (Roma, 1980) si avvicina al mondo del cinema subito dopo i vent’anni. È aiuto regista su diversi set (Il Consiglio d’Egitto, Emidio Greco, 2002; L’uomo privato, Emidio Greco, 2007; Notizie degli scavi, Emidio Greco, 2011), sceneggiatore e regista di diversi cortometraggi (La preparazione, Adesso raccontami di te, Gioco da ragazzi) presentati in molti festival italiani ed internazionali, sceneggiatore per cortometraggi di altri registi (Bassa marea e Alice di Roberto De Paolis). Dal 2011 collabora con Rai Cultura come autore. Nel 2014 fonda la Morel Film, società di produzione cinematografica, con la quale si dedica alla scoperta e alla valorizzazione di giovani registi e giovani autori.

SALON INDIEN FILMS nasce nel 2014, tra Madrid e New York, con l’intento di creare una serie di progetti cinematografici e televisivi di alta qualità per lo spettatore. The Other Kids di Pablo de la Chica è diventato il primo progetto internazionale della casa di produzione, in coproduzione con Aljazeera Documentary Channel, Movistar+ e RTVA CanalSur. Ad oggi, ha prodotto e coprodotto film come El mundo de Mao (Pablo de la Chica, 2016); Indestructible, El Alma de la Salsa (David Pareja, 2017); Manchester Keeps on Dancing (Javi Senz, 2017); The Price of Progress (Victor Luengo, 2019); Blue & Malone: Casos Imposibles (Abraham López Guerrero, 2019), vincitore del Premio Goya per il Miglior Cortometraggio d’Animazione 2021; Mama (Pablo de la Chica, 2020), vincitore del Premio Goya per il Miglior Cortometraggio Documentario 2022, distribuito in tutto il mondo dalla prestigiosa rivista americana The New Yorker e in Spagna da RTVE; il lungometraggio documentario Del otro lado (Iván Guarnizo, 2021), che ha vinto il Premio del Pubblico e la Menzione Speciale della Giuria al 24° Festival di Malaga, nominato ai Feroz Awards e al Premio della Giuria al DOCNYC. Le loro produzioni sono state trasmesse da Aljazeera Documentary Channel, Amazon, RTVE, Movistar+, RTVA Canal Sur, RAI Italia, Iberia Airlines, British Airways, Caracol Colombia TV, EST TV, NHK Japan, UR Sweden, Blind, ARTE, VODD France, British Airways, Itunes UK, Filmin. Attualmente è in diverse fasi di produzione di nuovi progetti, tra cui il lungometraggio documentario El año decisivo di Guillermo Logar, con la partecipazione di grandi figure della transizione spagnola, e la serie animata per bambini Bento di Salba Combé e Javier Peces (in fase di finanziamento), in coproduzione con RTVE, selezionata al Cartoon Forum Toulouse 2018, con il sostegno della Comunità di Madrid. Sta sviluppando progetti come: il lungometraggio di finzione Suárez, con il sostegno allo sviluppo della Comunità di Madrid e la partecipazione di IB3 TV; Al Alba, un progetto selezionato al Torino Film Lab 2020; il lungometraggio Elefante, Menzione speciale a Madrid Pitchbox Filmarkethub, selezionata a Torino Film Lab 2021 e Menzione speciale a Ventana CineMad; la serie di finzione Lemoniz selezionata a Conecta Ficción 2020 Official Pitch, Sitges Pitchbox 2020: European Scripted Series, Ventana CineMad 2020 e ha ricevuto il sostegno della Comunità di Madrid; il lungometraggio d’animazione El viaje de Samia che si sta sviluppando nelle III Residenze dell’Accademia del Cinema.

IL PRODUTTORE PABLO DE LA CHICA Pablo de la Chica (Madrid, 1986) è produttore e regista cinematografico. Formatosi in teatro e regia tra Madrid e Toronto, ha lavorato fin dagli esordi a livello internazionale per organizzazioni come ONU, IDB, UNHCR o Croce Rossa, in diversi progetti sociali in tutto il mondo legati all’infanzia, soprattutto in aree di guerra, conflitto o esclusione sociale. Nel 2014 ha fondato la sua casa di produzione Salon Indien Films con l’intento di produrre diversi progetti cinematografici di alta qualità. Il suo primo lungometraggio, The Other Kids, ha partecipato a più di 50 festival internazionali, ricevendo importanti premi e molteplici vendite internazionali. Il suo lavoro di regista comprende la serie di documentari sui rifugiati Dreams Without Borders, per il canale internazionale di documentari Aljazeera, e i suoi primi cortometraggi El Mundo de Mao, Colibrí e Mama (con cui ha vinto il Premio Goya per il Miglior Cortometraggio Documentario 2022), distribuito in tutto il mondo dalla prestigiosa rivista americana The New Yorker e in Spagna da RTVE. Attualmente, come regista e sceneggiatore, sta sviluppando: il suo primo lungometraggio di finzione dal titolo Elefante (Torino Film Lab 2021; Menzione speciale Madrid Pitchbox Filmarket-hub; Menzione speciale Ventana CineMad 2021; Menzione speciale Ventana CineMad 2021); la sua prima serie di finzione intitolata Lemoniz (Selezionata al Conecta

Ficción 2020 Official Pitch e al Sitges Pitchbox European); la sua seconda serie documentaria intitolata Doctores del Arte in collaborazione con il Museo del Prado e la National Gallery di Londra; il suo primo lungometraggio d’animazione El viaje de Samia, in fase di sviluppo, che fa parte del progetto III Residenze dell’Accademia del Cinema spagnolo. Nella sua recente carriera di produttore all’interno di Salon Indien Films ha prodotto titoli come: Manchester; Keeps on Dancing; Indestructible; The Soul of Salsa; The Price of Progress; Del otro lado; Blue & Malone: Casos Imposibles, con cui ha vinto il Premio Goya per il Miglior Cortometraggio d’Animazione 2021

 

Recensione di Rossella Pozza: Quando l’oggetto del documentario è straordinario, nove volte su dieci anche il documentario è straordinario. Non fa eccezione “Lif is (not) a Game”, opera prima di Antonio Valerio Spera, che pedina la street artist Laika, nella sua irrequieta attività durante la pandemia, che l’ha costretta in casa, come il resto del mondo. Ma un’artista di strada rinchiusa in casa è una contraddizione in termini: manca la strada. Ed è stata quindi costretta , per un po’, a postare le sue opere sui social. Venendo meno certo alla sua caratteristica, ma dando anche immortalità alla sua arte effimera per definizione (un’opera d’arte cartacea, affissa come un manifesto, può essere rimossa anche 5 minuto dopo l’incollaggio sul muro) e, soprattutto, una diffusione planetaria mai prima raggiunta. L’aura di mistero non è stata svelata dal film, che rispetta la scelta dell’anonimato da parte dell’artista (anche se, a guardare bene, forse si scopre da qualche dettaglio il quartiere di Roma dove abita). Il regista ha iniziato il lavoro con una lunghissima intervista di 10 ore di girato a Laika. Con risultati deludenti, dato che davanti ad una troupe di ripresa perdeva la sua spontaneità. Ed allora ha chiesto a lei stessa di fare dei piccoli filmati selfie con il telefonino, in totale solitudine ed autonomia. E la spontaneità è tornata. Il film è molto interessante. Tocca temi alti ed urgenti. Ben diretto e congegnato. Porta al grande pubblico l’opera di una artista che vale davvero la pena di conoscere. Da non perdere.

 

All’atto della presentazione alla Festa di Roma, Catello Masullo ha chiesto al regista: “il pezzo forte del film è Laika e la curiosità giornalistica è sul mistero del suo personaggio. Avendo fatto un lungo viaggio assieme ed una lunga frequentazione, ti è mai venuta la voglia di farle una domanda alla Nanni Moretti, del tipo, ma questo secchio, questa colla come li compri? Cioè di che campa Laika?”. Questa la sua risposta: “inizialmente il documentario voleva anche scoprire la vita nascosta dietro la maschera. Ma Laika vuole mantenere l’assoluto anonimato, e lo abbiamo voluto e dovuto rispettare. Inizialmente il documentario voleva essere diverso. Abbiamo fatto una lunghissima intervista di 10 ore a Laika, che doveva essere la struttura portante. Ci ha fatto cambiare idea il fatto che l’impatto era zero sullo spettatore. Mi ha fatto vedere un piccolo selfie che sin era fatto a casa. E abbiamo usato quelli, senza un pubblico esce la sua natura. Ed ecco quello che si può percepire sotto la maschera”.