Acqua alle corde, un film di Paolo Consorti , recensione di Stefano Valente

Acqua alle corde

Un film di Paolo Consorti

 

 

By Stefano Valente

 

 

 

Tra le gesta più celebri di papa Sisto V, vi è la “Trasportatione” dell’imponente obelisco egizio in piazza S. Pietro a Roma. Durante le operazioni di innalzamento, il Papa avrebbe ordinato l’assoluto silenzio, pena la morte. Nel momento più delicato, le corde stavano però per cedere e un temerario marinaio ligure gridò “Acqua alle corde!”: i lavoratori bagnarono immediatamente le funi, scongiurando la tragedia. Al termine dell’operazione, le campane suonarono a festa e il marinaio venne graziato dal Papa.

 

 

 

Acqua alle corde è un film diretto da Paolo Consorti, è ambientato a Montalto nel 2021, un paesino in cui si sta per festeggiare la ricorrenza storica dei 500 anni dalla nascita di Papa Sisto V. In occasione di questa celebrazione, il sindaco del paese ha intenzione di mettere in scena uno spettacolo che racconti le vicende papaline. È così che decide di ingaggiare Angelo Santini, un autore di musical religiosi. Il regista teatrale, supervisionato dal parroco, sceglie di realizzare il musical su un episodio in particolare, denominato “Acqua alle corde” e ispirato alla vicenda dell’obelisco di Piazza San Pietro. Il sindaco, però, vuole che questa messa in scena abbia una forte risonanza, motivo per cui sollecita Angelo a trovare una compagnia teatrale che sappia dare lustro al musical, così da attirare l’interesse dei media. L’autore contatta una compagnia nota per essere di altissimo livello, ma che sconvolge del tutto lo spirito religioso della pièce. A causa loro il musical si dirige verso una dimensione meno sacra e più demenziale, che porterà a diverse tensioni e scontri all’interno del paese. [Coming soon]

 

A proposito di questo film si è parlato anche abusivamente di una raffinata operazione di meta-cinema e/o di meta-teatro ma questo oltre ad essere inesatto rischia di ridursi ad una banale constatazione. In verità – come già in “Anime borboniche” – è in ballo il complesso rapporto tra forma e vita che è in gioco implicitamente in ogni opera d’arte e che in questo prezioso film di Paolo Consorti viene esplicitamente messo in questione con esiti degni di essere presi in considerazione per la loro portata di senso. Naturalmente per seguire le movenze del film occorrerà procedere oltre l’irrisolta dialettica tra vita e forma per aprire l’opera dal suo stesso interno ad una dimensione ulteriore che potremmo chiamare la dimensione della redenzione e/o della salvezza ovvero la questione del senso e del nonsenso del nostro stesso stare al mondo.

 

Innanzitutto il film racconta i preparativi per la messa in scena di un musical religioso (opera nell’opera) sulla figura e la vita di papa Sisto V°. Ma di che genere di opera si tratta? Per rispondere a questa questione bisogna tenere presente la sostanziale differenza tra opera d’arte sacra ed opera d’arte a soggetto religioso. Infatti non basta ad un’opera d’arte per essere sacra ritrarre un tema religioso; infatti la sfera del sacro nel suo mistero non deve essere ridotta al campo della rappresentazione e del rappresentabile a meno di sostituire un idolo ad una vera icona. Infatti in una icona è in gioco quell’invisibile che deve assolutamente eccedere l’ambito del visibile per cui una vera icona dal suo stesso interno deve andare contro la tendenza della rappresentazione stessa a ripiegarsi su sé per esporla al mistero dell’invisibile. Ora se è banalmente chiaro che questo musical religioso sia un’opera a soggetto religioso non è altrettanto chiaro se sia un’opera d’arte sacra. Per tentare di fare chiarezza bisogna sottolineare un fatto importante per l’intera economia del film e cioè che ben presto – sotto l’effetto distorcente di varie disavventure – questo musical religioso si rivela essere la parodia (non si sa fino a che punto involontaria) di una sacra rappresentazione medievale. La parodia di un’opera sacra. Lo stesso Angelo Santini alla fine si rassegna lasciandosi condurre dagli eventi a diventare il regista di una parodia ed egli stesso alla fine si rivela essere piuttosto che un regista la parodia di un regista, la sua caricatura. In effetti lo spettacolo “Acqua alle corde” si rivelerà essere la presa in giro di un’opera d’arte. Questa parodia ha come primo e fondamentale effetto quello di indebolire quella che è la pretesa di ogni opera d’arte e cioè quella di conferire senso al mondo. Questa sua intenzione (che sia dell’autore dell’opera o che sia attribuibile direttamente all’opera stessa qui per ora non importa) caratterizza quella che potremmo chiamare la presunzione e la supponenza dell’opera e/o dell’artista che tale opera pretende di realizzare. Questa superbia più o meno inconscia viene subito avvertita dall’orecchio fino dei commedianti di professione, reclutati per mettere in scena questo musical religioso, ed infatti essi fin da subito la fanno oggetto della loro ironia acidificante e del loro crudele sarcasmo che non risparmia niente al regista alle prime armi. L’oggetto dell’ironia e dello scherno dei commedianti non è tanto rivolto verso lo “sfigato” Angelo Santini in quanto tale, ma proprio alla sua pretesa di produrre un’opera; pretesa che sembra essere smisurata anche per lo stesso regista ed infatti da buon nevrotico – come Amleto che continuamente riscalda il piatto della vendetta (dice efficacemente Carmelo Bene) – continuamente rinvia il momento di dare conclusione alla sua opera. Opera “sua” solo fino ad un certo punto, infatti ben presto gli attori prendono progressivamente possesso del musical e con le loro improvvisazioni stravolgono letteralmente tutto l’impianto dell’opera così come era stato pensato dal regista. É l’opera stessa che tende ad autonomizzarsi dal controllo del regista, inadeguato nel padroneggiare la sua arte e incapace a ricondurre a forma conchiusa il magmatico materiale della vita che fugge da tutte le parti come argento vivo. La sua inadeguatezza ed irresolutezza contraddistingue non solo l’artista ma anche l’uomo. Angelo Santini è un uomo a suo modo alla ricerca di senso, ma nel far ciò ha dato troppo spazio alla componente riflessiva fino al punto di ripiegarsi completamente su se stesso, incapace di aprirsi all’imprevedibilità della vita – almeno all’inizio. É talmente preso dalla sua masturbatoria e solitaria ricerca di senso da riuscirne addirittura orrendamente ingobbito.

 

Ora l’irresolutezza e l’indecisione del regista porta lo stesso a lasciare sempre più spazio alla improvvisazione dei commedianti che – come si suol dire – gli prendono completamente la mano. Questa sospensione della forma, che il regista non riesce a dare al suo musical, permette così alla vita di prendere il sopravvento e di installarsi sul palcoscenico fino a debordare fuori dal palcoscenico stesso, fuori dal teatro fin nelle vie del paese tra le case e i palazzi come un fiume in piena.

 

La vita prende il sopravvento – dicevamo. Ma tutta la vita, la vita in tutta la sua stupidità (“La vita è stupida” dirà più volte Olga al regista). Infatti questa vita debordante, incapace di restare negli ordinati argini che il regista e drammaturgo ha fissato per lei, non è altro che nonsenso. Questo rispetto all’opera, la quale, invece, tenta inesausta (anche se alla fine si arrenderà alla vita) di dare senso anche solo raccogliendo in una forma (come dire?) ben armonizzata la vita stessa. Rispetto alle esigenze di perfezione formale lo stesso Angelo Santini sembra un gobbo deforme eppure – come ci ricorda lo Zarathustra di Nietzsche – “che ne è del gobbo senza la sua gobba?”. Stiamo facendo riferimento ad un noto passo dell’opera nietzscheana lì dove il profeta dell’oltre-uomo si interroga ironicamente domandandosi: “Chi ci redimerà dai redentori?”. Come a dire che la vita non ha bisogno di essere redenta proprio perché lo è già pur nella sua mostruosità che – ben inteso – risulta tale solo rispetto ad una presunta perfezione di senso e di forma. Il finito che rispetto alla perfezione della forma sembra deforme forse non ha bisogno di redenzione! Ed infatti fino alla fine del film Angelo Santini resta quello che è: un uomo umano, ma forse liberato dal peso di dover corrispondere ad una vocazione fin troppo alta per lui – non a caso lascerà camminare l’opera con le sue gambe senza seguire la tournèe della compagnia ma rifugiandosi sugli alti tetti del suo paesello.

 

Dicevamo della irruzione sulla scena della vita in tutta la sua “stupidità” cioè insensatezza. Fin dall’inizio Angelo Santini si sbilancia al di là o al di qua della vita per cercarne il senso che non trova e così non riesce a dislocarsi nella vita in quanto tale a tal punto che non comprende il modo di comportarsi dei commedianti, ma non vi riesce perché in fondo non v’è nulla da comprendere: la vita si accetta, va presa così come viene anche quando sembra insensata perché la vita è insensata. Qui però non si vuole contrapporre da una parte la vita inautetica caratterizzata dalla sua insensatezza di contro ad una vita autentica che abbia trovato il suo senso oppure no. Infatti ciò che sarebbe in grado di conferire autenticità alla vita sarebbe il progetto di Angelo Santini, ma il suo ben presto si rivela essere un progetto improgettabile (qualcosa di progettato che ben presto si rivela essere ingovernabile). La vita che qui è in gioco va al di là rispetto alla dialettica in fondo moralistica di autenticità e inautenticità, perché qui è in gioco quella che vorremmo chiamare una vita vivente al di là del significato e della forma.

 

Detto questo torniamo a porci la domanda dell’inizio: che genere di opera è questa (quella rappresentata nel film che alla fine finisce per coincidere col film stesso senza più scarti)? Non si tratta di una tragedia dove forma e materia, arte e vita coincidono perfettamente proprio nel momento in cui l’eroe tragico, accettando liberamente e con la compostezza dell’eroe il compimento del suo destino, si prepara alla morte. Lì la vita viene sacrificata alla forma senza residui o scarti. Qui invece abbiamo a che fare con un’opera tragicomica e grottesca. Quando diciamo “grottesco” alludiamo ad una dinamica precisa e non solo ad un genere tra altri; anzi questo film di Consorti non facilmente classificabile si rivela essere un film “degenere” – un “film sciagurato” piuttosto che una commedia. In cosa consiste questo carattere grottesco del film? Voler dare senso alla vita, rappresentarla, metterla in forma significa in più di un senso mortificarla. Inoltre (tranne nel caso della tragedia greca) questo tentativo di mettere in forma la vita proprio perché la mortifica è destinato a rigore ad un fatale fallimento. Ecco che il film di Paolo Consorti si diverte a mettere in scena tutte le volte che la forma inciampa sulla vita, oppure sottolinea della vita la sua deformità e mostruosità grottesca rispetto alla con-chiusione della forma. Il film fa sorridere proprio perché getta uno sguardo bonario e tendenzialmente assolutorio (questo sì felliniano) su tutti i personaggi (sulla contrapposizione tra quel povero Cristo del regista e la figura gigantesca e funesta di papa Sisto V° torneremo più avanti) che vivendo non possono far altro che mancare la forma, inciampare su di essa come su di una buccia di banana. Quindi non si tratta né di mettere in forma la vita né di dar vita alla forma – cose queste che non riescono al regista, che col tempo comprende che non c’è niente da comprendere arrendendosi alla vita ed alla sua imprevedibilità. Si tratta invece di sospendere la forma, la realizzazione dell’opera per far spazio attraverso all’improvvisazione appunto all’incalcolabilità ed imprevedibilità della vita vivente.

 

Detto questo dovrebbe riuscire più chiaro il perché tutti i personaggi del film in qualche modo volontariamente o involontariamente cerchino di boicottare lo spettacolo a partire dal regista stesso. Ogni qual volta un qualche barlume di senso sembra affacciarsi sulla scena sembra che ogni personaggio resista, vada  – come dire? – contro-senso al fine di tenere aperto uno spazio per il nonsenso della vita così aprendo quello che potremmo chiamare un fuori-senso quando la sensatezza, con tutta la sua presunzione e supponenza, viene lasciata in sospeso ed allora la vita può accadere. Il film di Paolo Consorti può anche essere considerato come una lunga serie di gag dadaiste che hanno come unico scopo quello di disdire ogni sensatezza aprendo uno spazio di gioco che proprio per la sua indeterminatezza permette di vivere senza restare soffocati dal senso, dalla forma bensì indebolendola fino all’estremo nella su pretesa di conferire compiutezza alla vita e di chiudere in una totalità asfissiante le molteplici ed infinite possibilità della vita stessa. Del possibile, per carità! Altrimenti soffoco! Questo tenere fermo al nonsenso in quanto nonsenso (gesto a tutti gli effetti dadaista) inaugura quella che potremmo chiamare l’anarchia della vita che non si lascia ricondurre ad un unico principio sia esso concetto o forma artistica.

 

All’inizio di questo nostro breve articolo ci siamo chiesti che genere di opera fosse quella che il nostro regista voleva creare ed abbiamo parlato della parodia di una sacra rappresentazione; ma cosa della sacra rappresentazione resta nel buffo musical religioso messo in scena (ma sarebbe il caso di parlare più appropriatamente di un togliere di scena – ancora Carmelo Bene) da Santini? Vorremmo rispondere: proprio la figura di papa Sisto V°. Non vogliamo dire che Sisto V° essendo il tema del musical ne faccia un’opera a soggetto religioso. Il papa, invece, è proprio ciò che trasforma questo musical da opera d’arte a soggetto religioso in opera d’arte sacra ovvero in un’opera che nonostante tutto ha ancora a che fare col mistero anche se sembra trattarsi di un mistero buffo (il riferimento è naturalmente a Dario Fo). Basterà la seguente semplice osservazione. Il papa, infatti, è il rappresentante in terra dell’irrappresentabile per eccellenza: Dio. Proprio per questo è la figura del papa (in questo caso Sisto V°, ma questo non importa più di tanto) che, nonostante tutto, apre quest’opera strutturalmente incompiuta ad un orizzonte altro se non proprio trascendente.

 

Ora per tentare di comprendere la figura paradossale del papa dobbiamo finalmente fare riferimento a quello che è il centro incandescente di tutto il film, il perno intorno a cui gira ogni cosa: l’obelisco che papa Sisto V° volle che fosse eretto al centro di piazza San Pietro a cui fa riferimento il titolo del musical religioso nonché del film. Ora il papa e questo obelisco sono legati non solo dalla storia, ma da quella che potremmo chiamare la loro funzione nel film. Per spiegarci faremo un riferimento ad un motto dello psicoanalista francese Jacques Lacan che afferma: “Il fallo è il simbolo del luogo da cui manca”. Il luogo da cui manca il fallo è il corpo della madre; ma noi qui non siamo interessati a fare una digressione di carattere psicoanalitico; volevamo solo tirare in ballo quello che Lacan chiama “significante fallico”. Naturalmente non intendiamo sottolineare le allusioni sessuali (che però non cadono mai nel volgare doppio senso) che sono pur presenti nel film di Paolo Consorti, ma vorremmo sottolineare – come dire? – la struttura logica di questo significante per poi accostare la sua funzione a quella svolta dal papa (dal papa in quanto tale e non da Sisto V° in particolare, che qui per noi è solo figura del radicale paradosso che caratterizza la figura del papa, di qualsiasi papa). Infatti come il fallo (qui l’obelisco) è il simbolo del luogo da cui manca così il papa in quanto rappresentante in terra di Dio è il simbolo del luogo da cui manca… Cristo. La funzione del papa – ma lo vedremo – è quella di mantenere il posto di Dio vuoto. Ora il significante fallico è simbolo nel senso che è la presenza di un’assenza, è la presenza di una mancanza: è non tutto, è un significante senza significato e per questo quasi un nulla. Ecco che la struttura del fallo e quella del papa si assomigliano, entrambi sono la paradossale presenza di un’assenza e quindi come tali presuppongono che l’orizzonte del visibile e del rappresentabile sia in qualche modo bucato ovvero che ci sia un punto di irrappresentabile che eccede il visibile ed il rappresentabile e che potremmo chiamare: mistero. C’è un vuoto di scena, sul palco si spalanca un buco buio ed invisibile che resta aperto, spalancato al punto che tutti – attori e spettatori compreso il regista – ne fuoriescono come un fiume in piena fuori dagli argini oppure ne restano ai margini come grotteschi clown che gigioneggiano nell’intervallo lasciato in sospeso tra una scena e l’altra.

 

Angelo Santini ha la apparentemente insormontabile difficoltà a gridare come da copione “Acqua alle corde” e questa sua impotenza non sembra essere guarita nemmeno dal coito con l’attrice Olga. Ma sarebbe non aver capito niente del film ridurre tutta la questione al pene di Angelo Santini ed alla sua presunta impotenza. Qui infatti non è in gioco il pene, ma il fallo che non è l’organo sessuale maschile bensì è un simbolo (anzi per Lacan è addirittura il significante del significante); qui poi non è in gioco una impotenza bensì una vera e propria impossibilità che ha a che fare con questioni non sessuali (se non pretestualmente) bensì di senso. Quindi non possiamo ridurre tutto ad un volgare doppio senso – e Paolo Consorti naturalmente non lo fa.

 

Fin dall’inizio del film quello che sembra essere in gioco è una profonda e potente domanda di senso che caratterizza Angelo Santini e fin dall’inizio la questione sembra essere la seguente: avrà Angelo Santini la capacità (meglio: la potenza!) di mettere in scena il musical da lui immaginato? All’inizio è lui a porre la domanda e la potenza di rispondere a questa domanda sembra stare dalla parte degli altri (la sua aiuto-regista, i commedianti, la moglie, la figlia eccetera). Ma nel corso del film la potenza della domanda passa dagli altri a Angelo Santini: tutti dal capocomico all’ultimo paesano chiedono a Angelo Santini di fornire il senso, dare il senso. Ora la potenza della domanda sembra risiedere in Angelo stesso. Di quanto qui detto è da sottolineare che tutto è posto in termini di potenza; ma questo evidentemente è il modo sbagliato di impostare la questione del senso: infatti il senso in gioco all’inizio sembra essere un senso troppo duro, troppo potente che sembra condannare all’impotenza Angelo Santini. Il fatto stesso che egli non riesca a gridare la fatidica frase “Acqua alle corde”, che gli rimane sempre strozzata in gola, è proprio il segno di questa sua impotenza. Ma il regista continuerà a sentirsi impotente fino a quando penserà che la questione del senso si pone e si risolve in termini di potenza (potenza estetica di dare senso e forma al nonsenso del mondo, a questa materia della vita che scorre via da tutte le parti come argento vivo). Ora l’obelisco da erigere, non eretto ad esaltare la sua potenza fallica, ma deposto a segnalare un essenziale e alla fin fine benefico depotenziamento ed indebolimento, non comporta la questione della capacità o meno del regista di rizzarlo in piedi, ma sta proprio nel togliere di mezzo la questione della potenza affermando l’impossibilità del fallo di essere rappresentato eretto nell’ordine della rappresentazione. Bisogna passare dalla dialettica potenza/impotenza all’affermazione benefica dell’impossibilità, ma di cosa? Di un senso totale o totalizzabile, di un senso pieno e duro senza vuoti, crepe, spazi, intervalli, tutto presente. Questo senso duro e puro è impossibile ma ciò non è un male non solo perché libera Angelo Santini dall’ossessione per la sua im-potenza (più creativa che sessuale) ma perché permette a lui stesso per primo e poi a tutti gli altri di togliere quel masso (l’obelisco) che tappava la scena così mettendo nelle condizioni sé e tutti gli altri protagonisti dello spettacolo di fuoriuscire dalla spazio (concentrazionario) scenico per tracimare nella vita vivente. Il senso può attendere! Ma perché tutto questo sia reale bisogna prima passare dalla logica dell’im/potenza alla logica dell’impossibile: solo allora si potrà avere speranza infatti solo l’impossibile può accadere realmente! Ecco che il film non si limita a mettere in scena la dialettica inconclusa tra forma e vita nell’opera, ma aprendo al nonsenso della vita espone questo nonsenso ad essere visitato dall’Altro anche se secondo modalità imprevedibili. Ed in effetti è questo che tutti i vari personaggi insegnano al regista Angelo Santini: ad aprirsi alla visita dell’Altro nella sua imprevedibilità a cui si può seriamente e giocosamente rispondere solo improvvisando.

 

Ma c’è un grande pericolo, il vero pericolo, che ora si prospetta, quale? É sempre in gioco la figura decisiva del papa. Dicevamo che la funzione di un papa è quella di essere il simbolo del luogo da cui manca… Cristo. Ma allora cosa non deve assolutamente fare un papa? Occupare quel posto, il posto da cui Cristo manca. Ma se fa questo allora si avvera la profezia evangelica sull’Anticristo, che si ha quando l’abominio della desolazione è posto là dove non si conviene (Cfr.. Daniele 11,31 e 12,11 anche Matteo 24,15 e Marco 13,14). Il posto di Cristo può e deve essere occupato solo da Cristo. Il papa ne è il custode, cioè ha la funzione di custodire quel posto affinché quel posto resti vuoto in attesa del Messia che viene nell’ultima sua Parusia. Ed invece nel film noi assistiamo a questa trasformazione in più sensi luciferina ed anticristica del personaggio di Enzo Jacchetti che nella compagnia dei commedianti interpreta proprio la figura di papa Sisto. Ma per far emerge e per poi poter riconoscere l’Anticristo ci vuole Cristo od almeno un povero Cristo, quel povero Cristo (e non semplicemente “sfigato”) che è Angelo Santini. E nel film ad un certo punto si mette in scena lo scontro tra il povero Cristo del regista ed il papa diventato Anticristo. Lo scontro consiste nel contrapporre la chiesa dei poveri che vive la radicalità evangelica alla chiesa di papa Sisto V° che ha tradito la chiesa di Cristo essenzialmente per il potere e i privilegi dell’istituzione. La chiesa dei poveri e la chiesa istituzionale e di potere l’un contro l’altra armate, opposte – opposte, sì ma appunto su di una medesima scena!! Ecco la loro morbosa complicità che fa del regista povero Cristo e del papa potente e terribile due caricature, due pupazzi piuttosto che due personaggi animati da idee opposte ed in lotta. Nessun conflitto se non anche qui la parodia di un conflitto, la messa in scena di un conflitto. Tra papa Sisto e Angelo Santini c’è una solidarietà di fondo in quanto tutti e due occupano la stessa scena: nessuna vera dialettica ma solo una morbosa complicità. Alla fine il regista tornerà a cantare stonato in parrocchia ed il commediante interpretato da Jacchetti deporrà i panni di papa Sisto senza che del loro conflitto (mimato più che effettivo) resti traccia.

 

Ma in verità la posta in gioco del film è ben altra e non può e non deve essere ridotta a questa messa in scena di uno scontro tutto sul piano del contenuto e dell’ideologia che in realtà non è un vero scontro.

 

Infatti per riconoscere l’Anticristo come tale ci vuole il Cristo, foss’anche un povero Cristo come è Angelo Santini che alla fine (alla “fine dell’opera”, in tutti i sensi) svergogna il falso Cristo, quel papa che lui stesso ha lasciato diventare un abominevole Dio in terra. Quello che nel momento decisivo comprende Angelo Santini è che il male non sta tanto nella chiesa come sistema di potere. Il vero male avviene quando lì dove non si conviene si installa l’abominio della desolazione. Fuor di metafora, il male si installa sulla scena del mondo appena il papa (figura in questo di ognuno di noi) si installa lì sul luogo (luogo-non-luogo in verità), che dovrebbe invece mantenere aperto, occupando tale luogo con la sua persona oppure con un senso che si voglia “il” senso, tutto il senso, proprio il senso, solo il senso. Alla fine quel povero Cristo di Angelo Santini riesce a svergognare il papa Anticristo che alla fine viene quasi costretto a svergognarsi da sé mostrandosi come una specie di grottesca e carnevalesca marionetta che ergendosi sul banco degli imputati – come se fosse il palcoscenico di un orrendo teatro dei pupi – si smerda, si sputtana davanti a tutti come quella scimmia di Dio che è diventato mettendosi al suo posto, sentendosi legittimato a fare ciò soltanto perché papa.

 

Alla fine, anzi dopo la fine, il povero Cristo (altro che sfigato!) sceglie di non mettersi più in scena, come ha fatto lungo tutto il corso del film nel tentativo di trovare un finale al suo musical religioso, preferendo vaporizzarsi in cielo nuvola tra le nuvole. Alla fine Angelo Santini preferisce abbandonare il suo musical (che “suo” a rigore non lo è più se mai lo è stato) che ormai ha trovato una conclusione (la conclusione l’ha trovata anche se rocambolescamente il musical religioso di Santini non il meraviglioso film di Paolo Consorti). Il regista a conclusione della sua ricerca di senso ha finalmente capito e sceglie di vaporizzarsi divenendo nuvola tra le nuvole – finalmente sparire. Il senso ormai non è più da rappresentare e racchiudere in un concetto od in una forma; assomiglia piuttosto ad una piccola zolletta di zucchero sciolta in una tazza di caffè. Il riferimento è qui alla nota pièce teatrale di Jean Genet intitolata “Elle” (1955), dedicata anch’essa alla figura paradossale del papa.

 

 

 

 

STEFANO VALENTE