“C’MON, C’MON”, un film di Mike Mills, recensione di Stefano Valente

“C’MON, C’MON”, un film di Mike Mills,

 

recensione di Stefano Valente

 

 

 

“C’MON, C’MON” è un film del 2021 scritto e diretto da Mike Mills. Johnny (interpretato da un convincente Joaquin Phoenix) gira di città in città, armato di attrezzature da fonico ed accompagnato da alcuni suoi amici e collaboratori, per intervistare giovani adolescenti sul senso della loro vita e su come si figurano il futuro. Dopo un anno dalla morte della madre Johnny telefona a sua sorella Viv venendo a sapere della malattia del marito e così si offre di badare al nipote per tutto il tempo in cui Viv sarà via. In tal modo comincia il viaggio di Johnny con suo nipote Jesse; viaggio che è un vero e proprio cammino esistenziale durante il quale Johnny confrontandosi con il nipote – un bambino “difficile” e sfidante, che mette costantemente in crisi lo zio con le sue provocazioni e l’imprevedibilità dei suoi comportamenti – sperimenterà tutta la sua inadeguatezza a svolgere il ruolo genitoriale. Jesse sembra essere un bambino né obbediente né disobbediente e per questo disorienta con i suoi gesti imprevedibili il pur accudente zio che, anche se pieno di buona volontà, sembra incapace di intercettare i sentimenti del nipote e di entrare in empatia con lui. Nel film il piccolo Jesse è in verità dipinto come una specie di extra-terrestre che con la sua imperscrutabile diversità mette continuamente in crisi Johnny – questo modo di essere e di comportarsi mette letteralmente in ansia lo zio che più volte si mostra angosciato e disorientato. Ma da cosa deriva questa angoscia? E come guarirla? Io credo che tutto il film si possa leggere come un tentativo di dare risposta a questa domanda indicando la via per rovesciare questo vissuto di angoscia in un sentimento di meraviglia. Ma perché ciò avvenga bisogna che Johnny compia una piccola ma decisiva rivoluzione. L’origine dell’angoscia di Johnny, come di ogni figura genitoriale, sta proprio nel fatto di considerare l’adulto come il modello del bambino. Ma nel vangelo Gesù rovescia radicalmente questo assunto quando afferma: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Cfr. Matteo 18,3). Non è l’adulto ad essere il modello del bambino – ci dice scandalosamente Cristo – bensì è il bambino ad essere il modello dell’adulto. Nel film assistiamo proprio a questo rovesciamento il cui perno è proprio la figura del nipote di Johnny. In questo senso Jesse piuttosto che essere un extra-terrestre si rivela essere una specie di angelo evangelico che col suo stesso essere mette nelle condizioni lo zio di sciogliere quel grumo di angoscia che si portava dentro. Il senso del film quindi non sta in una qualche morale o teoria ma sta nel farci fare insieme a Johnny esperienza di questo ribaltamento che porta alla fine ad aprirsi al mondo con un senso di meraviglia e gratitudine nei confronti della sua bellezza e novità che solo gli occhi di un bambino sanno ancora cogliere e vivere. Un’ultima considerazione: il film è ritmato – un continuo sottofondo –  dalle risposte che bambini e ragazzi danno alle domande degli adulti. Si ha l’impressione che attraverso queste interviste siano gli adulti a proiettare sul vissuto dei bambini le loro angosce esistenziali relative al senso della vita ed alle incerte promesse del futuro; ma i ragazzi intervistati piuttosto che rispondere a queste domande sembrano smarcarsi da queste come se resistessero innocentemente alla violenza degli adulti che proiettano su di loro quelle angosce a cui essi stessi sono i primi a non saper dare risposta. Anche qui i ragazzi interrogati rispondono in maniera disarmante aiutando ad aprire i nostri occhi di adulti a quella meraviglia del mondo che non siamo più capaci di cogliere perché troppo frastornati dalle nostre occupazioni e preoccupazioni. É proprio il caso di dire: il mondo salvato dai ragazzini.

 

 

STEFANO VALENTE