ITALIA NOSTRA ROMA SUL PARCHEGGIO DI VIA GIULIA: “PECCARE DI MESCHINITÀ AL COSPETTO DEI GRANDI”

COMUNICATO STAMPA

17 giugno 2023

 

“PECCARE DI MESCHINITÀ AL COSPETTO DEI GRANDI”

 

 

Peccare di meschinità al cospetto dei grandi, così conclude il breve, ma efficace articolo a firma di Adriano La Regina sulle pagine di Repubblica. Il tema è l’irrisolta questione di via Giulia, là dove le demolizioni del trentasei hanno consentito dopo più di settant’anni l’insediarsi di un parcheggio interrato senza una sistemazione di superficie. Il problema nasce proprio da questo pregiudizio. Nasce dal presupposto cioè che una cosa interrata è di per sé innocua poiché sostanzialmente invisibile, cosicché non vi possa mai essere problema per i futuri parcheggi in città: non è così e via Giulia ce lo dimostra!

Compiuta l’opera a metà ci ritroviamo infatti i relitti. Alcune proposte si erano affacciate prima del parcheggio e tra di esse quelle dei compianti Portoghesi e Marconi; due veri conoscitori della città che esposero dei progetti di ricucitura edilizia. Il tessuto costruito su questo asse è la prima organica trasformazione rinascimentale rivolta alla “vecchia” città medievale, dalla “Renovatio” avviata all’epoca di Sisto IV. Il disegno della via dedicata a papa Giulio II, che la volle a prosecuzione delle opere destinate a rafforzare la direttrice vaticana, è di Donato Bramante. Ma il cospetto dei “grandi” di cui riferisce il Soprintendente La Regina, potrebbe riempirsi di molte altre biografie che si radicano con profondissime tracce nella geometria di questo sistema di strade; una tra tutte quella di Filippo Neri e del suo santo sodalizio. Stiamo dunque parlando di uno dei “pezzi” più significativi della città.

Italia Nostra Roma ha già segnalato al Municipio, al Comune ed al Ministero la necessità di avviare un nuovo approfondito progetto che non sia la prosecuzione di un’idea confusa già in origine, la quale oggi non si sposta dal suo “dirizzone”. Sbagliato innanzitutto il metodo e poi il merito. “Erratica” l’idea del “giardino” con tutte le sue “nuance” psicodrammatiche: Barocco, Segreto, invisibile e trasparente, racchiuso da muri e poi rivestito di edere. Su questo riquadro residuale della sublime città, come fosse una pezza di agro rurale, si sono sfrenati i più fervidi inventori: alberi, arbusti, cespugli e distese fiorite di prati; pergolati ospitano tavoli narranti di pregio architettonico. L’imbarazzo della Soprintendenza di Stato traspare ben evidente nel dover prescrivere una pavimentazione in materiali ecocompatibili adatti al “contesto naturalistico” … a via Giulia!

I comitati disorientati che tanti anni fa avevano contestato la riedificazione dei volumi oggi sono contro i muri ritti su blocchetti di laterizio “a massa alleggerita e porizzato”. No-muro o Si-muro! Ma non è questo il problema. Né quello di farlo più basso o con un cancello più rado o intonacato a pozzolana o rivestito di verdura. Queste scelte corrono nella loro estemporanea pensata a dare soluzioni ad un non-progetto.

Il professore Adriano La Regina propone dunque – come noi abbiamo fin da subito sostenuto – una soluzione coerente al carattere del contesto urbanistico: quel “sistema delle relazioni urbane” come amava definirle Paolo Portoghesi. Si pone infatti l’esigenza di un progetto nel rispetto della “Forma Urbis” qui sorpassata dall’assenza degli studi sulla topografia storica. Il progetto deve estendersi a tutto il tessuto intorno ed alla “Moretta”: altro lacerto che pende ancora malinconico dal grigio cielo dei quadri di Mario Mafai. Si chiama “Progetto di Recupero Urbano”, ovvero “Restauro Urbano”

… come vi pare. Le aule delle scuole di architettura trasudano delle loro ben accorte teorie quanto le strade della città storica ne sono orfane! E poi c’è anche l’Archeologia che non è un incidente di percorso da risolvere in qualche modo. Tutta Roma è Archeologia! E per quella milioni di turisti accorrono sostenendo l’unica impresa economica oggi in piedi (un indotto di 6,5 miliardi annui). Vi sono ancora i muri e le architetture dello “stabulum” (le stalle) degli Aurighi augustei. Cosa ne facciamo? Ricopriamo, mettiamo sotto il tappeto o ne diamo nuova vita con la virtuale interazione di un breve passaggio? E la città, la città dov’è … dov’è finita la città? Sui quadri melanconici di Mafai?

Si muovano dunque Ministro e Sindaco, ma facciano presto; sia d’insegnamento agli altri casi oggi in discussione!