A Serious Man, recensione di Riccardo Rosati

A Serious Man

 

Genere: commedia

Nazione: USA

Anno produzione: 2009

Durata: 105′

Regia:  Joel Coen e Ethan Coen

Cast: Michael Stuhlbarg, Richard Kind, Fred Melamed, Sari Lennick, Aaron Wolff, Jessica McManus, Peter Breitmayer, Brent Braunschweig, Ari Hoptman, Amy Landecker

Sceneggiatura:  Joel Coen e Ethan Coen

Produzione:  Working Title

Distribuzione: Medusa

 

            Un uomo serio

Larry Gopnik, professore universitario di fisica di origine ebraica, si trova a dover fronteggiare una difficilissima situazione: la sua conferma come docente di ruolo è messa in discussione da varie lettere anonime inviate alla facoltà, nelle quali lo si accusa ingiustamente di scarsa moralità sul lavoro. Come se non bastasse, la moglie si è  innamorata di un vecchio (in tutti i sensi) conoscente e pretende un get, ovvero un divorzio rituale. A completare una situazione a dir poco disperata, ci pensa il fratello disoccupato che si è accampato a casa sua. Larry sembra ormai un bambino alle prese con un mondo che lo stupisce e terrorizza allo stesso tempo.

 

 

Io non ho fatto niente!

A Serious Man dissipa qualsiasi dubbio sul fatto che ormai questa particolare coppia di fratelli-autori-complementari (per utilizzare un termine alla Ghezzi) abbia raggiunto un livello degno di essere chiamato Arte, e nel mondo del cinema gli autori viventi che possono vantarsi di aver raggiunto questo invidiabile traguardo si  contano sulle dita di due mani. Il “Miracolo Coen” consiste nel girare storie che se lette in una sceneggiatura sembrerebbero assurde e spesso inutili all’occhio della maggior parte dei produttori. Poi, Joel e Ethan, da bravi rabbini di un cinema che sembra ispirato talvolta agli assurdi quanto logici numeri della cabala, riescono a comporre una storia che solo loro potevano prima concepire e poi girare. Solitamente, il giudizio sull’apprezzamento o meno di una pellicola andrebbe alla fine, tuttavia per i Coen queste, come poi tante altre, regole non valgono e dunque il commento conclusivo è il seguente: semplicemente un’opera unica!

Tutto il film è un omaggio un po’ irriverente alla cultura ebraica. Irriverenza che però fa intelligentemente riferimento a quel sostanziale patrimonio di umorismo che si trova nel teatro e nella letteratura yiddish. La storia parte proprio da questo punto, passando poi al racconto di alcuni devastanti frammenti di vita del classico loser tanto amato dai Coen: uno che attraversa la propria esistenza passivamente, senza mai cercare di reagire. Solo nei momenti di sogno egli si accorge dell’insostenibile peso di un fato che gli si accanisce contro, ma anche in questo caso nulla ha realmente senso, se non il fatto che tutto sembra per finire e i personaggi si avvicinano al capolinea con disarmante noncuranza, lasciando così la trama volutamente insoluta. In questo caso, però, non possiamo giudicare il finale aperto come un banale errore in fase di stesura del soggetto. In effetti, non si ravvisa alcuna necessità di avere spiegata per filo e per segno la conclusione di una vicenda di per sé assurda. Ragion per cui, l’opera in questione è coerente persino nella sua mancanza di coerenza, poiché non necessaria, e che risulterebbe addirittura pleonastica per uno spettatore almeno un po’ smaliziato; che è poi quello che va a vedere i film dei fratelli Coen.

Curioso il fatto come in alcune sequenze si percepisca lo stesso freddo asciutto e crudele di Fargo (1996), il primo grande successo della coppia. A dire il vero, ciò non capita solo in questo film, ma è quasi una costante presente nelle loro opere, quando a essere descritta è la provincia americana, senz’anima, con quelle casette fatte di legno scadente e immerse in distese desolate sino a perdita d’occhio. 

La grottesca ironia della quotidianità tanto amata dai Coen si incarna nella squallida vita di uomo serio e calmo, la cui unica peculiarità è quella di non fare mai niente, mentre tutto il mondo che gli gira intorno sembra indaffarato a fare cose di cui però non se ne capisce davvero il senso. Larry Gopnik pone tante domande e si frustra nel non ricevere mai uno straccio di risposta. Egli non è cosciente del fatto che per i suoi quesiti, come del resto per la sua stessa vita, non esiste soluzione. 

Riccardo Rosati