The Possession, recensione di Riccardo Rosati

 

The Possession, recensione di Riccardo Rosati

 

Titolo originale: The Possession

Genere: Horror

Nazione: USA

Anno di produzione: 2012

Data di uscita al cinema: 25/10/2012

Durata: 92′

Regia: Ole Bornedal

Interpreti: Jeffrey Dean Morgan, Kyra Sedgwick, Grant Show, Madison Davenport, Natasha Calis.

Voto: 2

 

Clyde e Stephanie Brenek, separati da tempo, non vedono grandi motivi di preoccupazione quando la loro figlia minore, Em, diventa stranamente ossessionata da una vecchia scatola di legno, acquistata a un mercatino. Ma quando la ragazzina comincia a comportarsi in modo sempre più bizzarro, i suoi genitori iniziano a temere che una forza malevola si sia insediata in lei. Alla fine scoprono che la scatola era stata costruita per contenere un Dibbuk, uno spirito smarrito che abita prima e poi divora l’essere umano che lo ospita.

Ispirato a una storia vera, The Possession è la vicenda di una famiglia costretta a restare unita per sopravvivere all’ira di un’indicibile forza del Male.

 
Nel corso della storia, una delle paure più profonde e ossessive dell’uomo è sempre stata quella di venire posseduto: l’idea che il nostro corpo e la nostra mente possano essere assaliti da forze disumane insaziabili e animate da una volontà oscura ci ha sempre terrorizzato. Si racconta di ogni genere di demoni e fantasmi che vanno a caccia delle nostre anime, ma i Dibbuk si attestano come assai singolari. Comparsi nelle antiche storie del folclore ebraico, si narra che i Dibbuk (che letteralmente significa “legame”) siano spiriti maligni che vagano in una specie di limbo e sopravvivano unendosi agli esseri umani, insediandone la carne. Per tenere alla larga il loro sconvolgente potere, i falegnami ebrei fabbricavano delle scatole  molto speciali così da intrappolarli, e con essi l’arcaico male che rappresentano, almeno finché a qualche sciagurato non veniva in mente di aprirne una. Esistono storie di Dibbuk che risalgono addirittura all’Era Biblica.

L’attenzione al fenomeno è stata risollevata di recente da una inaspettata apparizione sui giornali: nel 2004, il giornalista del Los Angeles Times, Leslie Gornstein, ha scoperto la vicenda di un uomo che stava mettendo all’asta su eBay un oggetto particolarmente inquietante: dichiarava che si trattasse di un’autentica scatola per Dibbuk che aveva tormentato tutti i suoi precedenti proprietari, lui incluso, con un tale indiscriminato terrore che era disposto a tutto pur di liberarsene.

 

Prodotto da una vera leggenda dell’horror cinematografico come Sam Raimi, The Possession è un film, ci dispiace dirlo, abbastanza inconsistente e in fin dei conti inutile. Peccato davvero, poiché alla regia troviamo il talentuoso Ole Bornedal, il quale nel 1994 si era messo in luce col bellissimo Il guardiano di notte (“Nattevagten”) – ci riferiamo alla pellicola originale danese, trionfatrice al Fantafestival del ’95, e non al remake americano sempre di Bornedal – un piccolo cult movie che ha saputo unire, anche con pochi mezzi economici, originalità e qualità; cosa che non avviene affatto nel caso di questa sua ultima malriuscita fatica. Difatti, tutta la storia di The Possession è alla insegna del “già visto”, al punto da domandarsi cosa potrai mai offrire all’appassionato del genere questa pellicola; alla fine neanche dei momenti di autentico terrore, visto che in alcuni casi, è vero, si sobbalza leggermente dalla sedia, ma il tutto dura ben poco ed è dovuto più agli ormai immancabili e ripetitivi espedienti sonoro-visivi di chiara matrice asiatica, piuttosto che a una “sana” costruzione della paura.

Anche lo spunto di base della storia, ovvero quello di una scatola maledetta, non è per niente una novità, basti pensare alla lunga e fortunata serie di Hellraiser, partorita dalla mente creativa, quella sì di grande qualità, di Clive Barker. L’unico argomento in qualche modo originale presente nella trama è rappresentato dalla possessione in ambito ebraico, più precisamente afferente alla cultura yiddish. Anche in questo caso però il tutto è buttato lì senza sentimento, né vero interesse per una costruzione di una storia avvincente. Dunque, quella che poteva essere una opportunità per parlare del misticismo ebraico e della sua tradizione demonologica non viene affatto sfruttata, giacché poco o nulla viene spiegato in materia.

 

Tirando le somme, per Bornedal, ma anche per gli sceneggiatori, questa è stata senz’altro una occasione persa per rivitalizzare un genere, l’horror, che sembra quasi alla canna del gas, per non parlare del sotto-genere legato alle possessioni demoniache, il quale dopo il capolavoro di William Friedkin, L’esorcista (1973), ha probabilmente  raggiunto il suo apice e sarebbe perciò ragionevole che gli autori cinematografici comprendessero che con questa opera si è scritta la parola fine per questo tipo di storie. Poco o nulla sono serviti a Bornedal i sopracitati espedienti che richiamano il J-Horror nipponico.

La crisi del cinema horror, a nostro modesto parere, non solo continua, ma sta sfortunatamente, pellicola dopo pellicola, palesando l’esaurimento pressoché irrimediabile della vena creativa di questo importante filone della Settima Arte.

 

Riccardo Rosati