CENTO CHIODI Un film di E. Olmi, recensione di Stefano Valente

CENTO CHIODI

Un film di E. Olmi

 

di Stefano Valente

 

 

 

“i libri pur necessari non parlano da soli”

 

 

Un film che in alcune sue parti mi ha addirittura scandalizzato. Si tratta di un film dissacrante? In una conversazione tra Olmi e Ravasi si è detto che più che essere un film dissacrante (che dissacrerebbe il libro nella misura in cui esso sia considerato libro sacro, sacra Scrittura) è un film desacralizzante. Il libro quando diviene sacro, quando per un atto d’autorità viene posto come sacrosanto corre il rischio di trasformarsi in un idolo. Crocifiggere i libri per Olmi significa abbattere degli idoli.

 

Ma cosa dobbiamo intendere con il termine “idolo”? In che senso un libro può diventare un idolo?Il libro diventa un idolo nella misura in cui pretende di sostituirsi alla vita – sembra dirci Olmi. Vivendo esclusivamente di libri corriamo il rischio di idolatrarli nel senso che tendiamo a fare nostri pensieri ed esperienze soltanto letti e non vissuti in prima persona così ci facciamo un immagine di noi che – per così dire – non corrisponde ai nostri bisogni più profondi. Invece di ascoltare il nostro cuore, invece di vivere direttamente la nostra esistenza così da scoprire noi stessi e cercare soltanto ciò di cui abbiamo veramente bisogno, viviamo in un mondo libresco facendoci una immagine di noi che in fondo non ci appartiene e che anzi contribuisce al formarsi di una falsa coscienza di noi e degli altri. In questo senso i libri, la cultura, la sapienza sarebbero contro la vita.

 

L’unico modo per ritrovare la vita allora sembra quello di abbattere gli idoli, distruggere il vitello d’oro, crocifiggere i libri.

 

I libri devono essere crocifissi almeno per questi due motivi (o dovremmo dire moventi): 1) perché simbolo dell’autorità che è contro la vita in quanto vuole sottomettere la vita stessa a regole, leggi, istituzioni che invece di liberare l’uomo lo sottomettono ad un sistema rigido di norme e regole codificato poi in un libro che in quanto depositario di tali leggi viene a sua volta imposto come sacro; 2) perché impediscono un rapporto diretto, senza mediazioni con la vita – vita che non si può trovare sui libri  i quali piuttosto (anche quando siano frutto di esperienze autentiche) cristallizzano e sclerotizzano la vita stessa che va, invece, vissuta con tutto se stessi al di là di ogni regola che le istituzioni poi codificano in dei libri che così diventano il simbolo di tale imposizione autoritaria della legge sulla vita.

 

La crocifissione dei libri non è altro che il simbolo del modo in cui E. Olmi cerca di risolvere questa opposizione tra sapere e vita, tra legge e amore, tra istituzione e libertà, tra spirito e lettera. Questa opposizione, però, non è un dato oggettivo di partenza – lo è certo per E. Olmi. Olmi non sembra dire insieme a Gesù Cristo: non è l’uomo per il sabato, ma il sabato per l’uomo. No, Olmi dice qualcosa di leggermente diverso. Tra uomo e sabato che una opposizione non conciliabile se non sacrificando un termine all’altro. Gesù – lungi dal condannare la legge che prescrive l’osservanza del Sabato – ribadisce l’ordine delle priorità. Cristo non è venuto a trasgredire la legge (non uno iota…), ma a darvi compimento (emplevit legem). L’atteggiamento nei confronti della legge (cioè delle istituzioni, della autorità … simboleggiate dai libri) da parte di Olmi è fondamentalmente diverso: per lui tra legge e amore c’è opposizione e l’unico modo di risolvere questa contraddizione è quello di sacrificare l’un termine a vantaggio dell’altro – ed Olmi sacrificherà la legge.

 

Intendere legge e amore come degli opposti mi fa pensare a coloro i quali distinguono un Dio della legge (inteso come una specie di padre padrone dispotico ed autoritario che troverebbe la sua collocazione nei libri che vanno a formare il cosiddetto vecchio testamento) da un  Dio dell’amore che sarebbe quello rivelato da Gesù Cristo e che coinciderebbe con la stessa persona di Gesù. Da una parte un Dio giusto e dall’altra un Dio misericordioso. Col dire ciò non ci si accorge di misconoscere lo stesso significato della salvezza portata ed annunciata da Gesù il quale – lungi dal contrapporsi al Padre giusto ma non misericordioso come colui che è misericordioso al di là di ogni giustizia – è proprio colui che sulla croce riconcilia la giustizia di Dio con l’amore di Dio così redimendo l’uomo.

 

Ma se si legge la Bibbia si scopre ben presto che questa opposizione tra due dèi (quello della legge e quello dell’amore) non abbia alcun serio fondamento biblico! (tale opposizione è più o meno presente nella nostra storia: la ritroviamo nella gnosi antica e financo in Lutero che solo sulla base di Romani e Galati tende anch’egli a riproporre tale opposizione).

 

Questa opposizione tra legge e amore, tra istituzione e vita ecc. è il presupposto del film di Olmi – se non si tiene presente ciò non si potrà comprendere a pieno la tesi di Olmi (qui non mi voglio porre l’ulteriore domanda e cioè non mi voglio chiedere se questo sia o meno un film a tesi).

 

In questo film assistiamo a tutta una serie di ribaltamenti: non è l’istituzione a crocifiggere l’amore, bensì è l’amore a crocifiggere l’istituzione (simboleggiata dai libri).

 

È vero solo lo Spirito vivifica, la lettera uccide – ma questo rappresenta un buon motivo per uccidere la lettera??!!

 

All’amore per la legge, per le istituzioni (simboleggiato dall’amore per i libri dell’esponente della chiesa custode della biblioteca ecc.) bisogna sostituire la legge dell’amore – sembra voler dire Olmi – ma in verità l’amore che annuncia questo personaggio (davvero??!!) cristico è un amore senza legge, è amore che si sbarazza della legge…è un amore puramente spirituale e il professorino più che la seconda persona della Trinità che si è fatta carne assomiglia più a ciò che un tempo si chiamava spirito libero – tanto spirito e tanto libero da essere incapace veramente di incarnarsi (ma di ciò non ora).

 

Il Cristo di Olmi crocifigge invece di lasciarsi crocifiggere. Dicendo ciò non dimentico il finale del film quando per riscattare la piccola comunità di pescatori dalla distruzione consegna se stesso pagando tutto il debito che i pescatori avevano con la legge – metafora evidente del sacrificio di Cristo. Ma il nostro Cristo non sale sulla croce e anche quando si consegna non si consegna per essere  crocifisso – viene incarcerato e nel carcere incontra l’alto prelato rappresentante della chiesa gerarchica (i riferimenti alla leggenda del grande inquisitore sono molto espliciti – anche se a mio giudizio Olmi non arriva a comprendere adeguatamente queste pagine di Dostoevskj)  che poi lo lascia andare. Cristo lasciato andare (come il grande inquisitore alla fine lascerà andare Gesù Cristo che si perderà nei meandri della città) scompare – cioè non ritorna alla comunità di pescatori che col suo sacrificio ha riscattato – se fosse tornato lo avrebbero fatto capo, re anche se di un piccolissimo regno (la comunità di pescatori appunto). Non torna per non essere a sua volta idolatrato e consacrato… così consegna i suoi ad una difficile libertà che pure sarebbe una libertà autentica che consiste nll’ascolto di quello Spirito che soffia dove vuole (queste parole del vangelo di Giovanni risuonano di notte in biblioteca nel momento in cui Cristo crocifigge i libri).

 

Cristo non ritorna ai suoi che abbandona alla loro libertà e che accetta di essere presente in quella comunità solo attraverso il ricordo – un assenza massimamente presente. Ma attenzione! È il Cristo di Olmi ad abbandonare la sua chiesa; il Cristo dei vangeli, invece, anche asceso al cielo non lascia sola la sua comunità, ma manda lo Spirito Santo che costituisce la Chiesa e continua ad essere veracemente presente nella sua Chiesa attraverso il sacramento dell’eucaristia – altro che un puro spirito od uno spirito libero!!?? Il Cristo dei vangeli è un Dio che si fa carne, un Dio che si incarna a tal punto da farsi crocifiggere, da morire, da consegnarsi agli uomini a tal punto da farsi – non solo servo che muore sulla croce – ma addirittura pane e vino. È il Cristo di Olmi a essere del tutto disincarnato, anzi…il Cristo di Olmi non vuole incarnarsi, infatti per lui ogni incarnazione dello Spirito corre il rischio di sclerotizzare la vita dello Spirito in formule. Ogni incarnazione dello Spirito lo negherebbe, negherebbe la sua vita perché una volta che lo Spirito abbia soffiato altrove ciò in cui esso si sarebbe momentaneamente incarnato tornerebbe ad esser lettera morta e la lettera uccide. Olmi sembra essere preso nell’opposizione tra vita dello Spirito e lettera morta e mortifera e risolve questa opposizione sacrificando la lettera allo Spirito ma senza accorgersi che questo è proprio ciò che ha fatto Cristo incarnandosi: lui che è la parola di Dio si è fatto lettera (l’ultima lettera… infatti Cristo non è solo l’alfa, ma è anche ed ultimamente l’omega) per rimandare (e consumandosi tutto in questo rimandare) al Padre.

 

Quando Olmi fa crocifiggere i libri dal suo protagonista sembra dimenticare che Cristo stesso è il Verbo incarnato, incarnato a tal punto da farsi lettera crocifissa. Il Cristo di Olmi invece non viene sulla terra per essere di nuovo crocifisso, né la sua venuta è descritta come la parusia finale – la sua è una venuta intermedia. Ma cosa è venuto a fare in questa venuta? È venuto a crocifiggere – abbiamo detto – la legge sulla croce dell’amore.

 

Il Cristo di Olmi sacrifica non se stesso (anche perché è fondamentalmente un Dio disincarnato e che in nessun modo vuole incarnarsi; ogni incarnazione per lui sconfesserebbe la libertà dello Spirito che soffia dove vuole) ma le istituzioni. Il Cristo di Olmi mette in croce il grande inquisitore e non viceversa.

 

Ma allora potremmo ora chiederci in che senso il protagonista del film è figura di Cristo. Dopo aver ascoltato il dialogo coll’inquisitore ho compreso che il Cristo di Olmi non può essere confuso in nessun modo con il Cristo che è annunciato dalla Chiesa.

 

Quando il vecchio prete lo interroga il professorino (presentato allo spettatore come un personaggio cristico) dice la bestemmia (ben diversa dalla bestemmia di Gesù Cristo raccontata nei vangeli – vedi in particolare la passione secondo Marco): Dio non è riuscito nemmeno a salvare suo figlio dal supplizio della croce – e non saremo noi a dover rendere conto a Dio, ma sarà lui alla fine del mondo a dover rendere conto a noi di tutto il dolore e la sofferenza del mondo.

 

Così non parla il Cristo (quale? Quello che la sua chiesa mi ha annunciato). Così al limite parla Ivan Karamazov. È Ivan (il nichilista, di contro ad Aliosia che è – lui sì – la vera figura cristica del romanzo di Dostoevskj) che rifiuta il biglietto di ingresso in paradiso perché rifiuta radicalmente e senza attenuanti che Dio dall’esterno del mondo e senza essersi coinvolto nel mondo riscatti la sofferenza, soprattutto la sofferenza che lui chiama inutile. Alla fine del racconto del bambino dilaniato dai cani del generale Ivan chiama in giudizio Dio – Ivan assume il ruolo di accusatore chiamando al banco degli imputati Dio. In tal modo Ivan mette in pratica la bestemmia del Cristo di Olmi. Solo che Olmi non si accorge (ma come fa Olmi a non accorgersi di questo, non è possibile una svista lui che è così profondamente cristiano !!??) che Dio nella storia (prima del giorno del giudizio, prima che la storia abbia termine) si è già presentato al banco degli imputati, si è già sottoposto a processo nel Figlio suo Gesù Cristo.

 

Cristo sotto accusa non si difende, non spiega agli uomini il perché del dolore e della sofferenza, non dà ragione astrattamente dello scandalo della sofferenza (questa sarebbe stata la vera bestemmia!) – Cristo fa di più: assume su di sé, nella sua carne, la sofferenza e il dolore degli uomini e solo così non solo li redime ma li salva. E ciò Cristo può fare proprio perché si incarna.

 

Il Cristo di Olmi non capisce questo grande mistero – più che alla figura cristica di Alioscia (che alle parole con cui Ivan motiva il suo rifiuto di Dio risponde ricordando Colui… cioè il Cristo di Dio incarnato, crocifisso e risorto) il Cristo di Olmi somiglia al nichilista Ivan. A tal punto che per lui la morte di Dio non è la salvifica morte del Figlio, ma la nichilistica morte del Padre (la nietzscheana morte di Dio).

 

Allora il Cristo di Olmi è un impostore: non è figura di Cristo, ma figura anti-cristica. Il Cristo di Olmi è uno che accusa Dio (Satana etimologicamente significa proprio “accusatore”) così non fa il vero Gesù Cristo che non accusa né Dio né gli uomini ma che col suo sacrificio sulla croce riconcilia gli uomini con Dio.

 

Olmi non riesce a pensare e ad esperimentare Dio come il vivente. Tra Dio e vita per Olmi c’è una opposizione insanabile (così come l’accusatore cerca di mettere in contraddizione Dio notando che tra la sua giustizia e la sua misericordia c’è opposizione, così il Cristo di Olmi fa con Dio). L’unico modo per risolvere questa contraddizione è sacrificare uno dei due termini e lui sceglie di scacrificare Dio. Mi spiego.

 

La soluzione di Olmi ricorda alcune argomentazioni di Feuerbach. Il filosofo tedesco ci mette di fronte ad una alternativa: o sacrificare l’amore a Dio o sacrificare Dio all’amore. Olmi decide di sacrificare Dio all’amore. Per quel che riguarda me io non faccio la scelta opposta, mi limito ad osservare che qui Dio è concepito come radicalmente opposto all’amore per cui l’unico modo di uscire da detta opposizione è quello di sacrificare un termine all’altro come fa Feuerbach e insieme a lui Olmi.

 

Olmi non riesce proprio a comprendere e prima ancora a vivere la verità annunciata scandalosamente nelle Sacre Scritture e che afferma: Dio è amore.

 

Tra Dio (il Dio della Legge) e l’amore non c’è opposizione e Cristo salendo sulla croce ce lo mostra. È l’accusatore che ci mette di fronte al dilemma (come i farisei facevano con Gesù ai tempi della sua predicazione) – un dilemma che sembra irrisolvibile a meno di sacrificare uno dei due termini: la legge o l’amore. Ricordo – solo per fare un esempio di tale situazione – quando i farisei presentarono l’adultera a Gesù: se non la avesse condannata avrebbe violato la legge, se la avesse condannata non sarebbe stato quel Dio misericordioso che diceva di essere. Cristo, con grande sapienza si smarca e apre una via nuova proprio lì dove sembrava non esserci.

 

Olmi in fondo non crede a questa scandalosa verità ( che è ancor più scandalosa dello scandalo che il suo film ha suscitato in me ) che Dio è amore. Solo con la fede in Cristo si può prima ancora che comprendere vivere questa verità – una verità che non è contro la vita; una verità che, prima ancora di essere scritta sui libri, è uno dei nomi di Gesù Cristo che è via, verità e vita.

 

 

P.S. La parte del film che mi è piaciuta di più e quella che racconta la vita della piccola comunità sul lungo Po che si raccoglie intorno al protagonista. Vi ho riconosciuto – fino a commuovermi – la mia vita nella comunità parrocchiale di San Romano. È vero i libri non parlano da soli. A me il Vangelo ha parlato attraverso la chiesa di Cristo retta e vivificata dallo Spirito Santo.

 

STEFANO VALENTE