Et in terra pax, recensione di Riccardo Rosati

Et in terra pax, recensione di Riccardo Rosati

 

Genere: Drammatico

Nazione: Italia

Anno produzione: 2010

Durata: 89′

Regia:  Matteo Botrugno e Daniele Coluccini

Cast: Maurizio Tesei, Ughetta D’Onorascenzo, Michele Botrugno, Fabio Gomiero, Germano Gentile, Simone Crisari, Riccardo Flammini, Paolo Perinelli

Produzione: Settembrini Film, Kimerafilm

Distribuzione: Cinecittà Luce

Sceneggiatura: Matteo Botrugno, Daniele Coluccini, Andrea Esposito

 

Periferie del dolore

L’estrema periferia romana fa da sfondo a tre storie parallele legate fra di loro dal filo rosso della droga, della criminalità e della solitudine. Marco, dopo cinque anni passati in carcere, torna a casa sforzandosi di cercare una vita normale, lontana dai traffici illeciti che ne avevano causato l’arresto. Il tentativo di dimenticare il suo passato e di iniziare daccapo è destinato però a fallire: l’uomo, abbandonato dalla famiglia, si lascia convincere dai suoi ex-compari a riprendere a spacciare. Egli si ritrova così nuovamente a convivere con la delinquenza e inizia a vendere cocaina sulla panchina di un piccolo parco, la quale diverrà per lui una sorta di isola da cui gli è possibile osservare le vite altrui e il nulla che ha intorno.

Sonia, studentessa universitaria, lavora in una bisca per arrotondare. Il suo tentativo di studiare e di rendersi indipendente economicamente viene vanificato dalla dura realtà che la circonda.

La terza storia riguarda Faustino, Massimo e Federico. Diversi fra loro ma costretti a un’amicizia che li rende apparentemente invulnerabili, i tre si trovano invischiati in una serie di eventi concatenati che li porterà a scontrarsi con la vita feroce della strada. Tutti i protagonisti, una volta incontratisi, si lasceranno dietro una scia di sangue e di violenza.

 

Il collasso della bugia multicultural-globale

Parecchi anni dopo il film-manifesto sul degrado delle periferie delle grandi metropoli europee, ci riferiamo all’indimenticabile L’odio (“La Haine”, 1995) di Mathieu Kassovitz, anche in Italia si inizia a trattare con una certa attenzione questa cruciale tematica. Ultimamente non sono poche le pellicole girate nel nostro Paese che attingono dall’ambiente di decadimento e criminalità delle periferie, sfruttando l’“universo borgataro”, quale cornice potente ed espressiva.

L’esperimento dei giovani Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, al loro esordio in un lungometraggio, racconta la storia di giovani alla deriva, squallidi membri di una umanità ai margini, sbandata e alienata. I protagonisti ritratti nel film, più che colpevoli, sembrano vittime predestinate, condannati a priori dal degrado in cui sono costretti a vivere, in una società fintamente multiculturale – multietnica, questo sì – dove la Globalizzazione ha tramutato l’essere umano in consumatore, con un unico diritto/dovere: acquistare!

 

Fa piacere notare come una parte del cast sia reduce dal percorso del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, cimentandosi per la prima volta in un progetto importante. Una fotografia di discreto livello si concentra in più occasioni in modo efficace sulle architetture, vere “responsabili” dello squallore che affligge da tempo una parte rilevante della gente, e non soltanto in Italia. Da Et in terra pax si evince l’ovvio, almeno per coloro che hanno il coraggio e la capacità di pensare con la propria testa, dunque lontani da una ideologia da difendere a ogni costo, in nome di un arcano, quanto inattuabile, progetto per un mondo migliore. Sarebbe a dire, che ormai è acclarato il totale fallimento dell’architettura modernista di stampo socialista: da Le Corbusier, passando per le Vele di Scampia, allo Zen di Palermo, giungendo infine al “Serpentone” di Corviale, dove è ambientata questa storia. Enormi palazzi, nati per imporre e non incoraggiare la socializzazione, sono diventati non-luoghi del decadimento, ingestibili, per via di una manutenzione difficilissima. Gigantesche isole di cemento, senza anima né un legame con la cultura architettonica della città che le ospita. Questo modo di fare architettura è considerato non solo parte del succitato modernismo, ma anche come una visione distorta della società, concretizzatasi sul piano urbanistico.

La pochezza umana di Roma va oggi ben al di là di quella più volte messa alla berlina da Ennio Flaiano. Le riprese di Corviale presenti in questa pellicola rendono bene la folle idea di pensare che anche l’uomo possa vivere in modo “seriale”, senza un proprio specifico fatto di limiti e talenti; difetti e virtù. Solo per aver suggerito tali riflessioni, l’opera di Botrugno e Coluccini dovrebbe essere considerata col dovuto interesse.

 

Un altro punto forte del film lo si individua nei dialoghi, dai quali traspare perfettamente tutta la noia che è il principale veleno della attuale gioventù. I giovani vivono come degli animali in gabbia, non uscendo mai dalle loro “prigioni” urbane; in tal senso, l’architettura di Corviale è riuscita, purtroppo, benissimo nello scopo. La borgata oggi non è più quel luogo pasoliniano dove accanto al degrado e alla violenza, vi era pure un côté umano molto sviluppato. La periferia è diventata perlopiù un teatro di vicende tragiche, in cui divengono lampanti rabbiosi istinti di sopravvivenza.

 

Una nota tecnica finale, Il film è stato girato in digitale d’alta definizione, con la Red One Camera: un nuovo mezzo che ha favorito l’abbattimento dei costi garantendo al contempo una immagine di ottima qualità.

   Riccardo Rosati