IL PRIMO GIORNO DELLA MIA VITA”, UN FILM DI PAOLO GENOVESE. Recensione di Francesco Sirleto

OSSERVARE LA VITA CHE SCORRE ANCHE SENZA DI NOI, NEL TEMPO SOSPESO TRA LA FINE DELL’ESSERE E L’INGRESSO NEL NULLA.

È IL TEMA DE ” IL PRIMO GIORNO DELLA MIA VITA”, UN FILM DI PAOLO GENOVESE.
Recensione di Francesco Sirleto
Di opere cinematografiche che trattano, con toni e in modi differenti, il tema della fine dell’esistenza o, per meglio dire, che cercano di descrivere quella immaginaria regione spazio-temporale sospesa tra la vita che non è più vita (perché precede, sia pure di poco, la fine effettiva) e il definitivo ingresso nel “nulla eterno”, se ne possono citare a decine. Se a questo argomento di carattere generale aggiungiamo, per approfondire, anche l’aspetto o la particolare modalità del fine vita (vale a dire il suicidio), e magari la presenza di un’entità “soprannaturale”, ad esempio un inviato angelico oltremondano, ci viene in mente, tra i film relativamente recenti (senza trascurare il bellissimo “14 grammi”, del 2004, con Sean Penn e Benicio Del Toro), quello di Daniele Luchetti, “Momenti di trascurabile felicità”, del 2019, con Pif (Pierfrancesco Diliberto) come protagonista e l’ottimo Renato Carpentieri come interlocutore angelico.
In quest’ultimo lavoro di Paolo Genovese, dal titolo “Il primo giorno della mia vita” (2023), visionato ieri sera nel cinema Caravaggio insieme agli amici del Cinecircolo romano, ritroviamo, a grandi linee, il medesimo schema e filo conduttore del film di Luchetti, cioè la sospensione dell’effettivo fine-vita per un tempo limitato di sette giorni, e la ricerca spasmodica, da parte del morituro, di una dimensione esistenziale autentica e priva dei malsani rapporti con gli altri basati sui falsi valori e miti imposti dalla moderna società iperconsumistica, alienante e omologante; una ricerca stimolata e agevolata da un “agente” del mondo-al-di-là momentaneamente in missione nel mondo-al-di-qua.
Vi sono, tuttavia, sostanziali differenze rispetto al film di Luchetti: innanzitutto il tono generale della storia, non più improntata alla malinconica e tenera ironia che avvolgeva le vicende attraversate dal personaggio interpretato da Pif, bensì una rassegnata tragicità di fronte ai fallimenti professionali, alla perdita di persone care, alla carenza o all’assenza di veri e autentici affetti familiari, che caratterizzano i quattro differenti “morituri”, tramite suicidio, che sono protagonisti della storia narrata da Genovese, ottimamente interpretati da Valerio Mastandrea (nella parte di Napoleone, guru di una setta che promette felicità a buon mercato), Margherita Buy (nel ruolo di Arianna, una donna dolorosamente segnata dalla prematura scomparsa della giovane figlia), Sara Serraiocco (nei panni della disabile Emilia, una ex ginnasta “eterna seconda” ossessionata dall’ansia di prestazione e delusa dalla mancanza dei risultati sportivi da lei vanamente agognati), il minore Gabriele Cristini (una super interpretazione la sua, nel ruolo di un bambino, Daniele, bullizzato a scuola perché obeso, incompreso e sfruttato a casa perché diventato improvvisamente celebre per i suoi video su you-tube seguiti da milioni di followers).
A questi si aggiunge il solito grandioso Toni Servillo, l’angelo “motivatore”, che accompagna i quattro protagonisti e aspiranti suicidi a lui affidati (non si sa da chi, forse Dio, un dio nascosto o volutamente assente, forse il Caso o il Fato: non vi sono tracce o speranze di trascendenza, in questa storia) e interloquisce con loro, in ciò svolgendo una missione vagamente “maieutica”, nel senso socratico del termine, vale a dire “conosci te stesso”.
“Il primo giorno della mia vita” è un film in cui dominano il rimpianto, la cupa tristezza, più spesso l’angoscia esistenziale di fronte all’insensatezza della vita quotidiana e all’amara prospettiva del nulla, la carenza o la totale assenza di scambio comunicativo e affettivo tra le persone; un film girato e immerso in un’atmosfera non più crepuscolare, ma in una notte oscura, viscida e fredda per la pioggia incessante, in una città (Roma) irriconoscibile, quasi londinese, priva di luce, quella medesima mancanza di luce riscontrabile nelle anime e nelle menti dei quattro miseri protagonisti, i quali, per sette giorni, vedono scorrere la vita inautentica dei loro simili dalla paradossale prospettiva dell’imminente e assoluta assenza di vita. Un film non completamente riuscito (in aperta contraddizione, infatti, il finale del settimo giorno con tutto lo svolgimento precedente della storia, anzi, delle storie) ma che tuttavia vale la pena di vedere