LA STANZA ACCANTO, di Pedro Almodovar, recensione di Francesco Sirleto

Pensieri, conversazioni, emozioni e immagini sulla vita e sulla morte

LA STANZA ACCANTO, di Pedro Almodovar

“… Aveva ricominciato a nevicare … c’era neve dappertutto in Irlanda. Cadeva ovunque nella buia pianura centrale, sulle nude colline; cadeva soffice sulla pianura di Allen e più a ovest sulle nere, tumultuose onde dello Shannon. Cadeva in ogni canto del cimitero deserto, lassù sulla collina … s’ammucchiava alta sulle croci contorte, sulle pietre tombali, sulle punte del cancello, sugli spogli roveti. E la sua anima gli svanì adagio adagio nel sonno mentre udiva lieve cadere la neve sull’universo, e cadere lieve come la discesa della loro estrema fine sui vivi e i morti …”. Questo lungo poetico brano – ultimo capoverso dell’ultimo racconto (dal significativo titolo I morti) di Dubliners” opera giovanile di James Joyce – recitato a memoria da Martha (nota giornalista inviata sui fronti di guerra interpretata da una straordinaria e sorprendente Tilda Swinton), malata terminale di tumore alla cervice, alla sua amica, la scrittrice Ingrid Parker (nei cui panni ritroviamo una delle migliori attrici dell’attuale firmamento cinematografico, la mostruosamente brava Julianne Moore, perfetta nel ruolo a lei assegnato dal regista Pedro Almodovar), rappresenta il suggello e la malinconica chiave di lettura del film La stanza accanto, Leone d’oro a Venezia nel 2024. Un film da me inseguito per più di un anno e, finalmente e con grande commozione e soddisfazione, visto ieri sera con gli amici del Cinecircolo romano nella sala del cinema Caravaggio. Un film che ci consegna una storia di incredibile e “pressante” attualità, una delle molte storie legate al tema della fine imminente di un’esistenza e alla necessità/volontà di non consegnarsi all’angelo della morte in condizioni vegetative e di totale dipendenza, ma nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali e sentimentali. Una storia che si sviluppa nel solco di una duplice relazione: da una parte il rapporto (nel quale si mescolano in egual misura coraggiosa consapevolezza e terrore) di Martha con la propria vita in procinto di concludersi; dall’altra il tenero rapporto che s’instaura tra le due donne, (due amiche che si rivedono dopo molti anni di lontananza), un rapporto complesso nel quale entrano come ingredienti una comune visione del mondo, le condivise preoccupazioni per i pericoli che minacciano la sopravvivenza del pianeta e la pacifica convivenza tra gli individui e gli stati, l’orgoglio che entrambe provano per le conquiste conseguite dal movimento di liberazione della donna e per il ruolo importante che le due amiche, grazie al loro lavoro, hanno svolto e continuano a svolgere a livello sociale e culturale. Un film ambientato non casualmente in America (è il primo film americano di Almodovar), una nazione nella quale emergono con forza dirompente,  accentuandosi ogni giorno che passa, i segni di una crisi che ha investito un modello etico-politico impostosi in tutto il pianeta e che, ormai, dimostra la sua insostenibilità tanto a livello di rapporti uomo-natura (avvelenamento dell’ecosistema e cambiamenti climatici), quanto a livello inter-umano, con rapporti caratterizzati dal prevalere della violenza, dell’arbitrio e dall’eclisse della ragione e dal venir meno di quei diritti che si credevano consolidati e intangibili. Un film che dimostra come un regista, già affermato e universalmente stimato, possa non accontentarsi dei risultati ottenuti e impegnarsi nella ricerca di nuove modalità espressive, tanto a livello formale quanto nei contenuti, sempre aderenti ai mutamenti sociali e individuali. Un film che ci coinvolge emotivamente ed empaticamente, che ci fa vivere il bellissimo rapporto di amicizia e di solidarietà, di lotta nei confronti dei pregiudizi antifemminili, di dignità e di equilibrio, di cura reciproca e di rispetto per chi vive con consapevolezza un dramma la cui unica via d’uscita, liberamente scelta, è quella dell’autodeterminazione, costretta a confrontarsi con leggi arretrate e con l’ottusità dei rappresentanti della “giustizia”. Determinante, ai fini dell’eccellente risultato del film, si è rivelata la scelta delle due eccellenti attrici, chiamate ad interpretare due donne allo stesso tempo così diverse ma anche così straordinariamente simili, così lontane e così vicine. Ma vorrei anche ricordare il bel contributo di John Turturro, nella parte di un intellettuale, ex amante in tempi diversi delle due donne, angosciato dalle parallele involuzioni, ecologica e politica, che caratterizza l’attuale fase della storia del pianeta. Sono da sottolineare, infine, l’ambientazione, i tempi, le pause, la fotografia, la colonna sonora. In definitiva, un film che riconduce il regista Almodovar ai livelli altissimi delle sue migliori prove (in particolare Parla con lei, del 2002), e forse anche ad un livello più elevato, come molti critici hanno osservato.