Qui Cinema – Cinecircolo Romano
Recensione
Michael
di Antoine Fuqua (2026)
di Giorgio Passeri
Partiamo da quello che funziona, e funziona bene: la recitazione è eccellente. Jaafar Jackson — nipote del vero Michael, scelto dalla nonna Katherine e catapultato al suo debutto cinematografico in un ruolo che sarebbe stato impervio per qualsiasi attore, è davvero convincente. Il fisico, il movimento, la voce: c’è qualcosa di commovente e quasi soprannaturale nel vederlo incarnare uno zio che non ha mai conosciuto da adulto. Colman Domingo nel ruolo del padre Joe è inquietante. I soldi si vedono — la produzione è lussuosa, la fotografia curata, le scenografie ricostruiscono un’epoca con dovizia. Antoine Fuqua sa girare, e si vede.
Eppure tutto questo non basta, e anzi rende la delusione ancora più netta. Perché quando hai un cast così, una produzione così, una storia così straordinariamente ricca di contraddizioni e abissi, e poi sul grande schermo ti arriva una sceneggiatura puerile, il contrasto è stridente. Il mondo di Michael è diviso in modo elementare: sono tutti belli, buoni e devoti; c’è un solo grande e crudele orco, il padre. Il resto è santificazione. Non c’è sfumatura, non c’è zona d’ombra, non c’è il coraggio di stare nell’ambiguità — quella stessa ambiguità che ha reso Michael Jackson una delle figure più discusse e affascinanti dello star system.
E qui arriviamo alla scelta narrativa più discutibile del film, quella che da sola ne rivela le ambizioni, o meglio, i limiti. Michael si ferma temporalmente esattamente prima degli scandali sessuali. È come se volessimo raccontare la storia della Germania e decidessimo di fermarci al 1932. Ciò che viene dopo, le accuse, i processi, le contraddizioni irrisolte, è la parte della storia che avrebbe richiesto coraggio cinematografico. Fuqua e i produttori hanno preferito non averlo.
Il finale poi affossa definitivamente il film. Le sequenze dei concerti, pensate evidentemente come apoteosi emotiva, si protraggono oltre ogni ragionevole misura drammatica. Chi non e’ un fan, in sala sbuffa. E quando uno spettatore sbuffa, vuol dire che la tensione narrativa è già morta da un pezzo, che il film ha smesso di raccontare e ha cominciato a esibirsi. È un segnale inequivocabile che qualcosa è andato storto.
La spiegazione, la piu’ plausibile, è che questo è un film costruito sartorialmente per i fan. I produttori devono aver ragionato, forse non a torto, dal punto di vista commerciale, che tutti i fan sia quelli della vecchia guardia che i piu’ recenti, sarebbero andati a vederlo. Hanno confezionato esattamente quello che presumibilmente, avrebbero voluto vedere: una celebrazione senza macchie, un greatest hits visivo, un altare laico. Le lunghe sequenze musicali non sono un errore di montaggio: sono il prodotto. Il problema è che un prodotto non è necessariamente un’opera cinematografica.
Peccato. Come dicono quelli bravi, un’occasione sprecata.
Scheda tecnica
Titolo: Michael
Regia: Antoine Fuqua
Sceneggiatura: John Logan
Cast: Jaafar Jackson, Colman Domingo, Nia Long, Miles Teller
Paese / Anno: USA / UK, 2026
Durata: 130 minuti
Distribuzione: Universal Pictures (internazionale)
