Mistero di donna – Lo sguardo attraverso la serratura
Mistero di donna (2026), regia di Simone Frullichini
C’è un viso sofferente all’inizio di Mistero di donna, il corto di Simone Frullichini. Un malessere interiore che non ha ancora trovato le parole per definirsi, un’inquietudine che cerca una forma. Trenta minuti dopo, quel viso ha fatto un viaggio, dentro se stesso, verso qualcosa che non sapeva di poter trovare.
Il corto racconta una ricerca introspettiva che porta la protagonista a scoprire una se stessa sconosciuta, una se stessa che la ama. Non solo in senso metafisico, anche fisico. La scena più audace e riuscita è quella in cui lei spia attraverso una serratura e vede se stessa nuda, e comincia ad accarezzarsi. È un’immagine di narcisismo nel senso più nobile e originale del termine: l’incontro con se stessa come atto d’amore. La serratura è la metafora perfetta, uno sguardo furtivo su qualcosa di proibito, che però sei tu stessa.
Il tono è decisamente onirico, e la colonna sonora, sintetizzatore minimale, senza strumenti, che evoca i b-movie italiani degli anni Settanta, costruisce un’atmosfera vagamente horror che potrebbe sembrare in contrasto con il tema, ma che invece funziona. Quella tensione sonora, grezza e autentica, trasforma il viaggio interiore in qualcosa di inquietante e seducente allo stesso tempo. Non la sofisticazione dei Goblin, ma una semplicità che ha il sapore giusto.
Brava Serena Verdone, che regge i trenta minuti con convincente naturalezza in un ruolo difficilissimo, quello di doppia protagonista, di chi guarda e di chi viene guardata. La sua voce fuori campo, calda e pensierosa, accompagna le immagini cercando di dare parole a sensazioni che le parole faticano a contenere. È il secondo livello del corto, quello verbale e introspettivo, che dialoga con il visivo onirico senza sovrastarlo.
Un corto coraggioso, che sceglie un tema scomodo, l’autoerotismo come scoperta di sé, e lo racconta con delicatezza e misura.
