Quella casa nel bosco, recensione di Riccardo Rosati

 

Quella casa nel bosco

 

Genere: Horror

Nazione: USA

Anno produzione: 2011

Durata: 95’

Regia: Drew Goddard

Cast: Chris Hemsworth, Fran Kranz, Jesse Williams, Kristen Connolly, Anna Hutchison

Produzione: Lionsgate – Mutant Enemy

Distribuzione: M2 Pictures

Sceneggiatura: Drew Goddard – Joss Whedon

 

L’ennesima gita che porta all’immancabile e scontato massacro?

Un gruppo composto da cinque compagni di college va in gita in montagna per soggiornare in una casetta isolata, per un fine settimana alla insegna di un divertimento spensierato e, magari, con un po’ di sesso, insomma, “alla americana”. Loro subiscono presto l’attacco di orripilanti esseri sovrannaturali. Tuttavia, questa è solo la punta dell’iceberg di una agghiacciante avventura, alla scoperta di un inimmaginabile arcano che l’Umanità nasconde sin dalla propria nascita.

 

Non è il solito Horror

Quella casa nel bosco (“The Cabin in the Woods”) è l’opera prima di Drew Goddard (già produttore e sceneggiatore di Cloverfield [2008] e delle serie TV Alias [2001 – 2006] e Lost [2004 – 2010]), quest’ultima scritta a quattro mani con Joss Whedon: padre di Buffy l’ammazzavampiri [“Buffy the Vampire Slayer”, 1997 – 2003]). Dunque, stavolta possiamo essere sicuri, dopo gli innumerevoli deludenti Horror degli anni recenti, che abbiamo a che fare con gente che sa il fatto suo e si vede! Difatti, rallegrano non poco le parole dello stesso Goddard che mostrano come ormai il genere necessiti di un ripensamento radicale: “Questo film metterà la parola fine a tutti gli altri Horror sulle case stregate. Vedrete delle cose che non avete mai visto nella vostra vita, resterete increduli davanti ad alcuni dei luoghi in cui vi porteremo. Però sarà divertente. Anche cruento, violento e terrificante, ma divertente”. In altre parole, il regista mostra di aver ben capito non solo la necessità di invertire la tendenza nel fare film sempre uguali in questo specifico ambito cinematografico, ma soprattutto la importanza di una rinnovata autorialità che porti anche a una riflessione autoironica. La lenta agonia del cinema dell’orrore sembrava essere stata in parte interrotta tempo fa dal cosiddetto J-Horror nipponico. Ciononostante, queste  pellicole se da un lato hanno apportato qualche interessante novità visiva, dall’altro hanno ancor più banalizzato e impoverito le trame, con la ripetizione dei soliti due o tre espedienti per spaventare.

 

Abbiamo volutamente iniziato questa recensione con un discorso generico sull’Horror, poiché il film in questione è davvero troppo denso di colpi di scena per essere sviscerato nel dettaglio, senza compiere un vero peccato mortale verso lo spettatore. Cercheremo comunque di analizzare questa opera, stando attenti a non svelarne troppo i “segreti”.

La narrazione, dopo un inizio volutamente banale, non dà tregua e accompagna chi guarda su di una strada che sembra riconoscibile, ma che poi sovverte tutto quello che uno si aspetterebbe. Ciò malgrado, è abbastanza facile individuare in questa storia anche un atto di amore verso il genere a cui appartiene, nel suo rendere omaggio ad alcuni classici come Suspiria (1977) di Dario Argento e ovviamente La casa (“The Evil Dead”, 1981) di Sam Raimi.

 

Il difetto di molti Horror è che spesso trattano il pubblico come una massa di idioti. Questa pellicola ha invece come priorità il rispetto per lo spettatore, ponendogli delle domande su cosa ci spinga a vedere dei film del terrore. Sicuramente, la paura è una parte imprescindibile di questo tipo di storie, ma ci dovrebbe essere anche dell’altro, come nel caso di Quella casa nel bosco. Da un paio di decenni, specialmente a causa dell’entusiasmo forse eccessivo, nonché vittima di un poco sofisticato esotismo, per i succitati prodotti orientali, si è mutuato da questi la tendenza a focalizzare tutta l’attenzione solo sull’aspetto visivo, colmo di effetti sbrigativi, quanto, come detto, ripetitivi. Dell’ingegno e dell’originalità si sono perse le tracce. Il film di Goddard, al contrario, e benché sia una citazione continua, fa proprio della voglia di innovare il suo cavallo di battaglia. Persino il rimando finale a uno dei più grandi, ma anche più “usurati”, “scrittori dell’incubo” – Howard Phillips Lovecraft (1890 – 1937) – di sempre è modellato con intelligenza ed è perfettamente coerente con l’intera narrazione. Tuttavia, la vera novità qui introdotta è rappresentata dall’approccio farsesco, grazie a un ottimo miscuglio di ironia e angoscia. Molta cura è stata data pure alla fotografia: la lavorazione si è svolta in varie splendide location nei pressi di Vancouver, nella British Columbia, in Canada.

 

In conclusione, il film non è semplicemente consigliato agli amanti del genere, ma anche a persone che non sono solite frequentarlo, le quali però sono comunque aperte alla sperimentazione. Costoro saranno forse sorprese nel trovare “citato” persino William Shakespeare (1564 – 1616), nella figura del celebre buffone (fool) del Re Lear [“King Lear”, 1605 – 1606]); l’unico che, attraverso il sarcasmo e il paradosso, è capace di dire la verità in un mondo di menzogne.

Prima di congedarci, come non riportare lo scambio al termine tra Marty e Dana, il quale incarna quel farsi beffe del Pulp in sé, in primis proprio di una icona popolare come HPL (lo riportiamo in inglese, per dovere filologico): “Giant evil Gods”/“I wish I could have seen them”.

   Riccardo Rosati