Wild Horse Nine, un’epopea dell’amicizia, Recensione di Giorgio Passeri

Wild Horse Nine, un’epopea dell’amicizia

Recensione di Giorgio Passeri

Ci sono film che finiscono e poi ci sono film dai quali si esce portandosi dietro qualcosa. Wild Horse Nine appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Anzi, è uno di quei rari film che, mentre li stai guardando, ti fanno già capire che stai assistendo a qualcosa di grande. Un film che emoziona durante la visione e che, quando arrivano i titoli di coda, lascia ancora addosso tutte le emozioni che ha saputo suscitare.

Un vero capolavoro.

E se la regia di Martin McDonagh è impeccabile e il cast è semplicemente straordinario, la vera regina di Wild Horse Nine è la sceneggiatura.

È una scrittura che non sembra mai voler dimostrare quanto sia intelligente, pur essendolo. Costruisce personaggi, situazioni e rapporti con una precisione impressionante, alternando tensione, ironia, dramma ed emozione con una naturalezza rara. Ogni elemento sembra trovare il proprio posto e il ritmo non perde praticamente mai intensità.

Ma soprattutto, la sceneggiatura dà vita al cuore del film: il rapporto tra Chris e Lee. La loro amicizia cresce fino ad assumere una dimensione quasi leggendaria, epica. È un legame che va oltre la semplice amicizia e che, nelle sue scelte più estreme, assume quasi i contorni di un poema omerico: lealtà, sacrificio, coraggio e la volontà di mettere in gioco tutto per l’altro.

Ed è proprio qui che Wild Horse Nine riesce a emozionare più profondamente. Perché dietro la storia, la politica, la violenza e l’ironia c’è una storia di amicizia assoluta, portata fino alle sue conseguenze più estreme.

Gli attori sono tutti strepitosi e perfettamente in parte. È uno di quei cast in cui diventa difficile immaginare qualcun altro nei rispettivi ruoli. Ogni interprete sembra appartenere al personaggio che interpreta.

Il ritmo resta altissimo per tutta la durata del film e McDonagh dirige con una sicurezza quasi disarmante. Non c’è una scena che sembri superflua, non c’è un’inquadratura che non abbia una ragione. E poi c’è la fotografia, che trova una complice perfetta nei paesaggi maestosi in cui la storia è immersa: luoghi che non sono soltanto uno sfondo, ma diventano parte della dimensione quasi mitologica del film.

Poi arriva il finale.

Inaspettato, sorprendente, meraviglioso. Un finale che riesce a spiazzare senza tradire nulla di ciò che il film ha costruito fino a quel momento e che lascia lo spettatore con un’ultima, potentissima emozione.

Wild Horse Nine è uno di quei film che restituiscono senso alla parola “cinema”. Lo guardi, ti emozioni e, ancora prima che finisca, hai già la sensazione che lo ricorderai.

Poi arrivano i titoli di coda. E ti accorgi che quella sensazione era giusta. E quasi vorresti rivederlo subito.