LA FESTA DEL CINEMA DI ROMA CRESCE ANCORA, di Catello Masullo

LA FESTA DEL CINEMA DI ROMA CRESCE ANCORA

Catello Masullo

 

Saro Nastasi, Presidente della Fondazione Cinema per Roma, alla fine della passata edizione, nella conferenza di chiusura era stato piuttosto tranchant con il main sponsor storico, la BNL, dichiarando che non era inamovibile, ed anche con la sezione parallela e indipendente Alice Nella Città. Di fatto, da questo anno la BNL non c’è più, sostituita dalla Banca Ifis, e Alice nella Città ha aumentato la sua indipendenza dalla Festa, con accrediti separati per i giornalisti. I fatti e i numeri danno ragione a Nastasi, La Festa del Cinema di Roma continua a crescere, in quantità e in qualità. La XXI edizione è quella che ha battuto tutti i record precedenti, 120.000 presenze, il massimo mai raggiunto, 194 film provenienti da 55 paesi. La maggiore qualità cinematografica migliore della sua storia. Impossibile fare cenno di tutti i magnifici film visti. Mi limito a quelli che mi hanno colpito di più. A cominciare dai due film che completano, come di consueto, il programma 2026-2027 del Cinecircolo Romano: Se domani non torno, di Paola Randi, sulla vicenda di Giulia Cecchettin, non contiene una sola scena di violenza, non solo non fa mai vedere l’uccisore, ma non nomina nemmeno, racconta come l’indicibile dolore è stato trasformato dalla famiglia in impegno civile, a cominciare dalla sorella di Giulia, Elena, che, senza urlare, senza disperarsi, con una lucidità da gigante del pensiero, da’ a tutti noi una altissima lezione di civiltà; Klara e il Sole, di Taika Waititi, che realizza una protagonista che è la quintessenza dell’innocenza, dell’entusiasmo, dell’ottimismo, un personaggio paradigmaticamente positivo che attraversa il film come Giulietta Masina ne Le Notti di Cabiria di Federico Fellini, un clown solare con espressioni di gioia, di ingenuità, di purezza e di accoglienza, un film che ti rende il cuore più leggero, come i film di Frank Capra, nessuna nota distopica sulla Intelligenza Artificiale, piuttosto un invito alle vecchie e sane relazioni sociali, rifuggendo i social, che invece le limitano fortemente, ingabbiandoci nelle bolle solipsistiche da tastiera o da telefonino. Ma sono veramente tanti gli altri capolavori proposti dalla Festa. Elsinore, di Simon Stone, un film che porta le emozioni al diapason, come pochi, pur evitando i ricatti emotivi, con la potenza della storia vera di un grandissimo attore, Ian Charleson, il quale, invece di seguire i consigli della sua bravissima dottoressa, sceglie di sfidare la morte per un fine nobilissimo, per la sua totale dedizione al teatro ed ai suoi spettatori, un saggio di arte attoriale di rara perfezione. Il Ministero dell’Amore, di Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo, originale, spassosissimo, corrosivo, quanto basta, grottesco al diapason, una satira sul nostro ceto politico che coniuga in modo oltremodo intelligente e sublime tutti gli stereotipi più gustosi che già conosciamo e ne propone di nuovi, in numero spropositato. The Secret Reading Club of Kabul, di Shakiba Adil e Elina Hirvonen, un film che dimostra, con incredibile nitore di prova documentale, e con una impressionante e agghiacciante serie di dettagli, la più raccapricciante negazione dei diritti umani fondamentali delle donne che si registra al mondo, quella ai danni delle afghane, da parte del governo dei talebani, un film urgente, necessario, che urla a tutto il mondo una realtà che non può essere ignorata oltre, un atto di denuncia alta e di altissima valenza sociale. Al film è stato attribuito, dalla Giuria che mi onoro di presiedere da 11 anni consecutivi, il Sorriso Diverso Award Roma 2026 per Miglior Film Straniero. L’incontro, di Fabrizio Galatea, film sorprendente, che ci fa scoprire la pratica della “giustizia riparativa”, sconosciuta ai più, ma di importanza fondamentale e rivelatrice. Nowruz – Nuovo Giorno, di  Francesco Cannavà, nel quale irrompono le clamorose vicende delle proteste generalizzate di popolo in Iran e della tremenda e cruenta repressione delle stesse, che hanno causato, secondo le stime internazionali di autorevoli osservatori indipendenti, almeno trentamila barbare uccisioni a colpi di armi da fuoco indirizzati verso pacifici e disarmati dimostranti, il film è uno dei più potenti documenti di denuncia di questi massacri e di valorizzazione dell’anelito di molti iraniani e iraniane a poter avere, infine, quel “nuovo giorno” di cui al titolo. Juste Une Illusion, di Eric Toledano e Olivier Nakache, i quali confermano il loro talento di raccontare e divertire, di far sorridere e di far riflettere, avendo aggiunto anche il pizzico di cattiveria che gli avevo “suggerito” al loro scorso passaggio alla Festa di Roma. Noi, un po’ meglio, di Daniele Luchetti, il film è solare e caratterizzato da un inguaribile ottimismo. Luchetti sa analizzare come pochi i rapporti umani e sa girare da maestro riconosciuto. Changer l’eau des fleurs, di Jean-Pierre Jeunet, genialità delle trovate, gusto di caratterizzazione degli stravaganti personaggi, delle messe in scena in straordinarie locations e scenografie, resteranno impresse nella memoria la infinita dolcezza del volto della protagonista, una deliziosa Leïla Bekhti, e il ballo dei gitani al funerale, da antologia. Dove Batte il Cuore, di Francesco Patierno, un film capace di toccare le corde più profonde dell’anima, affrontando con rispetto e delicatezza temi alti e non banali, senza mai, nemmeno sfiorare, il ricatto morale con il solidissimo pilastro della monumentale prova attoriale di Alessandro Preziosi, alla sua migliore interpretazione di sempre Al film è stato attribuito, dalla Giuria che mi onoro di presiedere da 11 anni consecutivi, il Sorriso Diverso Award Roma 2026 per Miglior Film Italiano. The Debut, di Jesse Eisenberg, uno spettacolare duello, a raffinatissimi e affilatissimi colpi di fioretto tra Julianne Moore e Paul Giamatti, dove lo stesso Jesse Eisenberg si concede un paio di camei che ci fanno ricordare le sue origini sulle tavole del palcoscenico e quanto sia bravo non solo a recitare, ma anche a ballare e a cantare. Ulya, di Viesturs Kairišs, un film molto sentito dal regista, anche perché la storia è ambientata nella Lettonia orientale, dove è nato e cresciuto, luoghi natii da lui ben conosciuti e che sono diventati non solo le quinte, ma anche l’estetica del film. Girato in un suggestivo bianco e nero, il film è di rara potenza. Ma è anche sincero e delicato. Di pregevole fattura in tutti i reparti. Anche nel commento musicale, con archi incalzanti a materializzare la pressione a cui è sottoposta la protagonista. Mariage au goût d’orange, di Christophe Honoré, grande capacità di analisi e lettura delle dinamiche intrafamiliari, delle quali effettua una sorta di autopsia, con la precisione propria dell’anatomopatologo. Il Profilo dell’Altra, di Francesco Bruni, un film brillante e profondo al contempo, scintillante e introspettivo, allegro e doloroso. Ghost Song, di Fatih Akin, delicato, sensuale, sentimentale, struggente, toccante e coinvolgente. Sceglie benissimo la giovane protagonista, che ha occhi che bucano lo schermo ad ogni fotogramma. Ben’Imana, di Marie-Clémentine Dusabejambo, un film magnifico, vero, palpitante, drammatico e coinvolgente. Che potrà costituire un bello e necessario spunto di riflessione per la sua comunità, su una materia sociale così delicata. E contribuire, desiderabilmente, al processo di riconciliazione, guardando alle future generazioni. Once upon a time in Harlem, di William Greaves e David Greaves, uno spettacolo unico, affascinante ed ammaliante, da ammirare e gustare più e più volte, per cogliere tutti i dettagli e tutta la grandezza di personaggi che hanno reso mitica e irripetibile la Harlem musicale, culturale, poetica, letteraria degli anni ’30 e ’40, lasciando una impronta indelebile nella cultura mondiale a venire. El ser querido, di Rodrigo Sorogoyen, un duello di fioretto sottilissimo, acuminato, tagliente, a tratti urticante. Un capolavoro di arte recitativa, ma, anche, di scrittura e di regia.