Il suono come riscatto nella prigione invisibile dell’Ospizio della Pietà Nel film Primavera, di Damiano Michieletto, la musica è soffio di libertà. A cura di Francesco Sirleto

Il suono come riscatto nella prigione invisibile dell’Ospizio della Pietà

Nel film Primavera, di Damiano Michieletto, la musica è soffio di libertà

A cura di Francesco Sirleto

Presentato nel dicembre 2025 come debutto sul grande schermo del regista teatrale e operistico Damiano Michieletto, Primavera (liberamente ispirato al romanzo Stabat Mater di Tiziano Scarpa) compie un’operazione cinematografica di rara intensità sensoriale: trasformare lo spartito vivaldiano nel grido di emancipazione di un’intera generazione di donne invisibili.

Nella Venezia del 1716 – ormai ex grande potenza e in procinto di essere fagocitata da una qualsiasi delle nuove grandi potenze che nel frattempo si stanno dilaniando nelle guerre di successione – il Pio  Ospedale della Pietà si presenta come un dualismo sociale claustrofobico: da un lato è l’istituto che accoglie le neonate abbandonate, o esposte, dalle molte ragazze madri attraverso la “ruota”; dall’altro l’orchestra formata dalle sue giovani ospiti/recluse è un’eccellenza musicale mondiale, i cui concerti richiamano nobili e mecenati da tutta Europa.

Il paradosso della Pietà consiste nella condizione delle sue giovanissime musiciste. Cecilia (interpretata da Tecla Insolia con dolente fierezza) e le sue compagne vivono recluse, costrette a esibirsi dietro grate in ferro battuto e, quando devono esibirsi fuori dall’ospizio, sono costrette a muoversi in gruppo e mascherate. Per la Venezia patriarcale e decadente del Settecento, le virtuosissime orfane non sono persone, ma attrazioni ornamentali e oggetti di piacere destinati a rimanere senza volto, senza identità e senza passato.

L’arrivo del nuovo maestro di violino, il giovane “prete rosso” Antonio Vivaldi (un incisivo Michele Riondino), scardina questo equilibrio oppressivo. Vivaldi non porta con sé soltanto una didattica rivoluzionaria, ma un modo nuovo di sentire l’esistenza, un’esistenza nella quale la musica acquista un ruolo fondamentale, diventando uno strumento di riscatto e di liberazione spirituale dalla condizione di esclusione nella quale le giovani si ritrovano fin dalla nascita.

Tra il compositore (e prete contro la sua volontà) Vivaldi e la virtuosa del violino Cecilia si crea un cortocircuito umano e artistico: Vivaldi scorge nella ragazza un talento puro e indomabile, mentre Cecilia trova nella musica del maestro il linguaggio per dare voce a un senso di rivalsa rimasto a lungo soffocato. Quel senso di rivalsa che la spinge tanto a migliorare incessantemente la sua padronanza dello strumento, quanto a ricercare tracce di quella disgraziata madre che non ha mai conosciuto.

Ma, molto più che Vivaldi e Cecilia, l’autentica protagonista di Primavera è la musica (curata da Fabio Massimo Capogrosso), intesa come forza sovversiva e salvifica. Salvifica perché le ospiti del Pio Ospedale solo attraverso le esecuzioni orchestrali riescono a sentirsi libere; sovversiva perché la musica è la dimensione nella quale le differenze sociali sembrano annullarsi. Da questo punto di vista il film firmato da Michieletto appare una potente parabola contro la reificazione del corpo femminile, mostrando come l’arte possa rompere qualsiasi gabbia istituzionale o sociale.

Rimanendo però nell’ambito musicale, si può affermare che la colonna sonora di Primavera rappresenta il vero motore narrativo e drammaturgico del film di Damiano Michieletto. Curata ed eseguita con strumenti d’epoca per restituire l’aggressività e la brillantezza originale del suono barocco veneziano, la musica si articola su due livelli coordinati: l’opera sacra e strumentale storicamente legata all’Ospedale della Pietà e la nascita ideale del capolavoro vivaldiano (Le quattro stagioni). Quando l’orchestra della Pietà suona, le grate dell’orfanotrofio perdono peso. Le note diventano il solo spazio in cui le ragazze possono esistere davvero, esprimere il proprio corpo e reclamare una propria voce. Il violino di Cecilia diventa così un’estensione della sua identità e il solo mezzo per esprimere la rabbia e il desiderio di esistere senza un nome di famiglia. A differenza delle rappresentazioni patinate del Settecento, la colonna sonora mette in risalto lo sfregamento dell’archetto sulle corde di minugia, la fatica fisica dell’esecuzione e i respiri del coro. Il suono non è pura decorazione, ma forza viva, ruvida e viscerale.

A fare da contraltare ma anche da complemento alla musica vi è la fotografia (affidata alla cura di Daria D’Antonio, già acclamata per il suo lavoro in pellicole come È stata la mano di Dio di Sorrentino): essa costituisce l’impalcatura atmosferica ed emozionale del film, dialogando in modo simbiotico con la regia di Michieletto. Gli interni dell’Ospizio della Pietà sono scolpiti attraverso una luce calda ma soffocante, che richiama la pittura veneziana del Settecento (da Piazzetta a Longhi), privandola tuttavia di ogni patina oleografica o museale. I raggi di luce filtrano fendendo ambienti bui, polverosi e oppressivi, dando l’impressione che la vita delle ragazze sia costretta a consumarsi in un limbo senza tempo. Se la prima parte del film è dominata da tonalità cupe, brune e da una sosta visiva quasi statica, la fotografia si trasforma radicalmente quando esplode la musica di Vivaldi. I piani di D’Antonio si fanno più mobili, fluidi, avvolgendo i corpi in primo piano e valorizzando la pelle, i tessuti grezzi degli abiti e i dettagli lignei degli strumenti musicali con una limpidezza tattile.

Infine, per quanto riguarda la regia, si può dire che il tratto distintivo di Michieletto in Primavera risiede nella capacità di tradurre le costrizioni sociali e morali del Settecento veneziano in architetture visive rigorose e claustrofobiche. L’Ospedale della Pietà non è solo un’ambientazione, ma una macchina scenica che opprime e racchiude. La regia sfrutta costantemente elementi di filtro — grate in ferro battuto, finestre strette, porte socchiuse — per marcare la condizione delle orfane: corpi esibiti per il diletto altrui ma privati di un’identità autonoma. La cinepresa si muove attorno a queste barriere con una tensione palpabile, evidenziando il contrasto tra la rigidità geometrica dell’istituzione e il fermento vitale che pulsa all’interno. Un altro aspetto importante e peculiare consiste nella direzione degli attori e nella fisicità: abituato a lavorare con cantanti e teatri d’opera, Michieletto sposta l’attenzione sulla fisicità viscerale dei musicisti. La regia indugia sui gesti tecnici — le dita che scorrono sulla tastiera del violino, l’attrito dell’archetto, i volti imperlati di sudore e segnati dalla concentrazione — trasformando l’esecuzione musicale in una performance corporea di ribellione.

In conclusione: Primavera è un film senz’altro originale e interessante, firmato con maestria e sicurezza da un regista esordiente che, molto probabilmente, è destinato a crescere.