CORONAVIRUS E LE PANDEMIE NELLA STORIA E NEL CINEMA di Roberto Leoni 

CORONAVIRUS E LE PANDEMIE NELLA STORIA E NEL CINEMA

di Roberto Leoni

 

Contagion è un film del 2011, diretto da Steven Soderbergh.

Diretto è dire poco, perché in realtà lui lo ha prodotto, montato e fotografato, usando il nome del padre come direttore della fotografia e il nome della madre come montatore, quindi praticamente ha fatto tutto lui. In questo momento Contagion è un film molto interessante perché parla proprio di un contagio che parte dalla Cina, precisamente da Hong Kong e tramite una cittadina americana arriva negli Stati Uniti. Si tratta di un virus sconosciuto, un misto di peste suina e di aviaria, che scatena la pandemia e il film racconta la caccia disperata al paziente zero (il primo da cui è partito il contagio) necessario per capire l’origine del virus e per bloccare la sua diffusione nella fase iniziale.

Ma il paziente zero è molto difficile da trovare a Hong Kong e la donna che lui ha contagiato nel frattempo ha viaggiato in aereo, infettando probabilmente i viaggiatori, è sbarcata in un aeroporto di transito negli Stati Uniti dove ha incontrato alcune persone, ha ripreso l’aereo ed è arrivata a casa sua, dopo aver toccato le hostess, esser stata nei bar, sui taxi, etc. Inoltre anche le persone entrate in contatto con lei sono salite sugli autobus e sulle metropolitane, hanno anche loro accarezzato e toccato i loro amici e parenti, hanno mangiato nei ristoranti e bevuto nei bar moltiplicando i contatti e le contaminazioni…

 

Mentre l’incubo della epidemia incombe, nel centro medico statunitense come in quello internazionale di Ginevra c’è l’affannosa ricerca all’identificazione del virus per studiarne le caratteristiche. Ma il virus muta, sfuggendo ad ogni tentativo di classificarlo e quindi a ogni possibilità di trovare un vaccino da distribuire prima che si diffonda il panico. Ma nonostante le accortezze politiche, le misure sociali, le precauzioni sanitarie, le ricerche affannose, la paura si diffonde…

Il film racconta tutto questo con una presa diretta sulla realtà, capace di descrivere i tentativi di aggirare la pandemia che si chiama così perché è una epidemia che percorre tutto il mondo, un’emergenza sanitaria totale. Per combatterla occorre scoprire tutti i contatti dei potenziali infetti e la intricatissima ragnatela che da una sola persona si irradia nel mondo circostante. Una serrata indagine che viola privacy e intimità, scoprendo tradimenti, amanti e incontri segreti, oltre a tutta una rete di affetti e di relazioni che ogni persona ha e che non è detto voglia far conoscere. L’interpretazione dei vari caratteri è affidata Matt Damon, Jude Law, Marion Cotillard, quindi a un grande cast con ottimi attori. Jude Law interpreta una specie di sciacallo delle notizie, uno dei primi autori di fake news che si insinua spacciando false informazioni e reclamizzando un suo rimedio “naturale” a cui attribuisce il merito di una miracolosa guarigione, ingannando milioni di followers. Così da una parte c’è la lotta delle istituzioni che cercano di debellare il virus e dall’altra parte c’è la lotta contro un altro virus, altrettanto pericoloso, che è quello delle false notizie e della speculazione politica.

 

Il coinvolgimento emotivo che questo film può suscitare affonda le sue radici in una nostra paura atavica.

La nostra specie, infatti, è sempre stata flagellata dalle malattie.

I primi documenti risalgono addirittura alla Bibbia: le famose 10 piaghe d’Egitto con cui Dio doveva piegare la volontà del faraone per permettere agli ebrei di fuggire, contenevano anche la morte di tutti i primogeniti per un misterioso male. Anche Ercole, in una delle sue famose fatiche, deve sconfiggere la pestilenza che affligge i domini del re Augia.

Tucidide, il famoso storico greco, racconta che durante la guerra del Peloponneso Atene per non cedere all’assedio di Sparta si richiuse nelle sue mura. Ma le scarse condizioni d’igiene e il sovraffollamento generano la peste e addirittura due terzi della popolazione morirono, tant’è vero che gli spartani vinsero la guerra, ma non ebbero il coraggio di entrare e conquistare la città perché era un insieme di pire fumanti su cui bruciavano migliaia di cadaveri e si allontanarono senza saccheggiarla.

 

Un’altra epidemia tremenda è la famosa peste di Giustiniano che dal 500 al 700 D.C. in varie ondate devastò tutta l’Europa.

Nel 590, proprio durante questa pestilenza, davanti alla folla che partecipava alla processione di papa Gregorio I°, apparve sulla cima di Castel Sant’Angelo l’arcangelo S. Michele che rinfoderava la sua spada fiammeggiante per simboleggiare la fine dell’epidemia. Ancora oggi l’angelo è in cima al castello e sembra affettuosamente proteggere Roma.

 

Poi c’è la famosa Peste Nera, quella raccontata da Boccaccio nel Decamerone, che devastò la Toscana e Firenze così come tutta l’Europa. I cicli pittorici delle celebri “danze della morte” affrescarono le chiese di tutta l’Europa, proprio come i celebri affreschi nel cimitero di Pisa che raccontano ancora quella devastazione…

Forse era nata dal famoso episodio dell’Orda d’Oro, quando i mongoli assalendo Caffa, una città della Crimea, gettarono con le catapulte i cadaveri degli appestati all’interno delle mura per far diffondere il contagio. Ma il contagio non si fermò a Caffa e si diffuse per tutta l’Europa.

Poi, si arriva nel 1600 quando ci fu di nuovo una pestilenza a Londra, nel 1630-40 ci fu la famosa peste di Milano, immortalata poi da Alessandro Manzoni ne “I promessi sposi” con la storia di Renzo e Lucia. Fu proprio durante questa epidemia – a eterna vergogna dell’umanità – che accadde il famoso episodio della Colonna Infame, cioè si diffuse la tragica diceria degli untori che giravano per la città a “ungere con il morbo” le porte delle case per diffondere la peste. A Milano addirittura furono catturati e giustiziati due untori e una lapide ricorda questa “esemplare opera di giustizia” da parte dei cittadini più accorti. In realtà durante queste follie collettive a farne le spese furono sempre le minoranze e infatti, prima o poi, c’era sempre la caccia all’ebreo, nonostante che prima la regina Giovanna di Napoli e poi addirittura due papi continassero a ripetere che anche gli ebrei si ammalavano, quindi se avessero diffuso la peste sarebbero stati tutti suicidi. Però, il pregiudizio e la stupidità a volte raggiungono vette altissime, soprattutto quando sono alimentate dalla paura. Intanto fortunatamente, al contrario di quello che dicevano i medici antichi, da Ippocrate in poi e cioè che i miasmi e l’aria malsana generassero la peste, si scoprì che la causa erano le punture infette delle pulci che trasmettevano un bacillo dei topi.

 

Quando le condizioni igieniche migliorarono, diminuì il pericolo della diffusione della peste, ma a questo punto l’Europa fu devastata dal colera e tutti continuarono a pensare che anche questo morbo fosse diffuso nell’aria e quindi era consigliato di non lavarsi per evitare che le malattie entrassero nell’organismo attraverso i pori della pelle.

Finalmente nel 1854 John Snow, un medico di Londra durante un’epidemia di colera che a Londra aveva ucciso 70.000 persone, mappando e analizzando statisticamente i vari quartieri della città scoprì che intorno ad una fontana pubblica c’erano più casi di colera che in tutto il resto della città e quindi capì che l’acqua era infetta. Infatti, nel quartiere di Soho non c’erano le fogne e quindi la gente poneva escrementi e rifiuti nelle cantine che le autorità poi scaricavano nel Tamigi inquinando tutto. Ma tutti gli altri medici di Londra insorsero contro John Snow ritenendolo un millantatore e soltanto quando finalmente chiusero la fontana, si resero conto che la mortalità diminuiva e quindi che lui aveva ragione.

 

A Napoli, invece, nel 1910 fu addirittura il governo Giolitti a nascondere la verità per paura che fossero fermate le navi su cui partivano gli emigranti. Furono perfino corrotti giornalisti, medici e funzionari perché la notizia non trapelasse, ma Henry Gibson, un medico statunitense di stanza a Napoli, riuscí ad avvertire le autorità di New York che a Ellis Island stabilirono la quarantena per i nostri migranti e riuscirono a contenere il colera.

Poi arrivò la terribile pandemia della cosiddetta “spagnola” che ho già recentemente raccontato nella recensione del film di Sam Mendes “1917”.

Se volete vedere la mia videorecensione la trovate qui:

http://bit.ly/1917__

 

Tutti questi precedenti consciamente o inconsciamente sono presenti nell’immaginario collettivo e si sono trasferiti ben presto nel cinema a cominciare da “Il settimo sigillo” capolavoro del 1956 di Ingmar Bergman, ambientato in Svezia proprio durante la peste nera all’epoca delle Crociate.

Se volete vedere la mia videorecensione la trovate qui:

http://bit.ly/IL_SETTIMO_SIGILLO

 

Poi c’è un film interessante e quasi sconosciuto che si chiama “L’ultimo uomo sulla terra” del 1964, attribuito al regista italiano Ubaldo Ragona, ma anche al regista statunitense Sidney Salkow. Non so bene che cosa abbia fatto Ragona in questo film, forse ha aiutato a sceneggiare o forse è stato accanto a Sidney Salkow che era un regista di una certa notorietà, avendo diretto anche alcuni episodi della serie televisiva “La famiglia Addams”. Questo “L’ultimo uomo della terra” è interessante perché è interpretato da Vincent Price ed è ambientato – stranamente ma anche giustamente – nel quartiere EUR di Roma, un quartiere sotto certi aspetti insolito e perfino alienante. Il soggetto è tratto dal romanzo di Richard Matheson “Io sono leggenda” del 1959 che ha ispirato una serie di film.

 

È, infatti, un romanzo straordinario che racconta la lotta di un uomo solo contro il resto dell’umanità divenuta aliena. Una storia ripetuta poi nel 1975 in “Occhi bianchi sul pianeta terra” con Charlton Heston e poi in “Io sono leggenda” con Will Smith nel 2007 e ancora nello stupendo film di Terry Gilliam “L’esercito delle 12 scimmie”. Forse c’è una ispirazione da questo romanzo anche in “The road” con Viggo Mortensen, anche se è tratto dal romanzo premio Pulitzer di Corman McCarthy. Matheson, invece, oltre che romanziere, era anche il grande sceneggiatore di “Duel” di Steven Spielberg, de “L’uomo dalle due ombre” di Terence Young e di molti e vari episodi non solo della famosa serie televisiva “Ai confini della realtà”, ma anche di quella altrettanto celebre de “L’ora di Hitchcock”. Addirittura fu chiamato da Hitchcock per sceneggiare ”Gli uccelli”, ma poiché era un personaggio sorprendente e originale cercò di convincere il grande regista a non inquadrare mai gli uccelli ma a lasciarli come un incubo, come una minaccia incombente, senza mai vederli per aumentare il potere della loro ossessione. Hitchcock lo ascoltò attentamente e cambiò sceneggiatore.

 

Tra gli altri film sui contagi non si può assolutamente dimenticare “Andromeda” di Robert Wise, tratto da un romanzo di Michael Crichton, autore anche di Jurassic Park, un genio della fantascienza e anche un genio della fantastoria, particolarissimo e interessante. Non a caso “Andromeda” nel 1971 da l’avvio ad una serie di film tra cui “28 giorni dopo” di Danny Boyle, “Virus letale” del 1995, “E venne il giorno…” di Shyamalan, “Contagio letale” e infine “”Cabin Fever”, un film particolarmente interessante perché parla proprio del paziente zero ed è diretto dal regista canadese Kaare Andrews, famoso fumettista disegnatore anche di Spider Man.

 

In attesa del prossimo film sul contagio del Coronavirus devo raccontare che anch’io ho provato la sensazione di smarrimento, di oppressione, di disperazione e di solitudine tipica dei protagonisti di questi film, quando si trovano soli e inermi nelle città deserte di un mondo abbandonato…

Mi è accaduto a giugno del 1970. Ero rientrato a Roma dagli Stati Uniti e in quel periodo abitavo nei pressi di Cinecittà in una traversa di via Tuscolana, dove per ragioni di lavoro avevo preso in affitto un piccolissimo appartamento. Ero tornato mezzo malato perché a Los Angeles faceva molto caldo e il livello polare dell’aria condizionata che era dovunque mi aveva continuamente gelato il sudore addosso, predisponendomi all’influenza… Inoltre ero anche stordito e distrutto dal jet lag, perché c’erano stati problemi di scalo e non avevo mai dormito. Arrivato a casa, avevo ingoiato sciroppi e pillole e mi ero gettato sul letto, restando lì a delirare e a dormire.

Quando mi sono svegliato, più o memo dopo due giorni, ero completamente guarito e con una fame spaventosa. Era sera ormai e temendo di trovare tutto chiuso, mi sono vestito alla meglio e sono sceso in strada. La parte moderna di via Tuscolana è molto larga, almeno sei corsie fiancheggiate da due continue file di abitazioni di una decina di piani ciascuno. Insomma sette, forse otto kilometri di un immenso canyon fra altissimi palazzi. Un canyon completamente deserto, completamente vuoto, totalmente abbandonato. Non un autobus, non un’auto, non un motorino, non un passante. Tutti i negozi erano chiusi, tutti i bar, persino i fiorai che a Roma sono sempre aperti anche di notte come le farmacie. Ho avuto un senso di oppressione e di disperazione: che cosa era mai potuto accadere nei due giorni del mio delirante blackout? Mi ero catapultato da un altro continente per essere finalmente a casa, ma non solo non la riconoscevo, mi sentivo anche come abbandonato, anzi preda inerme di un mistero, di un pericolo sconosciuto, proprio come Charlton Heston nel film “Occhi bianchi sul pianeta Terra” quando vaga per la città silenziosa e ostile. E mentre ero schiacciato da questa oppressione, improvvisamente, nella strada-canyon è rimbombato un boato e tutta la città ha tremato e si è sentito urlare “Italia, Italia, Italia!!!!”

Era il 17 giugno, la sera della partita Italia-Germania e Boninsegna, il grande Bonimba, aveva segnato il primo gol e Roma era esplosa. Non era stata devastata ma momentaneamente abbandonata, fisicamente e spiritualmente da tutti, proprio tutti i suoi abitanti, inchiodati per le prossime ore davanti ai teleschermi per la “Partita del Secolo”, in diretta dallo stadio Azteca di Città del Messico.

 

Io mi sono affrettato a tornare a casa, aprire il frigorifero, trovare una scatoletta di tonno, mangiarlo seguendo la partita e gridando anche io “Italia!” mi sono ritrovato a casa, nella mia Roma, finalmente.

Grazie.

Se volete vedere la mia videorecensione la trovate qui:

 

http://bit.ly/CONTAGION_