“È STATA LA MANO DI DIO”, di Paolo SORRENTINO. Recensione di Francesco Sirleto

“È STATA LA MANO DI DIO”, di Paolo SORRENTINO.

Recensione di Francesco Sirleto

Roma, 11 maggio 2022

Visto finalmente ieri sera, al cinema Caravaggio, nell’ambito della programmazione 2021-22 del Cinecircolo romano.

Dopo la delusione provata in occasione del suo precedente film (Loro del 2018, con Toni Servillo nei panni di Silvio Berlusconi), mi sembra che l’attuale migliore regista italiano (a mio avviso) sia ritornato ai livelli più elevati della sua prestigiosa carriera di autore cinematografico. Non al medesimo livello di quello che io considero il suo capolavoro (Le conseguenze dell’amore, del 2004), ma certamente non troppo lontano dal vertice delle sue enormi possibilità. Il fatto che egli, con È stata la mano di Dio, abbia voluto, secondo alcuni, narrare autobiograficamente gli inizi della sua passione per il cinema, lo ritengo un mero e pleonastico pretesto.

Ciò che conta, in questa storia (abbastanza triste) di un adolescente rampollo di una famiglia medio-borghese napoletana, Fabietto Schisa (interpretato ottimamente dal giovane Filippo Scotti, coadiuvato e sostenuto nella sua prestazione da professionisti del calibro di Toni Servillo, Luisa Ranieri, Renato Carpentieri e altri validissimi attori e attrici di puro stampo partenopeo), non è tanto la storia in sé, bensì il luogo (Napoli) nel quale essa si svolge.

Un luogo magico e pirotecnico, spettacolare e misterioso, di densissima materialità ma permeato di una fantasmagorica e caleidoscopica religiosità, dove si mescolano le più dure condizioni di vita reale con una costante e inesauribile produzione onirica collettiva; dove una natura fertilissima riesce ad influenzare una creatività artistica e di pensiero che attecchisce e plasma unitariamente tutti gli strati sociali. Oltre al luogo, che si mantiene uniforme (cielo, mare, golfo, collina, vulcano, isole, campagna circostante, e perfino la lingua, che si può dire sia al tempo stesso un prodotto della natura, quindi pressoché immutabile, e lo strumento malleabile della cultura dell’arte e dello spettacolo partenopei), malgrado il succedersi delle epoche, anche il tempo assume, in questo film, una primaria importanza: è la metà degli anni Ottanta, e in città si attende l’avvento di una divinità in carne e ossa e soprattutto gambe e piedi; una divinità che possa unificare un intero popolo che, altrimenti, correrebbe il pericolo di frantumarsi, e che possa offrire, a questa sfilacciata e magmatica e caotica entità, un sogno collettivo di riscatto e di redenzione.

Ebbene, questa divinità, come per incanto, si materializza davvero: è Diego Armando Maradona, el pibe de oro, la mano de Dios che ha punito l’Inghilterra ai mondiali in Messico del 1986. Sarà proprio Maradona, sogno realizzato e realizzatore di sogni di un intero popolo, a spingere il giovane Fabietto a diventare adulto (dopo la tragica morte dei suoi genitori) e a deciderlo a intraprendere una strada che, lungi dall’allontanarlo dalle sue origini, lo condurrà a dare forma ai suoi sogni attraverso il cinema che, come ben sappiamo, non è altro che una immensa fabbrica di visioni oniriche.

Un film, questo ultimo di Sorrentino, che equivale ad una duplice dichiarazione d’amore: a Napoli e al cinema. E, per quanto riguarda la città, una dichiarazione d’amore che ricalca, in qualche modo, quella espressa da Pasolini, cinquant’anni fa, ambientando a Napoli le novelle del Decameron di Giovanni Boccaccio.