IL BALZO DEL LEONE, di Catello Masullo

IL BALZO DEL LEONE

Catello Masullo

 

La Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il più antico festival di cinema del mondo, arrivato alla 80esima edizione, resta stabilmente in testa alla classifica mondiale della categoria per la alta qualità delle opere selezionate. Un fatto storico ed eccezionale ha caratterizzato questa edizione: i premi attribuiti dalla giuria hanno messo d’accordo critica e pubblico. Cosa che avviene assai raramente. E quindi merita di essere citata per intero questa Giuria: presieduta da Damien Chazelle e composta da Saleh Bakri, Jane Campion, Mia Hansen-Løve, Gabriele Mainetti, Martin McDonagh, Santiago Mitre, Laura Poitras  e Shu Qi. Sui 23 film in competizione ha deciso di assegnare i seguenti premi: LEONE D’ORO per il miglior film a:POOR THINGS  di Yorgos Lanthimos  (Regno Unito), film visionario, metaforico, ricco di suggestioni e di invenzioni bizzarre, che gioca abilmente con i toni del grottesco e del surreale, con una forte dose di ironia, che sconfina più di una volta nella comicità e suggestioni da espressionismo tedesco alla Murnau, con citazioni/omaggio a Frankenstein e a Metropolis; LEONE D’ARGENTO Premio per la migliore regia a:
MATTEO GARRONE per il film IO CAPITANO  (Italia, Belgio), intriso di magia e di poesia; COPPA VOLPI per la migliore interpretazione femminile a: Cailee Spaeny nel film PRISCILLA di Sofia Coppola (Stati Uniti, Italia), tecnicamente ineccepibile, con confezione super lusso (la scena delle varie pistole per donna intonate ai vestiti è da antologia), ricostruzioni storiche portentose, attori in grande spolvero; COPPA VOLPI per la migliore interpretazione maschile a:Peter Sarsgaard nel film MEMORY di Michel Franco (Messico, Stati Uniti), sottilissimo gioco di specchi tra diverse sfaccettature delle memorie; PREMIO PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA a:Guillermo Calderón e PABLO LARRAÍN per il film EL CONDE di Pablo Larraín  (Cile), elegantissimo, raffinato, con invenzioni visive superbe, con luci caravaggesche in un pettinato bianco e nero, scenografie suggestive, gotiche, decadenti e sublimi prove attoriali, su tutte quella di Alfredo Castro, tutta in sottrazione, con una ironia impagabile ed echi di Dreyer e Bergman; PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA a:Zielona granica (Il confine verde) di Agnieszka Holland (Polonia, Rep. Ceca, Francia, Belgio), un cazzotto nello stomaco, che mette lo spettatore in una condizione di angoscia permanente per due ore  e mezza, di straordinaria qualità cinematografica che consente un impatto empatico ed emozionale di altissimo livello, un film che ci mette di fronte ad un dilemma lancinante : “che mondo stiamo creando in cui semplici atti di umanità vengono resi illegali dalle leggi fatte dagli uomini?”. Mi piace sottolineare che a questo ennesimo capolavoro di Agnieszka Holland è stato attribuito anche il Premio Collaterale di Critica Sociale, Sorriso Diverso, Venezia 2003, quale miglior film straniero, da parte della Giuria che mi onoro di presiedere per l’ottavo anno consecutivo. La stessa giuria ha premiato, come miglior film italiano, “The Penitent – a Rational Man”, un film che non è solo importante ed indispensabile per la sua tematica di alto valore sociale, ma è anche un grande film per le sue eccelse qualità cinematografiche. Tiene gli spettatori incollati alle poltrone per due ore. Con atmosfere da thriller, l’incalzare incessante nello sviluppo della vicenda. Con colpi di scena a ripetizione, sapientemente dosati. Con una ricostruzione minuziosa e icastica della discriminazione sociale del protagonista, in quanto ebreo. La sceneggiatura di Mamet ha la precisione di un orologio svizzero. La messa in scena è portentosa. L’impianto narrativo, di stampo teatrale, è reso fluido e scorrevole con raffinate tecniche di ripresa cinematografica. Con scene da antologia, come quando l’avvocato parla al protagonista girandogli continuamente intorno, prima a camera fissa, e poi a camera che gira intorno ai due seguendo il movimento dell’avvocato stesso. Dialoghi serrati, colti, appassionati ed appassionanti. Impianto scenografico prodigioso. Confezione di gran classe. Attori superlativi, splendidamente diretti. Una menzione del tutto speciale merita la prova attoriale monumentale di Luca Barbareschi, la sua migliore di sempre, che materializza in modo insuperabile un uomo tutto d’un pezzo, fermo nella sua scelta morale e saldo nella fede nelle sue convinzioni. Il grande cinema al Lido di Venezia non è presente solo nel palmares, molti i grandi film anche tra i fuori concorso e/o proposti dalle altre sezioni della Mostra. È il caso di “Comandante”, di Edoardo De Angelis, che racconta la storia del salvataggio di 26 naufraghi da parte di un sommergibile italiano durante la Seconda guerra mondiale, a rischio della vita degli stessi occupanti del sommergibile, epica, esemplare, di perenne validità ed attualità, prova di somma umanità. La resa drammaturgica è impeccabile, capace di indurre potentissime emozioni nello spettatore. Avvincente e coinvolgente. Con molte scene da antologia (impagabili quella delle patate fritte e l’interminabile, gustosissimo elenco delle più svariate pietanze della cucina italiana sui titoli di coda). Confezione di classe. Sonorità inquietanti, presagio di tragedia imminente e incombente. Immagini suggestive, come quelle delle meduse in prima piano a coprire i bagliori delle esplosioni delle bombe di profondità. Capacità di tenere il pubblico in sospensione per l’intera durata del film. Interpretazioni somme, su tutte quella di Pierfrancesco Favino, sul quale non si riescono a formulare più oramai, nuove ed efficaci aggettivazioni. Bellissimo, e di scottante attualità, lo scambio di battute tra il comandante fiammingo del mercantile affondato e il comandante del sommergibile, Favino: “Al vostro posto vi avrei lasciato in mare. Perché ci avete salvato? / Perché siamo italiani… Sarò sempre pronto ad affondare ogni nemico che incontro e a salvare i sopravvissuti finiti in mare. Perché si è sempre fatto così. E sempre si farà così. E chi non lo farà sarà maledetto”. Da menzionare il grande ritorno al Lido del maestro Woody Allen con “Coup de Chance”, un film semplicemente perfetto, in ogni aspetto, dalla luce magica del grande maestro Vittorio Storaro, il preferito di Allen, ai costumi di Sonia Grande, alle scenografie di Véronique Melery, agli attori superlativi. Nulla è fuori posto. Colori caldi, avvolgenti. Sonorità jazz, al solito, ma in chiave più moderna. Ironia sublime, gag fulminanti. Eleganza insuperabile. Un vero piacere sinestetico, per gli occhi e per l’anima.  E non si può non citare Giorgio Verdelli, il re assoluto delle biografie di grandi uomini di musica. In primis perché un grande regista, ma anche perché è un grande intenditore di musica. Ha firmato i più belli ed entusiasmanti ritratti, da Pino Daniele, a Paolo Conte, a Enzo Bosso. Non smentisce la sua fama con il film presentato a Venezia, “Enzo Jannacci Vengo Anch’io”, nel quale, oltre a tanta, bellissima musica, si trovano delle vere chicche, come brani ed interviste inedite, che è un po’ la specialità di Verdelli. Un film che vorresti non finisse mai tanto è bello, coinvolgente, appagante.  “Origin” di Ava DuVernay, racconta la storia della genesi dell’ultimo libro del Premio Pulitzer Isabel Wilkerson, di quelle che non si possono non conoscere. La intuizione della scrittrice è epocale per lo studio delle discriminazioni di esseri umani da parte di loro simili. Comunemente viene individuata come causa prima del processo discriminatorio il razzismo, secondo la scoperta della Wilkerson non è così. La madre di tutte le discriminazioni è invece la suddivisione delle popolazioni in caste. Con supremazia di alcune caste su altre. E forti deterrenze verso i mescolamenti tra gli appartenenti di caste separate, favorendo la endogamia.  Affascinanti sono i paragoni tra i sistemi di segregazione tra diverse caste negli USA, nella Germania del nazismo e nell’India. Il film è assolutamente perfetto, scritto e diretto da Ava DuVernay, regista della bellissima biografia di Martin Luther King, “Selma”. E’ avvincente e coinvolgente, genera nello spettatore emozioni fortissime, da groppo alla gola. Sempre vero e credibile. Con un impatto sociale elevato, confezione di altissimo livello, attori superlativi diretti in modo sublime. Capolavoro assoluto d’arte cinematografica, imperdibile. Di qualità anche “The Palace”, di Roman Polanski, film di ironia profusa a piene mani, a volte dolce, a volte feroce, rutilante, brillante, divertente, ricco e sontuoso. “Ferrari” di Michael Mann, che utilizza al meglio la suspence sportiva, che afferra l’attenzione e non la molla più, dal primo al 130esimo minuto. I bolidi dell’epoca sono riproposti con grande maestria. Grazie anche ad effetti speciali portentosi. “Dogman”, capolavoro di Luc Besson, ha al suo arco una freccia infallibile, il suo straordinario protagonista: Caleb Landry Jones. Insuperabile. I suoi numeri canori sono di una emozione devastante. Gli ammaestratori di cani fanno miracoli. Un film sugli archetipi, sul dolore e sull’amore. “Bastarden”, di Nikolaj Arcel, film epico, di rara potenza. Grazie soprattutto alla ennesima grande prova attoriale di Mads Mikkelsen, nel ruolo dell’uomo determinato fino a mettere in gioco la propria vita. In lotta contro ingiustizie e soprusi, oltre che contro la inclemenza della natura ostile. Il film vince, avvince e convince. Con grande abilità in scrittura, regia e magistrale direzione di uno stuolo di attori in stato di grazia. “Maestro”, di Bradley Cooper, come Morricone anche Bernstein eccelleva ecletticamente in tutti i campi nei quali si impegnava. Ha realizzato tra i più belli e significativi musical della storia di Broadway, ha scritto colonne sonore di film importanti, come “Fronte del Porto”, “I Dieci Comandamenti” e tanti altri, oltre che scrivere e dirigere meravigliose sinfonie, sollevando qualche critiche da opposte sponde. Il film di Cooper è di livello, sia nella confezione che nelle interpretazioni. Le musiche eterne, divine, immortali, di Leonard Bernstein fanno tutto il resto. “The Wonderful Story Of Henry Sugar”, di Wes Anderson, immagini coloratissime che sono quadri compositivi fantastici in ogni fotogramma, recitazioni surreali ironiche, irresistibili, di grandissimi attori feticcio di Anderson. Una macchina perfetta, dove è impossibile trovare sbavature. Arte cinematografica allo stato puro, un piacere estetico e cinestetico di sublime livello. “Vivants”, di Alix Delaporte, perfettamente riuscito, grazie ad un perfetto dominio del mezzo espressivo, confezione eccellente e attori meravigliosi, splendidamente diretti.  “Adagio”, di Stefano Sollima, è film di azione, di costruzione precisissima, ma, soprattutto, di monumentali interpretazioni. Tutte, senza eccezioni. Sulle quali giganteggiano quelle di Pierfrancesco Favino, campione indiscusso di linguaggio del corpo, piegato più dai trascorsi che dagli anni, di Toni Servillo, impagabile finto malato di demenza senile, di Valerio Mastandrea ex boss di mala ridotto in casa dalla cecità. Film tosto, con il respiro lungo dei grandi film di Sergio Leone, film di spessore, che non ha nulla da invidiare ai gangster movie di Martin Scorsese. I nostri volontari hanno portato alla 59esima stagione 2023/2024 del Cinecircolo tre perle dalla Mostra: “Comandante”, di Edoardo De Angelis, “Coup de Chance”, di Woody Allen e il Leone d’Oro “Poor Things”, di Yorgos Lanthimos.