Perfect Days, recensione di Giorgio Passeri

Qui Cinema – Cinecircolo Romano

Recensione

Perfect Days

di Wim Wenders (2023)

di Giorgio

Koji Yakusho riceve il Gelso d’Oro al Far East Film Festival n.28 – Teatro Nuovo, Udine

Wim Wenders è un regista che sa fare le domande giuste senza mai pronunciarle ad alta voce. Perfect Days non fa eccezione: è un film che scorre silenzioso come la vita del suo protagonista, e che nel silenzio nasconde una domanda enorme. Ci vuole pazienza per sentirla, ma quando arriva, nell’ultimo straordinario piano del film, è difficile scrollarsela di dosso.

La parola chiave del film è armonia. Hirayama — interpretato da Koji Yakusho in una prova attoriale semplicemente straordinaria — pulisce i bagni pubblici di Tokyo con una cura e una dedizione maniacali. È un intellettuale che ha scelto la semplicità, o forse se l’è imposta: lo intuiamo dai libri che legge la sera, dalle musicassette di ballate rock dell’epoca d’oro che ascolta in macchina ogni mattina, da un gusto estetico raffinato che affiora nei gesti quotidiani. La sua routine è quasi liturgica. La sveglia senza sveglia, basta il rumore di una ramazza nel vicolo, i denti, l’acqua alle piante, la vestizione, la colazione alla macchinetta distributrice, il viaggio, il lavoro meticoloso, la pausa pranzo nel parco ad ammirare le chiome degli alberi al vento e a fotografarle. Poi le abluzioni in un bagno pubblico, la cena al solito posto. Ogni giorno uguale, ogni giorno diverso. Questa routine ci rassicura: c’è una bellezza concreta e conquistata nel saper guardare le cose.

Wenders costruisce un elogio della lentezza che non è mai pigrizia né rassegnazione, ma scelta attiva. Hirayama ha imparato a cogliere la bellezza della natura, quella delle chiome, della luce che filtra, delle stagioni, e la bellezza della natura umana, anche nelle sue forme più difficili. Il mondo, dice una battuta che rimane impressa, è un mondo pieno di mondi: alcuni sono collegati, e altri no. È la frase più onesta del film. Hirayama abita uno di questi mondi, e lo abita con grazia.

Ma il film non è una cartolina. Sotto la superficie serena si avverte qualcosa di irrisolto: i rapporti con la famiglia d’origine sono stati recisi, e solo l’arrivo inaspettato della nipote — con cui nasce un’affezione tenera e rapida, come certi amori che sanno di esserci poco tempo, incrina per qualche giorno la geometria perfetta della sua solitudine. Hirayama la guarda partire con la stessa compostezza con cui guarda tutto il resto. Ma qualcosa, da quel momento, è diverso.

Il finale è ambiguo come deve esserlo. In macchina, di mattina, con la musica, il volto di Yakusho — fotografato in un lunghissimo primo piano dalla fotografia da urlo di Franz Lustig — comincia a sfuggire a qualsiasi definizione. Il sorriso coinvolgente che ogni mattina Hirayama rivolge al cielo si fonde con un volto pronto a esplodere in un pianto liberatorio che però non esplode mai: si trasforma in una bozza di sorriso, poi di nuovo in una bozza di pianto, finché non si riesce più a distinguere l’uno dall’altro. È uno dei finali più onesti che il cinema recente ci abbia regalato, perché non risolve nulla, e fa benissimo.

Quella scena pone la domanda che il film ha preparato in silenzio per quasi due ore: si può scegliere di abitare il mondo che preferiamo, quello che ci rende felici, quello in cui sappiamo muoverci con grazia. Ma se quel mondo fosse quasi disabitato, senza ponti verso gli altri, saremmo davvero del tutto felici? Hirayama non risponde. Il suo volto neanche. E forse è proprio lì, in quell’oscillazione impossibile tra sorriso e pianto, che sta tutta la verità del film.

Scheda tecnica

Titolo: Perfect Days

Regia: Wim Wenders

Sceneggiatura: Wim Wenders, Takuma Takasaki

Fotografia: Franz Lustig

Cast: Koji Yakusho, Tokio Emoto, Arisa Nakano

Paese / Anno: Germania / Giappone, 2023

Durata: 124 minuti

Distribuzione: Teodora Film (Italia)