Unchained – È possibile recuperare un ragazzo così?

Unchained – È possibile recuperare un ragazzo così?

Una scena di Unchained (2026) di Keisuke Yoshida / Ph. © Far East Film Festival

Kaito fa del male agli altri. Non per rabbia momentanea, non per disperazione, lo fa con una leggerezza che fa paura. Unchained di Keisuke Yoshida, in anteprima mondiale al Far East Film Festival di Udine, non si preoccupa di spiegarci perché. La famiglia è disfunzionale, il padre invalido, indolente, ludopatico e alcolista è una cornice sufficiente. Ma il film non è un’indagine psicologica su Kaito come portatore di problemi. È una domanda morale, scomoda e urgente: è possibile recuperare un ragazzo così? E chi ha la pazienza, il coraggio e la lucidità di provarci?

Quella persona si chiama Nishi. È un adulto che si ostina a credere in Kaito quando non ce n’è nessuna ragione visibile per farlo. Lo ascolta. Lo segue. Non lo molla. È credibile? Sì. È sufficiente? Il film lascia la domanda aperta.

Il film ruota attorno a questa domanda senza risponderle direttamente, e fa bene. La scena finale, quando Kaito capisce finalmente che Nishi era sincero, che davvero lo ascoltava e voleva il suo bene, arriva con il peso di tutto quello che è venuto prima. È uno di quei momenti in cui un film trova il suo senso in pochi secondi.

Ma la sorpresa più bella del film è altrove, nel padre di Kaito, personaggio secondario che porta in sé forse il maggiore arco narrativo dell’intera storia. Invalido, rancoroso, abituato a scaricare le colpe della propria infelicità e dei propri fallimenti sugli altri, sul suo aggressore e sulla sua gamba, è il ritratto di ciò che rischia di diventare il ragazzo reso invalido da Kaito. E quando sceglie, in modo inatteso, quasi improvviso, eppure emotivamente giusto, di cercare di salvare proprio quel ragazzo dal fare la sua stessa fine, il film tocca il suo vertice morale. La svolta non è preparata fino in fondo, ma funziona. Segno che il personaggio è stato costruito con cura, e che l’attore ha fatto il suo lavoro.

Yoshida non giudica e non assolve. Racconta, con la sobrietà di chi conosce bene quella materia, il regista ha dichiarato di essersi ispirato ai ragazzi che ha incontrato nella sua giovinezza in un quartiere povero, dove fare del male agli altri era semplicemente la norma. Quella conoscenza diretta si sente. Unchained non è un film sul male come mistero irrisolvibile, è un film sullo scivoloso e necessario tema della rieducazione dei ragazzi borderline, su cosa serve davvero per spezzare un ciclo che altrimenti si ripete di generazione in generazione.

Sarebbe bello sapere che esiste un Nishi. Probabilmente esiste. Il problema è quanti ce ne sono.