Kokuho – Il prezzo della perfezione, recensione di Giorgio Passeri

Il regista Lee Sang-il ringrazia il pubblico al termine della proiezione

Kokuho – Il prezzo della perfezione

 

Quando mi siedo in sala con davanti tre ore di film, confesso che una certa apprensione è inevitabile. Poi Kokuho comincia, e quelle tre ore volano, quasi se ne vorrebbero altre.

Il film di Lee Sang-il, tratto dall’omonimo romanzo di Shuichi Yoshida, racconta cinquant’anni di vita di Kikuo Tachibana, figlio di un boss yakuza, adottato da un grande maestro del kabuki, destinato a diventare un tesoro nazionale vivente. Una parabola sull’ossessione per la perfezione, raccontata senza sconti e senza assoluzioni, ma anche, sorprendentemente, senza condanna.

Perché Kikuo fa una tristezza infinita. Dietro di lui resta una scia di persone calpestate. Harue, che sparisce con il suo migliore amico quasi senza battere ciglio. Akiko, forse la più sacrificata di tutte. La figlia che da adulta gli rinfaccia tutto, e che da bambina lo rincorre mentre lui, già sul calesse, non si volta. Kikuo sa benissimo quello che ha fatto. Non se ne pente. Ha raggiunto il suo obiettivo, ha visto il paesaggio che aveva sempre vagheggiato, quella visione finale che sembra simboleggiare il tocco della perfezione assoluta, e questo, per lui, basta.

Eppure Lee Sang-il non ci lascia giudicarlo comodamente dall’esterno. Sul palco, nella luce del kabuki, Kikuo si trasfigura e noi con lui. Sentiamo tutta la sua disperazione, il coraggio, la tenacia. Ci scopriamo a tifare per lui, malgrado tutto. Felici, persino, che almeno ce l’abbia fatta. Tutta la tragedia che ha attraversato e contribuito a costruire ha avuto un senso, almeno per lui. Il regista non condanna e non esalta, racconta, con una lucidità che è già di per sé un giudizio morale.

In questo quadro di solitudini, c’è però un’eccezione. Il legame con Shunsuke, il figlio del maestro, fratello acquisito e rivale di una vita. I due si tradiscono, si allontanano, si ritrovano, e in ogni ritrovamento si capisce che non hanno mai smesso di volersi bene. È il filo emotivo più potente del film, quello che regge l’intera architettura narrativa.

Sul piano visivo, Kokuho è semplicemente straordinario. Fotografia, costumi e trucco raggiungono vette raramente viste nel cinema contemporaneo, non a caso la pellicola ha ottenuto una nomination all’Oscar proprio per makeup e hairstyling. Le scene di kabuki, che avrebbero potuto risultare distanti o ermetiche per uno spettatore occidentale, sono invece ipnotiche. Merito anche di una scelta registica intelligente, affiancare alla musica tradizionale kabuki una colonna sonora di matrice classica occidentale, che funge da ponte culturale senza tradire l’essenza dello spettacolo. Con la sola musica kabuki sarebbe stato forse troppo secco per le nostre orecchie; così invece tutto diventa fruibile, persino commovente.

La recitazione è all’altezza di tutto il resto. Ryo Yoshizawa, che per il ruolo si è formato per un anno e mezzo nelle arti del kabuki, consegna una performance che è davvero la sintesi di una carriera. Al suo fianco, Ryusei Yokohama costruisce Shunsuke con una profondità silenziosa che non lascia indifferenti.

Kokuho è un film che, con i miei valori e i miei parametri, mi lascia una malinconia di fondo. Ma è anche un film che dimostra come il grande cinema sappia farti abitare una visione del mondo lontana dalla tua, farti sentire la logica interna di un’ossessione che non condividi, e portarti, quasi contro la tua volontà, a sperare che quell’ossessione trovi il suo compimento.