15/18 (A Place To Heal), RECENSIONE DI GIORGIO PASSERI

15/18 (A Place To Heal), RECENSIONE DI GIORGIO PASSERI

 

15/18: ragazzi da curare, non da aggiustare

Con un tema come quello della neuropsichiatria adolescenziale, il rischio di cadere nel già visto era altissimo. 15/18, invece, riesce a non essere mai scontato. Non sceglie un solo protagonista, né una sola patologia: guarda a un gruppo di adolescenti feriti, spesso da famiglie troppo presenti o troppo assenti, che dentro la struttura finiscono per trovare anche qualcosa di fondamentale: la solidarietà tra loro.

È interessante soprattutto il modo in cui viene raccontato il rapporto con chi li cura. Siamo lontani anni luce dal mondo freddo, gerarchico e repressivo di Qualcuno volò sul nido del cuculo. Sono passati decenni e qui la cura sembra avere finalmente un significato più ampio: non soltanto intervenire sulla malattia, ma ascoltare, comprendere, stare accanto ai ragazzi e coinvolgere le loro famiglie.

Le storie, ispirate a vicende reali della psichiatria adolescenziale, restituiscono un senso di autenticità che passa anche attraverso gli interpreti. Tutti i ragazzi sono bravissimi e, per lunghi momenti, sembra davvero di assistere alla vita quotidiana di un reparto. Anche perché il film è stato girato in parte all’interno di un vero ospedale psichiatrico.

E forse non è un caso che, durante la successiva conferenza stampa, accanto al regista e ai produttori ci fossero tutti i ragazzi del cast: i tre protagonisti dietro il lungo tavolo rialzato della sala conferenze, gli altri in prima fila. Un’immagine quasi speculare a quella del film, che racconta una comunità di ragazzi e di adulti chiamati a prendersene cura.

E poi arriva un finale bellissimo, sorprendente, di quelli che al cinema vorremmo sempre incontrare: quando credi di aver capito dove la storia sta andando e invece ti spiazza.

15/18 parla di fragilità, ma soprattutto di cura, amicizia e possibilità di guarire. E lo fa senza mai cercare la scorciatoia della retorica.