Mr. Nelson, Did You Kill People, RECENSIONE DI GIORGIO PASSERI

Mr. Nelson, Did You Kill People, RECENSIONE DI GIORGIO PASSERI

 

Mr. Nelson, Did You Kill People? è un film sulla guerra, ma soprattutto su ciò che della guerra continua a vivere dentro chi è tornato a casa.

Shinya Tsukamoto racconta la storia vera di Allen Nelson, marine in Vietnam, vittima e carnefice allo stesso tempo. E non cerca scorciatoie: per capire il trauma di Nelson bisogna prima guardare ciò che lo ha generato. Le scene di violenza sono crude, a tratti brutali, ma non gratuite. Sono necessarie per comprendere l’origine di quelle ferite che, anni dopo, continuano a tormentarlo.

Certo, per chi ha visto Apocalypse Now, Platoon o Full Metal Jacket, è difficile che quelle immagini possano ancora sorprendere davvero. La forza del film sta quindi meno nella rappresentazione della guerra che nel modo in cui quella guerra torna continuamente nel presente di Nelson.

Rodney Hicks affronta una parte tutt’altro che semplice e convince soprattutto nei momenti in cui deve raccontare il trauma quasi senza parole: gli occhi rossi, il volto segnato, il corpo bloccato, la difficoltà persino fisica di parlare. È un uomo che sembra non essere mai davvero tornato dal Vietnam.

Il film insiste però a lungo sugli stessi concetti, sulle stesse immagini, sulle stesse domande. E forse è inevitabile: Tsukamoto racconta un trauma che per sua natura è ripetizione, memoria che ritorna, ferita che non riesce a chiudersi. Ma alla lunga questa scelta rende il racconto un po’ monotematico e ne limita l’impatto.

Resta interessante soprattutto la domanda centrale: come può convivere, nella stessa persona, la vittima e il carnefice? Nelson non è semplicemente un uomo da assolvere né un mostro da condannare. È entrambe le cose. E il film trova la sua ragione più profonda proprio nell’impossibilità di separarle.

Mr. Nelson, Did You Kill People? non è un film perfetto e non aggiunge molto di nuovo alla rappresentazione cinematografica della guerra del Vietnam. Ma ha il merito di ricordarci che una guerra non finisce necessariamente quando finiscono gli spari. A volte, per chi l’ha combattuta, comincia proprio allora.