I PREMI DELLA 83ESIMA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA INNESCANO UN DIBATTITO SUL CINEMA.
CONTRIBUTO N. 1, DI GAETANO FIERRO
Venezia non è un tribunale. Ma quando Cannes, Berlino
e Venezia fanno suonare qualche campanello, forse conviene ascoltarlo
Un festival non emette sentenze definitive
sulla cinematografia
di un Paese. Per fortuna.
Altrimenti basterebbe tornare da Venezia senza un Leone per convocare immediatamente
il Consiglio dei ministri, chiudere Cinecittà
e distribuire gratuitamente videocamere ai passanti.
Però i segnali esistono.
E quando nello stesso anno arrivano da tre
dei maggiori festival cinematografici internazionali, liquidarli con un’alzata di spalle diventa un esercizio piuttosto spericolato.
A Cannes 2026 nessun regista italiano era
in concorso per
la Palma d’Oro.
Alla Berlinale non c’era
un film interamente italiano nella competizione principale, anche se erano presenti coproduzioni internazionali con partecipazione italiana.
Poi è arrivata Venezia.
E nell’edizione 2026
della Mostra, proprio
in casa nostra, nei principali premi
del concorso Venezia
83 l’Italia non c’è.
Tre situazioni diverse,
che sarebbe scorretto mettere sullo stesso piano. Ma anche tre segnali che sarebbe altrettanto scorretto fingere di non vedere.
Non significa che
il cinema italiano
sia morto. Anzi.
I riconoscimenti italiani ottenuti nella sezione Orizzonti a Venezia dimostrano che talento
e vitalità esistono.
Ed è proprio questo
il punto. Se il talento esiste, perché fatica
così tanto a trasformarsi
in una presenza forte, continua e riconoscibile
ai massimi livelli internazionali?
Forse la domanda non riguarda soltanto i film che produciamo.
Forse riguarda
anche come scegliamo, finanziamo, accompagniamo
e facciamo emergere
chi quei film potrebbe realizzarli. E allora qualche domanda possiamo finalmente permettercela.
Soprattutto perché parliamo di un settore sostenuto anche attraverso considerevoli risorse pubbliche.
Il denaro pubblico non è un applauso
L’Italia ha scelto da anni
di considerare cinema
e audiovisivo un settore strategico. Scelta giusta.
La cultura non deve essere abbandonata esclusivamente alle
leggi del mercato, perché alcune opere necessarie probabilmente non nascerebbero mai
se dovessero presentarsi davanti al botteghino con
il cappello in mano.
Esistono tax credit, contributi automatici, contributi selettivi, sostegni alla promozione
e interventi regionali.
Tutto legittimo.
Ma proprio perché
il denaro è pubblico,
la domanda diventa inevitabile: stiamo finanziando soltanto opere oppure stiamo costruendo un sistema capace di scoprire talenti?
Non è la stessa cosa.
Produrre molti film
non significa necessariamente produrre molto cinema.
Come stampare molti
libri non trasforma automaticamente
un Paese in una
comunità di lettori.
Il sospetto dei circuiti chiusi
Qui bisogna essere seri.
Affermare che
i finanziamenti cinematografici vengano assegnati in base all’appartenenza politica richiede prove.
E senza prove diventerebbe propaganda ciò che invece merita una discussione molto più importante.
Il problema vero è impedire che qualsiasi sistema culturale diventi autoreferenziale.
Quando produttori, autori, interpreti, commissioni, consulenti e istituzioni finiscono per frequentare continuamente gli stessi ambienti, può nascere una percezione devastante: che per entrare non basti avere qualcosa da raccontare,
ma occorra conoscere
la porta giusta.
Magari non esiste
nessun complotto.
A volte basta qualcosa
di assai più banale: l’abitudine.
E l’abitudine, nella cultura, può diventare micidiale.
Perché il talento sconosciuto disturba.
Non ha curriculum rassicuranti,
non appartiene alle consuetudini, magari
vive lontano da Roma
e possiede perfino
il pessimo vizio di avere idee proprie.
Una vera seccatura.
Il problema non sono quelli bravi
Attenzione, però.
Il problema non è
che gli stessi autori vengano finanziati
più volte. Se sono bravi, sarebbe assurdo penalizzarli perché hanno già avuto successo.
Il ricambio non può diventare una rottamazione anagrafica
o professionale mascherata da democrazia culturale.
Il problema nasce
quando essere già
dentro il sistema diventa un vantaggio strutturale così forte da rendere troppo difficile entrarvi
per chi è fuori.
Una politica culturale sana non deve cacciare chi occupa meritatamente una sedia.
Deve aggiungere sedie.
E soprattutto evitare
che qualcuno tenga
le chiavi della stanza.
Le Regioni: occasione o piccolo condominio?
La territorializzazione
del cinema è una grande opportunità. Le Film Commission possono attrarre produzioni, valorizzare luoghi, creare professionalità, generare economia e consentire
a territori periferici di diventare protagonisti.
Ma il territorio deve essere un trampolino,
non un recinto.
Se regionalizzare significa moltiplicare opportunità, benissimo. Se significa moltiplicare piccoli sistemi chiusi, abbiamo soltanto trasferito
il problema da Roma
alle province.
Con un vantaggio: adesso possiamo avere
il familismo a chilometro zero. I criteri devono
essere pubblici, leggibili, verificabili. E soprattutto devono premiare progetto, qualità, originalità, capacità produttiva e ricaduta culturale. Non la tessera.
Di qualunque colore.
Il botteghino non decide tutto
Nemmeno gli incassi possono diventare
l’unico giudice.
La storia del cinema
è piena di capolavori
che non hanno riempito
le sale e di prodotti commercialmente formidabili dei quali l’umanità avrebbe probabilmente superato serenamente l’assenza.
Ma quando un’opera riceve sostegno pubblico, incontra pochissimo pubblico e non lascia particolare traccia culturale, interrogarsi
è legittimo. Se poi questo accade ripetutamente,
la domanda diventa doverosa. Il finanziamento pubblico dovrebbe assumersi rischi.
Non garantire rendite.
Dovrebbe cercare
ciò che ancora
non conosciamo,
non soltanto proteggere ciò che conosciamo già.
Liberare il cinema
La questione, allora,
non è sostituire una presunta egemonia culturale con un’altra.
Sarebbe la rivoluzione
più stupida possibile: cambiare i commensali lasciando identico
il tavolo. Un governo
di destra non dovrebbe finanziare
“cinema di destra”.
Uno di sinistra non dovrebbe finanziare “cinema di sinistra”.
Le istituzioni dovrebbero finanziare, attraverso regole trasparenti,
cinema libero.
Anche quello che disturba chi governa.
Soprattutto quello.
Perché la cultura addomesticata
dal potere smette lentamente di essere cultura e diventa arredamento istituzionale.
APRITE QUELLA PORTA
Il cinema italiano non
ha bisogno di funerali.
Ha bisogno di finestre aperte. Di giovani, irregolari, maestranze, autori, attori e produttori capaci di arrivare anche da Potenza, Bari, Palermo o da un paese che sulle mappe cinematografiche compare soltanto quando serve una location.
Il talento non possiede tessere. Non vota necessariamente come noi. Non frequenta sempre le persone giuste.
Qualche volta arriva perfino senza bussare.
Ed è precisamente allora che una politica culturale intelligente deve avere il coraggio di riconoscerlo.
Cannes, Berlino
e Venezia non ci dicono che il talento italiano
è scomparso.
Sarebbe una conclusione comoda quanto falsa.
Ci dicono qualcosa
di più scomodo:
che forse possediamo talento senza essere ancora abbastanza capaci di riconoscerlo, liberarlo e portarlo dove merita di arrivare.
I riconoscimenti ottenuti
a Venezia nella sezione Orizzonti dimostrano esattamente che quel talento esiste. E allora
il problema non è celebrare una sconfitta.
È evitare di sprecare
una possibilità.
Il compito del denaro pubblico non è sapere
in anticipo chi vincerà.
È fare in modo che nessuno perda prima ancora di poter partire.
Perché quando continuiamo ad aprire sempre le stesse porte alle stesse persone,
il problema non è soltanto chi rimane fuori.
È ciò che, tenendolo fuori, noi non vedremo mai sullo schermo.
Gaetano Fierro
