I PREMI DELLA 83ESIMA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA INNESCANO UN DIBATTITO SUL CINEMA. CONTRIBUTO N. 4, DI CATELLO MASULLO
Sono molto lieto che il numero speciale sulla Mostra di Venezia 2026 di QUI CINEMA, testata giornalistica del Cinecircolo Romano, ospiti contributi di livello sul dibattito sulla situazione del cinema italiano, innescato dai premi attribuiti dalla 83esima Mostra del Cinema di Venezia.
Quando assisto alla cerimonia di premiazione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, ma anche a quelle degli altri festival cinematografici o a quelle degli Oscar, immancabilmente, come penso facciano in tanti, li paragono ai premi che avrei dato io. Spesso, nella maggior parte dei casi, dovessi dire, non coincidono. Ed è naturale. La valutazione del valore complessivo di un film è una delle cose più soggettive che esistano. Francois Truffaut, che di cinema se ne intedeva davvero (prima di diventare uno dei più grandi registi della storia del cinema era stato critico di punta della più antica e blasonata rivista di critica cinematografica, i « Cahiers du Cinema ») diceva che ognuno di noi ha un doppio mestiere, quello proprio e quello del critico cinemtografico. E’ vero, ogni giudizio è legittimo. Per i maggiori Festival di Cinema, viene concessa dagli organizzatori carta bianca nei giudizi a Giurie composte da grandi personalità del mondo del cinema. I cui giudizi, a volte, sembrano essere partoriti dalla voglia delle Giurie stesse di stupire con i propri verdetti (non riesco a non pensare al celeberrino « famolo strano » di Verdone…). Non è quindi raro che il primo premio venga dato a film che non sono ai primi posti della classifica fatta con le « stellette » dei critici dei maggiori giornali. Ed anche che siano i meno graditi dal pubblico. E’ un fatto, e non ci possiamo fare niente (per parafrasare una delle battute più famose del cinema, quella pronunciata, a proposito della stampa, da Humphrey Bogart in « L’ultima minaccia », di Richard Brooks (1952). I verdetti di Venezia 83 sono forse i meno scandalosi degli ultimi anni : onesti, fondamentalmente condivisibili. Qualcuno potrebbe malignare sul fatto che il fatto di avere una presidente di giuria di sesso femminile, Maggie Gyllenhaal, abbia influito nell’attribuzione del Leone d’Oro all’unica regista donna selezionata per il Concorso principale. Ma si tratta di malignità. « Woman Unknown » di May el-Toukhy, regista danese di origini egiziane, è un film di livello (se ne legga la recensione su questo stesso numero di QUI CINEMA, che comprende articoli e recensioni sui film più importanti della Mostra, redatti dai nostri inviati).
Mi sembra utile sottolineare che la Mostra di Venezia, per qualità della selezione, si conferma agli assoluti vertici mondiale. Mi spingerei a dire sul podio più alto. La longeva direzione artistica di Alberto Barbera si è dimostrata vincente. Quella che abbiamo appena vista è stata un’ottima annata. Superiore perfino a quella del 2025 che era stata l’annata dei record. I film selezionati per il Concorso sono tutti di elevatissimo livello cinematografico. Ne è dimostrazione anche la crescita nelle vendita dei biglietti, del 14% rispetto al 2025, che pure aveva battuto tutti i record precedenti. Un livello così alto nella intera selezione non è riscontrabile a Cannes e a Berlino. C’erano state critiche alle scelte di Barbera che ha selezionato per il 2026 ben 6 film italiani. Una anomalia, che, nelle accuse, aveva sentori di campanilismo. Ma le accuse sono state smentite sul campo. I sei film italiani erano di gran livello come tutti gli altri della selezione. Sono stati esclusi dai premi più importanti, ma la Giuria è sovrana. Certamente non ci sarebbe stato nessuno scandalo se qualche Leone fosse restato in Italia.
“Il cinema italiano è in crisi!”, lo dissero a Giuliano Montaldo quando girava il suo primo film, “Tiro al Piccione”, 65 anni fa! E lo hanno ripetuto, tutti e a tutti, ogni anno. E ancora oggi. Lo stato di salute di un settore si giudica dai risultati. Negli ultimi anni, come direbbe un famoso allenatore di calcio, Jose Mourinho: “zero tituli!”. Le cause? Molteplici. Sicuramente nel sistema e nel quadro legislativo. Il principale motore dello sviluppo del cinema, e, di conseguenza della sua qualità e competitività, sono gli incassi delle sale. In Italia, con una popolazione comparabile a quella della Francia, ai botteghini cinematografici si staccano solo un terzo di quelli emessi in Francia. Questione di sistema, di cultura, di promozione del settore. Ma anche, e, soprattutto, di quadro legislativo. Un film, in Francia, per essere visto in tv e/o in piattaforma, devono passare almeno 15 mesi per Netflix, 19 mesi per Disney ed anche di più per altri canali. Per legge dello Stato. In Italia, invece, i film si vedono in piattaforma, poche settimane, se non pochi giorni dalla uscita in sala. Sempre per legge dello Stato. È l’uovo di Colombo: in Francia chi vuole vedere un film recente deve andare a vederlo al cinema. E tutto gira. E i film francesi vincono più “tituli” di quelli italiani. Facciamo pressione sui nostri legislatori e, forse, qualcosa potrà cambiare in meglio.
Da più parti si invoca il rinnovamento. Largo ai giovani. Con idee nuove e maggiore libertà. Il Cinecircolo Romano organizza da 22 anni il “Premio Cinema Giovane & Festival delle Opere Prime”, storicamente il primo festival cinematografico strutturato, dedicato esclusivamente alle opere di esordio alla regia di registi italiani. Questo particolare osservatorio, che va a caccia di opere prime da oltre 20 anni, permette di dire che circa 20 anni fa in Italia venivano distribuite circa 20/25 opere prime all’anno. Gradualmente questo numero è andato crescendo negli anni, fino a superare le 60 unità. E la qualità media è andata crescendo con il numero. Un settore di grande vitalità del cinema italiano. Che testimonia la crescente voglia di nuovi talenti di mettersi in gioco. Qualcosa che funziona c’è. Ma si può sempre migliorare. Anche avendo l’umiltà di prendere esempio da paesi dove il sistema ha dimostrato di funzionare meglio del nostro, vedi la Francia, con la sua nota e fruttuosa “eccezione culturale”.
