I PREMI DELLA 83ESIMA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA INNESCANO UN DIBATTITO SUL CINEMA.  CONTRIBUTO N. 3, DI PAOLA DEI

I PREMI DELLA 83ESIMA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA INNESCANO UN DIBATTITO SUL CINEMA.  CONTRIBUTO N. 3, DI PAOLA DEI

 

Io credo che ci stiamo complicando inutilmente la vita. I film che hanno vinto sono film bellissimi. E hanno vinto perché hanno convinto per quello che sono, non perché dobbiamo necessariamente ricondurre ogni risultato a logiche di potere, appartenenze, discriminazioni o porte chiuse. Lo dico anche per esperienza personale: da psicologa dell’arte, appena uscita dalla visione, ho segnalato proprio alcuni di quei titoli che poi hanno trionfato. Li ho guardati senza sapere, né preoccuparmi, di chi ci fosse dietro, di quali fossero gli appoggi o i circuiti di riferimento. Li ho giudicati semplicemente per quello che mi avevano lasciato: per la loro forza, la loro verità, la loro capacità di toccare corde importanti. Forse è anche questo che rischiamo di dimenticare quando trasformiamo il cinema in una fredda lettura del sistema: prima ancora dei finanziamenti e delle stanze dei bottoni, esiste l’esperienza concreta di un film che ti arriva o non ti arriva. Proprio per questo trovo consolante che, alla fine, alcune opere abbiano saputo imporsi per il loro valore intrinseco. Significa che le porte, qualche volta, si possono ancora aprire semplicemente perché dall’altra parte c’è qualcosa di straordinario. Prendiamo il Leone d’Oro a Woman Unknown della regista danese May el-Toukhy, o un film come Naza, che pur trovando difficoltà nella distribution si è imposto per la sua urgenza ottenendo il Premio Speciale della Giuria. Non avevano nessuna logica di palazzo alle spalle. Certo, sappiamo bene che in questo mondo le dinamiche di sistema esistono e che spesso complicano il percorso di chi conta solo sulle proprie forze – specie se donna – ma proprio per questo la vittoria di una regista così libera è una boccata d’aria fresca, un trionfo del merito sulle sovrastrutture. Con la stessa forza emotiva si è imposto un film italianissimo come I figli della scimmia con un ispirato Riccardo Scamarcio, che affondando le radici nella metafora profonda de La madre della scimmia ha toccato corde così intime da arrivare meritatamente sul podio dei premiati. I film italiani alla Mostra c’erano e hanno fatto comunque la loro ottima figura. Se guardiamo alle interpretazioni, i nostri attori hanno dimostrato un livello internazionale altissimo. Penso a fuoriclasse come Pierfrancesco Favino, Silvio Orlando, Alba Rohrwacher o Valeria Bruni Tedeschi, alla splendida sorpresa di Vanessa Scalera (e a tutti gli altri stupendi attori che solo per motivi di spazio non inserisco), capaci di confermare ogni volta sullo schermo uno spessore straordinario. Il talento e i volti per competere ci sono tutti, così come i registi: da un nome di riferimento come Nanni Moretti, sempre fedele a se stesso e originale, fino alle voci fuori concorso come Gianni Amelio e gli altri eccezionali registi italiani presenti. Tutti encomiabili. Ma se il cinema italiano oggi, nel suo complesso, ha perso terreno sul piano internazionale, forse dovremmo avere il coraggio di dirci una cosa molto più semplice e molto meno elegante: forse abbiamo perso creatività. E le ricerche scientifiche confermano come l’Italia sia purtroppo il fanalino di coda in molte cose. Si possono scrivere pagine e pagine su finanziamenti, circuiti chiusi, territori, produttori e sistemi autoreferenziali. Ma alla fine il cinema è fatto di film. E un film bello, originale, potente, necessario, non ha bisogno di tutte queste giustificazioni per essere riconosciuto.
Forse, prima di cercare sempre una spiegazione nel sistema, dovremmo guardare a quello che abbiamo prodotto e chiederci se sia davvero all’altezza di quello che hanno confezionato gli altri. Perché qualche volta non c’è nessuna discriminazione, nessun complotto e nessuna porta chiusa. Semplicemente, gli altri hanno fatto film migliori. E girarci intorno, seppur con argomentazioni intelligenti e suggestive, non rende il nostro cinema più creativo.
Paola Dei