I PREMI DELLA 83ESIMA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA INNESCANO UN DIBATTITO SUL CINEMA. CONTRIBUTO N. 6, DI MICHELA MANCUSI
I PREMI DELLA 83ESIMA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA INNESCANO UN DIBATTITO SUL CINEMA. CONTRIBUTO N. 6, DI MICHELA MANCUSI
Non solo quante donne: come il cinema racconta il femminile
A Venezia, quest’anno, si è fatto molto parlare dell’assenza delle donne dal concorso. Un solo film diretto da una regista, May el-Toukhy, con Kvinde Ukendt.
Eppure è proprio quel film ad aver conquistato il Leone d’Oro, mentre la sua protagonista si è aggiudicata la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile.
Ma forse, accanto alla domanda su quante donne siano presenti dietro la macchina da presa, ce n’è un’altra altrettanto importante: come viene raccontato il femminile?
Ed è qui che il discorso, a mio avviso, diventa molto più interessante.
Mi bastano quattro film.
Il primo è naturalmente Kvinde Ukendt. «La guerra non ha un volto di donna», scrive Svetlana Aleksievič. E il film di May el-Toukhy sembra partire proprio da questa intuizione: dal corpo, dalla voce e dalla memoria di donne che la Storia ha spesso relegato ai margini.
Le cosiddette “collaboratrici orizzontali”, donne che durante la Seconda guerra mondiale ebbero relazioni con soldati degli eserciti occupanti e che, alla fine del conflitto, furono umiliate, punite, esposte al giudizio pubblico. Donne il cui corpo diventa un campo di battaglia, sul quale si esercitano controllo, violenza e condanna morale.
Partendo dal passato, il film ci porta inevitabilmente nel presente. Perché quanto ancora oggi il corpo e il desiderio femminile siano oggetto di controllo, giudizio e appropriazione è una questione tutt’altro che risolta.
Poi c’è Stephan Brizé, che attraverso Carla racconta un’altra forma di assoggettamento: quella prodotta dal sistema del lavoro. Carla vuole emergere, affermarsi, conquistare uno spazio. Ma nel tentativo di farlo finisce progressivamente per diventare parte del meccanismo che la opprime.
Il confine tra compromesso e compromissione diventa allora sottilissimo. E resta una domanda: quanto siamo disposti a perdere di noi stessi per riuscire ad affermarci?
Con L’estranea, Paolo Strippoli ci porta invece dentro il rapporto tra una madre e una figlia^. Jasmine Trinca interpreta una donna ossessionata dal controllo, convinta di poter tenere insieme la propria vita e quella di chi le sta intorno. *Poi l’orrore irrompe e quella costruzione apparentemente perfetta comincia a sgretolarsi.
Una donna fragile, contraddittoria, tutt’altro che rassicurante.
E poi Alina Marazzi, con La ragazza con la Leica, restituisce il ritratto di una fotoreporter libera, moderna, indipendente. Una donna che non è semplicemente raccontata: è una donna che guarda. e che fa della macchina fotografica uno strumento di lotta.
Ed è forse questo il punto.
La presenza delle donne al cinema non si misura soltanto contando quante registe ci sono in concorso.
Si misura anche dalla capacità di raccontare personaggi femminili complessi, ambigui, imperfetti. Donne che non devono essere necessariamente vittime, eroine o esempi.
Donne che possono semplicemente essere.
Essere cinema, essere donna. E soprattutto, guardare il mondo con il proprio sguardo.