NAZA – RECENSIONE DI GIORGIO PASSERI
NAZA, ovvero la vittima collaterale in codice
Naza è il codice per indicare una vittima collaterale. Uomo, donna, bambino: non importa. È un’unità di misura. Per ogni presunto terrorista viene stabilito un numero massimo di Naza, regole che dalle testimonianze raccolte da Yuval Abraham e Rachel Szor vengono spesso superate.
È il genocidio trasformato in procedura: numeri, autorizzazioni, algoritmi, regole d’ingaggio. Un sistema che permette a chi lo applica di percepire lo sterminio come un lavoro, fino a definirlo perfino gratificante.
È questo che i registi hanno voluto raccontare: non la guerra o le vittime, ma il meccanismo che trasforma l’obbedienza in giustificazione.
I testimoni, anonimi, parlano al buio sui tetti di Tel Aviv. Una scelta necessaria per proteggerli, ma anche profondamente cinematografica: dietro di loro, nelle finestre, continua la vita normale della città.
Uno di loro, il più tormentato, racconta di essere stato nei campi di sterminio in Polonia. Sa che è in corso un genocidio e sa di avervi partecipato. «Chi sono dunque io?».
Il film non cerca una risposta. Gli interessa il meccanismo che permette di non porsela.
Per quasi tutto Naza non vediamo le vittime. Solo alla fine compaiono Gaza e i corpi sotto le macerie.
Un pugno allo stomaco. E la dimostrazione che Naza è, oltre che un’inchiesta, anche cinema.
