IL NUOVO RESTAURO DI UNA PAGINA DI FOLLIA
NARRATO DAL BENSHI ICHIRO KATAOKA E ACCOMPAGNATO DAI MUSICISTI
MAKIA MATSUMURA, KISAYO KATADA, NABUAKIRA KIYOMOTO
Il programma di mercoledì 7 ottobre al Teatro Verdi di Pordenone
Link per scaricare 5 foto:
https://we.tl/t-YuV8k1aoVNX6uz03
Link per scaricare 2 clip:
https://we.tl/t-ocy0r2NmC0ccReKz
Link a Something Good – Negro Kiss:
https://vimeo.com/305144396
Kurutta Ippēji di Teinosuke Kinugasa è un’opera straordinaria capace di essere sperimentale e narrativa, di tenere insieme la tradizione giapponese, il modernismo letterario e il grande cinema europeo. Un capolavoro con un’aura di leggenda perché per quasi mezzo secolo fu considerato perduto, distrutto nell’incendio di uno studio. Nel 1971 fu lo stesso regista a trovare una copia nella sua vecchia casa che però non restituiva completamente l’opera originale. Il nuovo restauro digitale realizzato dal National Film Archive of Japan su commissione di Yanai Initiative – progetto che coinvolge UCLA e Waseda University ed è sostenuto dal filantropo Tadashi Yanai – restituisce l’originaria imbibizione blu dell’edizione del 1926 e arriva ora al pubblico del festival, dove il film sarà accompagnato dal benshi Ichiro Kataoka, tra i più ammirati e stimati di oggi, e dai musicisti Makia Matsumura (piano), Kisayo Katada (percussioni) e Nobuakira Kiyomoto (shamisen). Kurutta Ippēji è la massima espressione in campo cinematografico dello “Shinkankakuha” (Scuola della nuova percezione), un movimento artistico aperto alle avanguardie. Stilisticamente il film è caratterizzato da un montaggio rapidissimo, sovrimpressioni, doppie esposizioni, inquadrature oblique, immagini deformate, variazioni di fuoco e alla sua realizzazione contribuirono materialmente attori scrittori e tecnici. Cast e troupe costruirono e dipinsero insieme le scenografie, si alternarono nello spingere il carrello della macchina da presa e lavorarono senza una rigida divisione dei ruoli. La sceneggiatura è firmata da Yasunari Kawabata, che nel 1968, primo giapponese, vincerà il Nobel per la letteratura, e come assistente al direttore della fotografia troviamo un giovanissimo Eiji Tsuburaya, genio degli effetti speciali e inventore di Godzilla. È interessante anche la figura del regista Kinugasa. La sua carriera era iniziata all’insegna della tradizione come attore in ruoli femminili. Quando, come regista, passa alla sperimentazione si limiterà a due soli titoli: oltre a Kurutta Ippēji, Jujiro (Incroci), di due anni successivo, che fu per decenni il film muto giapponese più conosciuto in Occidente. Dopo questa parentesi, Kinugasa tornò al cinema narrativo e a un genere più commerciale; nel 1953 con La porta dell’inferno vincerà il Gran Premio al festival di Cannes e l’Oscar per il miglior film straniero.
Nella giornata di mercoledì 7 ottobre, a partire dalle 16.45, anche un interessante programma sull’avanguardia ceca. Quando nacque nel 1918, alla dissoluzione dell’impero austro-ungarico, la Cecoslovacchia era uno dei paesi più avanzati dell’Europa Centrale, in termini di sviluppo industriale ma anche come apertura ai fermenti culturali e alle novità che arrivavano dall’Occidente. In questo contesto l’intreccio tra le avanguardie artistiche nella fotografia, nel cinema, nel teatro e nella pubblicità fu particolarmente fecondo, a partire dal 1929 con l’esposizione di Stoccarda Film und Foto che impressionò e ispirò fortemente Alexander Hackenschmied, pioniere del cinema e della fotografia ceca. Prima di emigrare negli Stati Uniti nel 1938, dove continuò un’intensa attività documentaristica che gli valse anche un Oscar nel 1965, Hackenschmied lavorò molto nel campo pubblicitario, e applicò una perfetta tecnica cinematografica alla realizzazione di spot.
Il movimento di registi e artisti cecoslovacchi attivi tra la fine degli anni Venti e i Trenta del secolo scorso, era interessato a illustrare tutti gli aspetti della modernizzazione in atto, come l’architettura, nel film Praga la città delle cento torri, di Jaroslav Hesoun, architetto, designer, scenografo teatrale, tipografo e artista grafico; o come la modernizzazione nell’elettrificazione della città nel film, anch’esso nel programma della giornata, Praga nello sfavillio delle luci, del 1928, di Svatopluk Innemann. Direttore della fotografia era Václav Vích, che lavorò pochi anni dopo con Gustav Machaty in Erotikon e che divenne molto apprezzato anche in molti paesi europei e soprattutto in Italia, dove nel 1947 vinse un Nastro d’argento per la miglior fotografia per Daniele Cortis di Mario Soldati.
Si segnala, alle 18.15, la Jonathan Dennis Memorial Lecture – l’annuale conferenza in ricordo del fondatore del New Zealand Film Archive – di Allyson Nadia Field, docente di Cinema e Media all’Università di Chicago dove dirige il Film Studies Center. Nel suo intervento “Rediscovering Black Film, Rewriting Film History” (Riscoprire il cinema afroamericano, riscrivere la storia del cinema) la studiosa parlerà di riscoperta del cinema afroamericano, presente fin dalle origini della settima arte, e della conseguente necessità di ripensare la storia del cinema americano, a partire dalla riscoperta di Something Good – Negro Kiss (1898), il primo film conosciuto con un bacio appassionato fra due attori afroamericani, diventato virale sui social.
Le Giornate del Cinema Muto sono realizzate grazie al sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, del Ministero della Cultura – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo, del Comune di Pordenone, della Camera di Commercio Pordenone-Udine, della Fondazione Friuli e con la partecipazione di BCC Pordenonese e Monsile.
Pordenone, 5 ottobre 2026
Le Giornate del Cinema Muto – Ufficio stampa
Infofestival
www.giornatedelcinemamuto.it
info.gcm@cinetecadelfriuli.org
