Intervista a Kwang-kuk Lee
Prima di assistere alla proiezione di Beautiful Dreamer, abbiamo l’occasione di fare qualche domanda al cineasta. Scopriamo che il suicidio in Corea ha una frequenza altissima, e gli chiediamo se ha considerato lo stigma che colpisce chi rimane: se sia stato l’aspetto universale il punto di partenza del film, o se abbia pensato a qualcosa di più specificamente coreano. Ci conferma che, benché in nessuna cultura sia un argomento che le persone vogliano affrontare, in Corea è davvero un problema grave. Dopo aver scelto questo tema, racconta di aver intervistato moltissimi familiari di morti per suicidio. Nella cultura coreana, l’accettazione e il giudizio della collettività hanno un peso enorme, non che non ne abbiano anche in altre culture, compresa la nostra, ma lì è qualcosa di davvero decisivo, imprescindibile. Si è dunque concentrato sulla sofferenza dovuta non solo alla tragica scomparsa, ma anche all’emarginazione dei familiari da parte della comunità più prossima. Ci dice anche che, sempre in Corea, su dieci familiari di un suicida ce n’è almeno uno a rischio di replicare il gesto.
Ricordiamo che meno di tre anni fa si è tolto la vita un famosissimo attore coreano che aveva recitato anche in Parasite, Lee Sun-kyun, lasciando moglie e figli. Il regista precisa però che quell’episodio, pur eclatante, non è stato di spunto per il film.Stava infatti già raccogliendo materiale, il tema era già stato scelto. Ci confida infine che non ha voluto realizzare un film di aspra denuncia, ma un’opera che faccia riflettere, e che potesse attirare in sala soprattutto quelle persone di cui il film tratta. Coloro che sono rimasti, e devono affrontare non solo la tragedia di un lutto così devastante, ma anche l’insofferenza e la distanza della società nei propri confronti.
