Love on Trial
C’è una domanda che rimane sospesa nell’aria per tutta la durata di Love on Trial, l’ultimo film di Fukada Koji presentato a Cannes 2025 e ora in anteprima italiana all’Asian Film Festival di Roma: per chi stai combattendo, Mai? È la domanda che il film rivolge alla sua protagonista, una idol trascinata in tribunale dalla propria agenzia per aver violato la clausola contrattuale che le vietava qualsiasi relazione sentimentale. Ma è anche, più in profondità, la domanda che Fukada rivolge allo spettatore.
Mai vuole vincere la causa. Il suo ragazzo, spaventato, vorrebbe patteggiare. Questa divergenza dice già molto su come il regista costruisce i suoi personaggi: nessuno ha torto del tutto, nessuno ha ragione del tutto. Lo stesso vale per Nanake, l’idol che prima di Mai ha vissuto un innamoramento proibito e ha scelto di soffocarlo pur di non rinunciare alla carriera — e che, una volta raggiunta, non se ne pente. Fukada ce la mostra nella sua difficoltà e nella sua risolutezza, senza condannarla né assolverla. È giovane, è fatta così, sacrifica tutto per il suo sogno. Come tante persone reali. Ciascuno la giudicherà come meglio crede.
È questa la cifra più preziosa del cinema di Fukada: non dividere il mondo in buoni e cattivi. Il processo, per fortuna, occupa solo una parte contenuta del film — se fosse stato altrimenti, avrebbe rischiato di schiacciare la pellicola sotto il peso della denuncia, che è esattamente ciò che il regista ha dichiarato di voler evitare.
La recitazione è uno dei punti di forza del film. Kyoko Saito porta sullo schermo il conflitto interiore di Mai con una misura e una profondità che non scadono mai nel melodramma. Ma è forse Nanake a lasciare il segno più duraturo, proprio per la sua fredda risolutezza: un personaggio che non chiede comprensione e non ha bisogno di ottenerla.
Anche la fotografia partecipa attivamente al racconto. C’è un’inquadratura in particolare che vale da sola come sintesi visiva del film: Mai e il suo ragazzo su due marciapiedi opposti di una strada larga, frontali tra loro ma laterali rispetto allo spettatore, che si scambiano messaggi sul telefono invece di parlarsi. Probabilmente perché Mai ha ancora paura di essere fotografata in compagnia di un uomo. La distanza fisica che li separa dice tutto quello che i personaggi non dicono a voce — e in questo Fukada è maestro.
Il film ha un ritmo lento, ma è una lentezza che lavora. Love on Trial è un film che chiede di essere ascoltato anche nel silenzio, nei comportamenti, nelle espressioni, nei tempi morti. Non tutto viene spiegato a voce — e questo, se da un lato lascia una certa insoddisfazione in chi vorrebbe sapere di più, dall’altro restituisce qualcosa di profondamente vero: nella vita reale nessuno ti spiega tutto. Devi capire le cose da quello che ti viene detto, ma anche da come ti viene detto.
