Lo straordinario cast femminile del film, al centro il regista Francesco Cannavà. (foto di Catello Masullo, Maxxi, 17 ottobre 2026)
Nowruz – Nuovo giorno RECENSIONE DI CATELLO MASULLO
Nowruz – Nuovo giorno
Francesco Cannavà, Italia, 2026, 76 min
17 ottobre 19:30 Maxxi
Sinossi
A Torino, un gruppo di giovani donne iraniane si ritrova attorno a Homa, squadra di calcio femminile, unite dal bisogno di sentirsi parte di una comunità. Giocano per passione, per costruire legami, per sentirsi libere. In Iran erano costrette a coprirsi e a sottostare a regole che limitano i diritti delle donne; in Italia ricostruiscono una quotidianità lontano da casa. Per un anno, tra allenamenti e tornei, vivono un percorso di autodeterminazione e partecipano al Balon Mundial 2025, torneo cittadino delle comunità migranti. Ma all’improvviso la notizia della guerra in Iran irrompe nelle loro vite: la distanza dal Paese d’origine diventa paura per le famiglie, tensione nella comunità e domanda sul senso di appartenenza a una terra ferita. Correre senza velo, gridare insieme, cadere e rialzarsi diventano gesti di resistenza. Sospese tra esilio e appartenenza, trasformano nostalgia e dolore in comunità, coraggio e desiderio di futuro.
NOTE DI REGIA
Nowruz significa nuovo giorno. In persiano, questa parola indica l’inizio del nuovo anno e coincide con l’arrivo della primavera. Nel film, però, questo nuovo giorno non è una promessa, ma un desiderio. Il desiderio delle donne della diaspora iraniana di poter immaginare un futuro senza dover rinunciare alla propria storia.
Regia
Francesco Cannavà
Francesco Cannavà è produttore, regista e sceneggiatore specializzato in regia cinematografica alla NUCT – Cinecittà. Ha sviluppato un percorso autoriale prevalentemente orientato al cinema del reale, affrontando temi legati ai diritti umani, all’ambiente, alle migrazioni e alle trasformazioni della società. Nei suoi film intreccia dimensione personale e temi universali come libertà e identità.
Cast and Crew
Sceneggiatura:
Francesco Cannavà
Fotografia:
Enrico Bellinghieri
Montaggio:
Lorenzo Petracchi
Musica:
Giulia Tagliavia
Suono:
Luca Mangani
Produzione:
ZenitArti Audiovisive, 8 Road Film, Rai Cinema
Coproduzione:
Art Show Movie, Beagle Media
Distribuzione italiana:
Lo Scrittoio
Distribuzione internazionale:
Zenit Arti Audiovisive
Cast:
Team Homa – Iran Female
NOTA : CANDIDATO AL SORRISO DIVERSO ROMA AWARD 2026
RECENSIONE DI CATELLO MASULLO:
Il film parte documentando le vicende di una squadra di calcio femminile, formata da emigrate iraniane in Italia, a Torino. Come racconta con precisione il regista, Francesco Cannavà, nella ampia intervista che mi ha concesso e che riporto di seguito integralmente, ad un certo punto della narrazione, le clamorose vicende delle proteste generalizzate di popolo in Iran e della tremenda e cruenta repressione delle stesse, che hanno causato, secondo le stime internazionali di autorevoli osservatori indipendenti, almeno trentamila barbare uccisioni a colpi di armi da fuoco indirizzati verso pacifici e disarmati dimostranti, irrompono nel film e ne provocano una repentina e profonda trasformazione. Il film diventa così uno dei più potenti documenti di denuncia di questi massacri e di valorizzazione dell’anelito di molti iraniani e iraniane a poter avere, infine, quel “nuovo giorno” di cui al titolo. Uno straordinario film, di quelli da non perdere.
Curiosità, il regista Francesco Cannavà, che ringrazio per la sua gentile, squisita e apprezzata disponibilità, ha accettato di rilasciarmi una intervista ad hoc, in occasione della presentazione del suo film alla Festa del Cinema di Roma, rispondendo alle seguenti mie domande:
Come è nato il progetto?
Nowruz – Nuovo Giorno nasce da un incontro avvenuto in Sicilia, a Messina, con una donna iraniana che mi ha raccontato la propria storia e la condizione delle donne nel suo Paese. Da quell’incontro è nata una promessa: ascoltare la voce delle donne iraniane della diaspora e provare a restituirla attraverso il cinema. Ho iniziato a interrogarmi su cosa significhi lasciare il proprio Paese, allontanarsi dalla propria famiglia e dalla propria cultura per cercare altrove la libertà e l’autodeterminazione. Ma anche su cosa significhi continuare ad amare la propria terra quando quella stessa terra è governata da un regime che nega diritti fondamentali ai suoi cittadini. Ho incontrato le ragazze della squadra femminile Homa, a Torino, e ho scoperto come il calcio fosse diventato per loro molto più di uno sport: uno spazio di libertà, una comunità, un luogo nel quale ricostruire una quotidianità diversa. Il film segue il loro percorso per circa un anno, cercando di osservare le loro vite senza ridurle alla sola condizione di vittime. Poi, mentre lavoravo al documentario, la storia privata di queste donne è stata attraversata violentemente dalla storia collettiva. Le proteste e la repressione in Iran hanno trasformato il film, facendo emergere una dimensione politica sempre più urgente. A quel punto non era più possibile raccontare soltanto il desiderio di libertà: bisognava confrontarsi anche con il prezzo che gli iraniani stanno pagando per conquistarla. Il titolo richiama il Nowruz, il Capodanno persiano che coincide con l’arrivo della primavera. Il nuovo giorno, però, non è una promessa che il film pretende di mantenere. È un desiderio: quello di poter immaginare un futuro diverso senza dover rinunciare alla propria storia e alla propria identità.
Quante settimane di lavorazione?
La lavorazione non si è esaurita nelle sole settimane di ripresa, circa un anno e mezzo. C’è stato un percorso di ricerca, di conoscenza delle protagoniste, di riprese sul campo, di raccolta dei materiali d’archivio e, infine, di montaggio. La particolarità del progetto è che la realtà ha continuato a cambiare mentre stavamo realizzando il film, imponendoci di riconsiderare il materiale e il senso stesso del racconto.
Come hai ottenuto le agghiaccianti immagini della ignobile mattanza di dimostranti dell’8 e 9 gennaio 2026?
La raccolta di queste immagini ha rappresentato una parte particolarmente delicata del lavoro. In quei giorni e per molte settimane a seguire le autorità iraniane hanno imposto un blackout di Internet proprio mentre le forze di sicurezza reprimevano le manifestazioni. Molte immagini sono state realizzate da persone comuni, da testimoni che hanno rischiato la propria incolumità per documentare ciò che stava accadendo. Per costruire questa parte del film ho lavorato su materiali audiovisivi provenienti dall’Iran, cercando testimonianze che permettessero di andare oltre il racconto mediatico e di restituire la dimensione concreta della violenza. Non si trattava semplicemente di trovare immagini scioccanti, ma di comprendere che cosa mostrassero, da dove provenissero e quale rapporto avessero con gli eventi che stavamo raccontando. Queste immagini sono importanti perché il regime cerca di controllare la circolazione delle informazioni. Documentare la repressione significa contrastare il tentativo di cancellarne le tracce. Naturalmente, quando si utilizzano immagini di questa natura, è necessario mantenere una distinzione tra i materiali la cui provenienza e datazione sono state verificate e quelli per i quali non è stato possibile ottenere una conferma indipendente. La loro forza emotiva non può sostituire la responsabilità documentaria. Nel film ho scelto di non usare la violenza come spettacolo. Quelle immagini sono terribili proprio perché dietro ogni corpo c’è una persona, una famiglia, una vita interrotta. Il cinema, in questo caso, deve assumersi la responsabilità di mostrare ciò che è accaduto senza trasformare il dolore in un semplice effetto sullo spettatore. Il canale da cui provengono è un canale telegram.
In quale occasione sono state riprese le immagini dell’intervento del Premio Nobel Shirin ʿEbādi?
La presenza di Shirin Ebadi è importante perché introduce nel film una riflessione che supera la cronaca: quella sul prezzo della democrazia e sulla responsabilità delle società che lottano per conquistare o difendere la propria libertà. Ebadi conosce dall’interno la storia politica dell’Iran e ha vissuto direttamente le conseguenze della rivoluzione del 1979. La sua testimonianza ci ricorda che la caduta di un potere non garantisce automaticamente l’avvento della democrazia e che una rivoluzione può tradire le speranze di coloro che l’hanno sostenuta. Il suo richiamo ai sacrifici compiuti dai popoli europei, e dagli italiani in particolare, per liberarsi dal nazifascismo apre una questione universale: la libertà non è un bene che si riceve necessariamente in dono. È una conquista che può richiedere sacrifici enormi. Sono state realizzate durante un evento pubblico, organizzato dal Politecnico di Torino, sul tema dei diritti delle donne iraniane.
Nel film non se ne trova traccia, ma nelle tue ricerche, sono state ipotizzate dagli iraniani rivolte armate per liberarsi dal regime teocratico e sanguinario iraniano?
Quello che posso dire riguardo la mia personale opinione è che posso comprendere chi, di fronte alla repressione, arrivi a pensare che non esista altra possibilità che difendersi. Ma comprendere questa disperazione non significa presentare la violenza come una soluzione automatica, né confondere il diritto alla resistenza con l’idea che ogni forma di risposta armata sia necessariamente giusta o efficace. La questione che mi interessa è come si possa conquistare la libertà e, nello stesso tempo, creare le condizioni perché quella libertà non venga nuovamente negata. Perché il vero obiettivo non è sostituire un potere con un altro potere oppressivo: è permettere a un popolo di scegliere il proprio futuro. Nowruz – Nuovo Giorno nasce proprio da questa esigenza: ascoltare chi cerca la libertà, dare spazio alle contraddizioni e non sottrarsi alla complessità della storia. Non volevo realizzare un film che offrisse risposte facili, ma un’opera che costringesse lo spettatore a interrogarsi su ciò che significa essere liberi e su quanto possa costare conquistare quella libertà.
VALUTAZIONE SINTETICA : 8
